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Lettere al Direttore
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Ho letto con attenzione gli articoli dedicati alla salute mentale pubblicati dal vostro giornale il 4 giugno da cui emerge che nel Bresciano la situazione è buona in termini di servizi territoriali e di disponibilità di ricovero, ma da famigliare di un ragazzo, ora giovane uomo, che sta affrontando da molti anni problemi di salute mentale e dipendenze, non posso dire di avere un’opinione così positiva. Eppure ci siamo accorti del disagio ai primi segnali e abbiamo cercato aiuto subito. Ci siamo rivolti, in tempi diversi, a tutti i servizi citati nell’articolo e anche a professionisti e servizi privati ma, purtroppo, per una serie di sfortunate circostanze, non abbiamo trovato l’aiuto che speravamo di trovare. C’è stato il primo psichiatra del Cps che l’ha lasciato dopo pochi mesi, perché aveva ottenuto il trasferimento; il Pronto soccorso del Civile, dove l’avevo accompagnato per un attacco di panico, che dopo lunghissime ore di attesa l’ha rimandato a casa sedato, da solo; la comunità a cui ci eravamo rivolti perché sembrava la soluzione migliore per la sua psicoterapeuta, che non l’ha accolto, poiché non aveva il doppio canale. Altre volte, è vero, si è allontanato lui dai sevizi, dopo pochi incontri. Eppure con il medico del Serd, purtroppo andato in pensione, aveva mantenuto un rapporto più lungo, anche se a fasi intermittenti, grazie anche alla possibilità che mi era stata offerta di interagire. Durante le quattro settimane di ricovero al FbF è stato collaborativo, però all’uscita è stato lasciato a se stesso e lo psichiatra che l’aveva fatto ricoverare non l’ha preso in carico, perché sosteneva che ci voleva una comunità. Ma a questo punto mio figlio non voleva più sentir parlare né di comunità, né di cure, né di medici. E anche io non ho più la forza di insistere, anche perché se riuscissi ancora una volta a convincerlo, non saprei proprio a chi rivolgermi. E non ho più voglia di informarmi, di cercare un nuovo contatto. Ho letto che quando questi pazienti interrompono le cure, loro e le loro famiglie vengono chiamati; sarebbe giusto, ma posso garantire, da madre, che non sono mai stata chiamata da nessuno; anzi ho incontrato spesso resistenze quando richiamavo per conto di mio figlio che voleva riprendere il percorso di cura, perché doveva essere l’interessato a telefonare. Come se un depresso ansioso avesse la forza e la pazienza di fare una telefonata ai servizi! Quando un percorso si interrompe, forse bisognerebbe chiedersi cosa si poteva fare per trattenere chi, nonostante tutte le difficoltà, aveva accettato più volte di farsi curare. Penso che ci vorrebbe più accoglienza, empatia e quel pizzico di flessibilità necessaria per tenere agganciato un paziente al percorso di cura. Ma se la teoria imperante è quella del «se non è lui che vuole curarsi, non si può fare niente», è chiaro che non ci si impegna a motivarlo e a sostenerlo. E alla famiglia viene detto che bisogna fargli toccare il fondo, perché solo così potrà nascere in lui la voglia di curarsi. Ma si può chiedere a una famiglia di assistere nella solitudine e nell’impotenza all’autodistruzione della persona che ama? Siamo sicuri che tutti troveranno alla fine la forza di chiedere aiuto o non si sentiranno piuttosto abbandonati e quindi si lasceranno andare? O non combineranno qualcosa di grave di cui sono piene le pagine di cronaca? Per fortuna c’è la società civile che funziona: mio figlio ha trovato sostegno dai vicini di casa, dagli ex colleghi, da qualche amico e grazie a loro, per ora, riesce a stare a galla. Ma quale sarà il suo futuro se non viene aiutato a gestire la sua vita? Noi genitori siamo anziani e stanchi e non ce la facciamo più a reggere questa situazione. Ma pare che il problema sia solo nostro e di nostro figlio, che ha la responsabilità di non volersi curare! Lettera firmata Carissimi, il vostro è un quadro realista, dipinto nella sofferenza. Una lettera che vale un reportage, descrivendo con lucidità la condizione vissuta da moltissime famiglie, a discapito di statistiche e classifiche che parlano il linguaggio dei numeri, non della condizione umana. A dispetto dell’impegno di operatori e di presidi ospedalieri che cercano di tappare con le dita una falla, la realtà è che quanti vivono un disagio o un disturbo mentale quasi sempre sono lasciati a loro stessi, al pari della loro famiglia. Inutile nasconderselo: una tra le leggi più illuminate, quella che porta il nome di Franco Basaglia, s’è compiuta soltanto a metà. Il principio resta giusto, la realtà amministrativa manca invece l’obiettivo di un’assistenza territoriale efficace, di una presa in carico solerte e capillare, che eviti la sensazione di abbandono che sovente affligge chi vive la malattia mentale e i loro parenti. A fronte di questo ci si apre il cuore fino alla commozione quando leggiamo che «la società civile funziona». A conferma che il futuro dell’assistenza, della cura, non può prescindere da un’alleanza concreta: quella tra professionisti e volontari, tra risorse pubbliche (che Stato e Regione hanno l’obbligo di disporre, senza lesinare) e aiuto spontaneo. Soltanto così non lasceremo indietro nessuno, dimostrandoci una comunità autentica, solidale, viva.
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