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Lettere al Direttore
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Raffaele La Capria, nell’amato romanzo «Ferito a morte», racconta quella che chiamava la «bella giornata», quando tutto sembra accordarsi alla perfezione. Pochi giorni fa credo di averne vissuta una, in un luogo dove solitamente non si va in cerca della felicità: l’Ospedale Civile di Brescia. Dovevo sottopormi a una Tac. Telefono il giorno prima per avere l’appuntamento e una gentile signorina mi annuncia che si è appena liberato un posto per l’indomani, alle 9.20. «Se vuole...». Se voglio? Al volo! L’indomani parto per Brescia, preparato al consueto traffico del mattino, ma incredibilmente la strada è libera. Sarà il caro petrolio? Non lo so, ma arrivo senza una coda. Resta il problema del parcheggio, che al Civile notoriamente è una piaga. Mi avvicino al Satellite e davanti a me un’automobile esce liberando un posto. All’accettazione in reparto trovo Chiara, efficientissima che da sola tiene a bada decine di pazienti... impazienti di pagare e raggiungere i rispettivi studi medici. Risponde al telefono, controlla documenti, incassa, spiega e riesce persino a risolvere il pasticcio dell’esenzione che un medico aveva compilato male. Tutto contemporaneamente, senza perdere la calma, meglio di qualsiasi studio privato prezzolato. Ringrazio Chiara e mi avvio verso la Tac. Guardo l’orologio: sono le 9.20 precise. Sto per accomodarmi su una sedia, quando si apre la porta e un’infermiera pronuncia il mio nome. Nemmeno il tempo di sedermi. Entro, mi sdraio nel tunnel della Tac e cinque minuti dopo sono già fuori. A questo punto non mi sento più un normale cittadino alle prese con la sanità pubblica. Mi sento Gastone, il fortunatissimo cugino di Paperino, quello che trova sempre il portafoglio pieno e vince ogni lotteria. Ma forse la fortuna ieri non c’entrava poi molto. C’entravano persone capaci, gentili, organizzate, che fanno funzionare una macchina complessa come quella del Civile. E che meritano di essere raccontate almeno quanto le disfunzioni. Uscendo, sotto il sole generoso di questo magnifico ottobre, mi è tornato in mente La Capria, la sua Napoli e quella «bella giornata» che è forse una delle più semplici e difficili aspirazioni dell’esistenza. In suo onore mi sono fermato nella pasticceria di fronte all’ospedale e concesso un babà. Perché certe giornate, quando capitano, bisogna saperle riconoscere e possibilmente assaporare. Lettera firmata Carissimo, essendo abituati in questa pagina a dare parecchio spago all’amaro (lamentele, sfoghi, denunce...) quando arriva una fetta di dolce siamo contenti due volte. Ecco perché la ringraziamo di aver condiviso la sua esperienza positiva. Anche se, pur se si configura come «interesse privato in atti d’ufficio», quel babà avremmo gradito lo avesse diviso con noi. L’esserne ghiotti è infatti una delle molte debolezze che abbiamo, nonché una delle pochissime per le quali pratichiamo una certa indulgenza.
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