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Lettere al Direttore
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Scrivo per raccontare una vicenda che, a distanza di un anno, mi ha lasciata ancora amareggiata. Lo scorso anno, dovendo scegliere il luogo in cui celebrare il mio matrimonio, desideravo fortemente sposarmi nella chiesetta di Santa Maria Vecchia a Gussago. È un luogo al quale sono legati ricordi preziosi della mia infanzia e che, proprio per questo, avrei voluto scegliere per celebrare uno dei momenti più importanti della mia vita. Sono residente in un altro Comune della provincia di Brescia e mi rivolsi quindi al parroco di Gussago per chiedere se fosse possibile celebrare lì il matrimonio. La risposta fu negativa: non essendo residente a Gussago, non avrei potuto sposarmi in quella chiesa. Rimasi colpita non solo dalla risposta, ma anche dal modo in cui mi fu comunicata. Mi sarei aspettata, per una richiesta legata a un momento così importante, almeno un minimo di disponibilità e cortesia. Invece mi trovai davanti a un atteggiamento freddo e sbrigativo, quasi come se la mia richiesta fosse fuori luogo. Pensai comunque che quella fosse semplicemente una regola della parrocchia e, seppur con grande dispiacere, la accettai. Poi, però, capita che la realtà presenti il conto. Venerdì 26 settembre vengo a sapere che un mio conoscente si è sposato proprio a Santa Maria Vecchia. Nulla di strano, se non fosse per un dettaglio: lui e la moglie sono entrambi milanesi, nati e residenti a Milano. A quel punto ho provato una forte indignazione. Quando ho chiesto io di sposarmi a Santa Maria Vecchia, mi è stato detto che non potevo farlo perché non ero residente a Gussago. E invece una coppia che vive addirittura a Milano ha potuto celebrare lì il proprio matrimonio. Quindi la residenza a Gussago è un requisito oppure no? E le regole valgono per tutti oppure esistono delle eccezioni? C’è poi un aspetto che trovo ancora più difficile da accettare. Una chiesa non è una proprietà privata del sacerdote che ne ha la responsabilità: è un luogo di culto e un bene della comunità ecclesiale, affidato alla sua amministrazione. Per questo ritengo che non possa essere gestita secondo criteri personali o discrezionali, come se fosse una disponibilità privata. Se esistono delle regole, dovrebbero essere chiare, trasparenti e applicate a tutti nello stesso modo. E anche quando una richiesta deve essere negata, credo ci sia modo e modo di farlo. Un sacerdote dovrebbe essere capace di ascoltare, spiegare e accogliere. Non mi aspettavo necessariamente un sì, ma almeno un po’ di umanità, disponibilità e rispetto per il significato che quella richiesta aveva per me. Il mio matrimonio è stato celebrato e oggi non cambierei nulla di quella giornata. Ma resta l’amarezza per aver visto negare a me, residente a pochi chilometri da Gussago, ciò che è stato concesso a una coppia proveniente da Milano. Una chiesa dovrebbe essere un luogo di accoglienza, non un bene da gestire a discrezione di chi ne ha le chiavi. E se esistono delle regole, devono valere per tutti. Le porte, soprattutto quelle della Chiesa, non dovrebbero mai aprirsi a discrezione. Una sposa residente in provincia di Brescia Carissima, la sua lettera costringe ad interrogarci su un tema delicato qual è il rapporto tra burocrazia, in questo caso ecclesiastica, e sfera dei sentimenti più intimi. Al di là dello sfogo, la domanda che pone sulle regole da applicarsi in modo uniforme è ineccepibile. Confidiamo che la comunità parrocchiale di Gussago possa coglierla non come attacco, bensì richiesta di chiarezza e di una pastorale accogliente, vicina alle persone. Più in generale invece comprendiamo come le diocesi e le parrocchie pongano limiti ai matrimoni dei non residenti per evitare che le chiese più suggestive si trasformino in «cornici da favola» per cerimonie esterne, a discapito della comunità locale. Ma questo è un altro discorso, che merita di esser affrontato al riparo dell’emotività del caso singolare.
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