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Lettere al Direttore
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Durante una normale conversazione ho risentito una curiosa espressione dialettale, non proprio comunemente in uso, che avevo udito in età giovanile e della quale non avevo chiesto spiegazioni: «El gha la cà có le röde». A quel tempo mi era parso il solito arguto indovinello-tranello con il quale il nonno ci intratteneva nelle lunghe serate invernali, magari al tepore caldo umido e non certo odoroso di una stalla. In realtà riguarda una questione seria e la frase, se non conosciuta, non è di immediata interpretazione. Noi azzardavamo la traduzione letterale dal dialetto bresciano alla lingua italiana e, inevitabilmente, il risultato non coglieva il vero senso della frase. Oggi, presi alla sprovvista, proveremmo a tradurla con il semplice ricorso a termini come «roulotte, camper, casetta rimovibile…». Il dialetto bresciano, ricco di proverbi e antichi detti popolari, riserva talvolta anche sorprendenti e sconcertanti concretezze. La frase citata, pur composta da poche e semplici parole, risulta talmente stringente e fuorviante nella sua formulazione da lasciare spiazzati. Coniata con particolare arguzia chissà da chi, chissà quando ed in quale remota circostanza - forse da un burlone che, malgrado tutto, riusciva ad ironizzare sulle proprie sventure - la frase indica in concreto il vincolo ipotecario che grava su un bene a fronte di un prestito e che, in caso di insolvenza, può portare alla perdita del bene stesso. In sintesi significa: «Ha la casa ipotecata». E possiamo immaginare lo stupore di coloro che ne ignoravano il vero significato. Non è mai troppo tardi per imparare, ammoniva la nonna intenta a sferruzzare. Adriana Pasini Brescia Cara Adriana, comprendiamo come le generazioni che ci hanno preceduto abbiano imposto la lingua italiana per emanciparci, conferendo dignità ad un idioma che si è rivelato strumento di crescita. Non soltanto a Brescia e nel nord Italia. Ci sono pagine bellissime di Erri De Luca, che racconta la sua infanzia nella Napoli del dopo guerra e l’italiano come tratto distintivo, strumento di elevazione ed emancipazione da una miseria culturale, prima che economica. Ora però che s’è chiarito un vincitore, il tempo crediamo sia maturo per la riscoperta di una ricchezza, di un patrimonio culturale e insieme di saggezza. Inutile nascondersi dietro la retorica: immaginare di tornare al dialetto come espressione corrente è inverosimile, a parte in qualche sacca di resistenza nei borghi di montagna. Meglio accettare la marginalità e imprimere ad essa spessore, valorizzandola come lingua che non si parla correntemente, ma da tenere in vita studiandola, citandola, coltivandola. Lei in questo ci aiuta, cara Adriana, regalandoci un piccolo gioiello, una frase curiosa e stupenda. Grazie per questa sua opera di culturale resistenza, la segnaleremo al nostro Fabrizio Galvagni e alla sua rubrica «Dialèktika».
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