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Lettere al Direttore
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La mattina del 19 ottobre alle 7.30 transitavo in bicicletta nelle vie del centro per recarmi al lavoro, grata che la conclusione dei lavori in via Cattaneo mi consentisse finalmente il percorso più breve. Un inizio di giornata freddo, da piumino leggero, sotto un cielo rosa che mi ha ricordato il vecchio detto: «Rosso di mattina porta vento e pioggerellina». Uscendo da piazza Paolo VI in via X Giornate, ho notato diverse auto della Polizia di Stato e almeno sei o sette agenti fermi sul marciapiede. Incuriosita, ho rallentato. Circondato dai poliziotti in formazione aperta c’era un ragazzo, avrà avuto poco più di vent’anni, completamente nudo. Il giovane parlava agli agenti, tentando di spiegare non so cosa, mentre cercava pudicamente di coprirsi con le mani di fronte a quegli agenti dai volti sereni, quasi sorridenti, alcuni a braccia conserte. Tra loro c’era anche una poliziotta che, vedendomi scendere dalla bicicletta e togliermi il giacchetto per darlo al ragazzo, mi ha chiesto se lo conoscessi. No, non lo conoscevo. Mentre il giovane, con timida ironia, mi faceva notare che la mia taglia XS gli sarebbe andata stretta, ho recuperato dalla cesta della bici il mio poncho antipioggia, una L da uomo, giallo e nero. Nero come la sua pelle. Mentre lo aiutavo a vestirsi, lui continuava a parlare: diceva che amava l’Italia e ha nominato la sua mamma, che gli ha insegnato il rispetto. Ci siamo abbracciati, entrambi commossi, e mi sono allontanata rapidamente. Ho passato i sessant’anni, direttore. Per il resto della mattinata ho continuato a chiedermi se la nostra Polizia, qualora cogliesse me per strada nuda in autunno, magari in un momento di totale smarrimento o fragilità senile, userebbe la cortesia di avvolgermi in quel telo termico dorato che si usa nelle emergenze. Mi sono documentata: quelle coperte isotermiche dovrebbero fare parte della dotazione di bordo delle volanti per il primo soccorso. Capisco le procedure di sicurezza che impedivano di farlo sedere nell’auto di pattuglia, ma non mi rassegno al fatto che nessuno abbia sentito il dovere umano di coprire quella nudità e quel freddo con la protezione che avevano a disposizione. Anni fa, in Senegal, decisi di camminare da sola di notte. In una Dakar quasi al buio, un uomo altissimo si avvicinò, mi chiese la nazionalità e il motivo della mia presenza. Poi, si mantenne a rispettosa distanza dietro di me per tutta la passeggiata, in silenzio, facendomi da guardia del corpo gratuita per proteggermi da possibili malintenzionati. Aveva onorato la mia avventatezza con il puro senso della cura. Oggi mi sono vergognata per la mancanza di empatia e di rispetto dimostrata verso quel giovane, spogliato di ogni difesa. Da agenti addestrati ci si aspetterebbe una cultura del soccorso ben diversa, capace di elevarsi al livello di dignità di quel passante africano che un tempo protesse me. Il rosso mattutino non ha portato pioggia oggi in città, ma lacrime per il senso di umanità smarrito da chi dovrebbe esserne il primo custode. Grazie direttore per l’attenzione che vorrà dedicare allo sfogo di una nonna. Mara Fritz Brescia Cara Mara, gli sfoghi sono sempre ben accolti, quelli delle nonne ancora di più. E per una volta ci asteniamo dal giudizio di chi poteva fare e non ha fatto, concentrandoci piuttosto sulla sua premura, sul gesto che misura la temperatura morale di una comunità. Lo ha espresso mirabilmente Primo Levi, secondo cui «parte del nostro esistere risiede nelle anime di chi ci accosta»: lasciare un uomo spoglio di tutto, anche della sua dignità, impoverisce l’umanità intera. Ecco perché immedesimarsi nell’altro non è facile, ma necessario. In un momento di smarrimento, vorremmo tutti la certezza di essere avvolti in un telo dorato e protetti. Il suo poncho giallo e nero, offerto a compensazione e senza esitare, è ai nostri occhi la parte migliore della città. Una lezione istintiva di civiltà e al tempo stesso uno sprone a non distrarci, a restare umani.
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