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Lettere al Direttore
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Ci sono a Brescia quattro vie che formano un rettangolo, via Milano, via Nullo, via Morosini, via Villa Glori. In questo rettangolo nel 1900 alcuni industriali decisero di far crescere una fabbrica chimica. Ma come! Una fabbrica chimica in mezzo a fabbriche metalmeccaniche, Brescia città della trasformazione del ferro si ritrovava con una illustre sconosciuta, la chimica. Eppure per più di 100 anni è stata lì a produrre i suoi prodotti chimici, e noi a dimenticarci che di chimica siamo fatti, anzi siamo il prodotto di scambi elettrochimici. L’elettricità la portavano i grandi cavi dalla centrale elettrica del Caffaro, si perché il Caffaro è un torrente che scorre e salta talmente da in alto da fare energia. L’acqua veniva succhiata dai grandi pozzi sotto la fabbrica, pozzi che arrivavano a profondità notevoli, anche più di cento metri: ho conosciuto uno dei lavoratori che aveva costruito quei pozzi. Quell’acqua, così fresca che serviva ai lavoratori per dissetarsi d’estate. E li centinaia di persone hanno lavorato, in prevalenza uomini e poche donne. Caffaro è femminile, è fabbrica, che produce vita e purtroppo anche inquinamento. Nel tempo non è più stata vista come fabbrica benefica ma è diventata fabbrica malefica. Eppure oggi alla fine Caffaro produce ancora, produce studi ingegneristici per le demolizioni da fare in sicurezza, produce studi per la bonifica dei terreni sottostanti. Produce ragioni per studiarla, per studiare la sua storia centenaria, in cui lavoratori e lavoratrici hanno impegnato il tempo di vita. Produce ragioni per scrivere tesi di laurea. Caffaro, al femminile, oggi vede le sue costruzioni essere demolite. Due di queste hanno per me un significato particolare: la mensa che affaccia su via Villa Glori che nelle vecchie immagini porta la scritta di Dopolavoro Caffaro, che verrà demolita a breve, ma che non era solo mensa. Fu dormitorio per quei lavoratori che non potevano tornare nei loro paesi a causa di avverse condizioni metereologiche, non c’erano in quel tempo le strade asfaltate di oggi, poi fu sede del Consiglio di Fabbrica, in uno dei momenti più alti dell’impegno sindacale: eravamo in 35 delegati. Fra poco verrà demolita, ma rimarrà la grande magnolia che mi ha visto entrare in mensa dal lontano 1976. L’altra costruzione per me speciale è il reparto del cloro soda, che avevo difronte al mio ufficio e per me che non sopportavo i luoghi chiusi, era diventata una foresta da intravedere, oggi il reparto lo stanno spogliando e si vedono bene i serbatoi e l’infrastruttura che lo reggeva. Oggi la foresta resta senza le sue foglie, rimangono scheletri che fra un po verranno tagliati e del reparto non rimarrà più nulla. Rimarrà il ricordo di una fabbrica che è stata di volta in volta madre e matrigna, dove si sono intrecciati rapporti amicali ma anche di grandi battaglie sindacali. Controparti che si confrontavano e si scontravano, due le serrate, ma alla fine sempre pronte ad arrivare a definire le controversie in modo dignitoso per tutte e tutti. Caffaro, la fabbrica, resterà nel ricordo e là dove era cresciuta e ora demolita, crescerà un parco, e sarà un’altra storia. Anna Seniga Brescia Cara Anna, nella mappa di questo Paese non c’è città che non abbia conosciuto ciò che la Caffaro è stata per Brescia: un’impresa totalizzante, un piccolo mondo nel mondo, con i suoi prodotti, i suoi spazi, i suoi riti, i suoi ritmi, i suoi simboli e, inevitabilmente, le relazioni umane che in essa fiorivano e prosperavano. A differenza però di altri insediamenti sorti con una forte vocazione ideale, avendo l’ambizione di creare una comunità idilliaca e autosufficiente, la Caffaro appartiene alle industrie cresciute da un’integrazione caotica con il tessuto urbano circostante, puntando nel suo caso allo sfruttamento intensivo della forza motrice idroelettrica e alla produzione di materie chimiche che nel corso dei decenni si sono rivelate pericolosissime e in molti casi letali. Perciò fatichiamo a conciliare il miele dell’aspetto nostalgico con l’amaro di una memoria onesta e leale. La storia del rapporto tra la Caffaro e il territorio circostante non può prescindere dal gravissimo disastro ambientale e sanitario che nel corso degli anni ha comportato. Ecco perché non vediamo l’ora che attorno alla monumentale magnolia che fa da decenni bella mostra di sé - oltre che innalzarsi a simbolo di resilienza, della natura che resiste e non si spezza - cominci tutta «un’altra storia», lasciando che la prima rimanga, ma soltanto come monito per non ripetere gli errori del passato.
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