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Lettere al Direttore
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Lunedì mio figlio ha iniziato il liceo. Ha quattordici anni e per tutta l’estate ha aspettato questo giorno con entusiasmo. Era emozionato. Non vedeva l’ora di cominciare una nuova avventura: il viaggio in treno, Brescia, una scuola grande, nuovi compagni, nuovi professori. Tutto gli sembrava il segno concreto di un passo verso la crescita, verso quella maggiore autonomia che tanto desiderava. Il pomeriggio, però, quando è tornato a casa, non ho ritrovato quel ragazzo entusiasta che era uscito al mattino. Era cupo, deluso. Ci è voluto un po’ prima che riuscisse a raccontarmi il perché. Il primo impatto con la scuola, mi ha detto, è stato soprattutto questo: parlare immediatamente di voti, verifiche, medie, bocciature. E poi una frase che mi ha colpita particolarmente: la loro classe, verrà dimezzata, perché statisticamente proprio quella sezione è destinata ad essere smembrata. Mi sono chiesta: è davvero questo il messaggio che vogliamo consegnare a un ragazzo nel suo primo giorno di scuola superiore? Non sto mettendo in discussione la serietà dello studio, né la necessità di valutare, né tanto meno il ruolo degli insegnanti. So bene quanto sia impegnativo educare e insegnare. Ma proprio per questo mi chiedo se, pedagogicamente, sia questo il modo migliore per accogliere ragazzi di quattordici anni che arrivano a scuola con entusiasmo, curiosità e anche tanta fragilità. Il primo giorno avrebbe potuto essere un’occasione per chiedere loro chi sono, da dove arrivano, cosa si aspettano da quei cinque anni, cosa li ha spinti a scegliere proprio quella scuola. Avrebbe potuto essere il momento per dire: «Benvenuti. Da oggi questo è anche il vostro posto. Qui siete venuti per imparare, per sbagliare, per crescere. Noi siamo qui per accompagnarvi». Invece, prima ancora di conoscerli, alcuni ragazzi hanno sentito parlare della possibilità di essere bocciati. E mi domando quale effetto possa avere questo approccio su un adolescente. Perché un ragazzo non entra in una classe come una media matematica. Non è ancora un voto. Non è una statistica. Non è una probabilità di promozione o bocciatura. È una persona che sta iniziando un percorso. E proprio all’inizio di un percorso, forse, la prima cosa da costruire dovrebbe essere il senso di appartenenza. La scuola non può certo promettere che tutti arriveranno alla fine senza difficoltà. Deve insegnare che lo studio richiede impegno, responsabilità e costanza. Deve anche saper dire che gli insuccessi fanno parte della vita e che, quando necessario, occorre affrontarli. Ma c’è un tempo per ogni cosa. Prima di parlare della selezione, forse bisognerebbe parlare delle possibilità. Prima delle medie, delle persone. Prima delle verifiche, della curiosità. Prima della paura di non farcela, della possibilità di farcela. Mi piacerebbe che questa riflessione arrivasse soprattutto ai professori, non come critica, ma come domanda da parte di una madre: che cosa ricordiamo noi del nostro primo giorno di scuola superiore? E che cosa vorremmo che ricordassero i nostri figli tra cinque anni? Forse il compito di un insegnante non è soltanto trasmettere conoscenze e valutare apprendimenti, ma anche riuscire a far nascere nei ragazzi la convinzione che vale la pena provarci. A quattordici anni un ragazzo dovrebbe uscire dal suo primo giorno di liceo pensando: «Sarà difficile, ma non vedo l’ora di cominciare». Non: «Chissà se sarò tra quelli che resteranno». Perché educare significa anche questo: non abbassare l’asticella, ma aiutare ciascuno a credere di poterla raggiungere. E forse, nel primo giorno di una nuova avventura, non è differenza da poco. Una Mamma Carissima, quella che potremmo definire «delle ali tarpate» è un’esperienza che accomuna molti, non soltanto a scuola. Constatarla ai danni di ragazzi e ragazze, vero anche questo, brucia di più, perché s’accompagna alla consapevolezza d’una innocenza delusa, sporcata, tradita. Dato per assodato questo, non ci restano che due strade. La prima è arrabbiarsi e arrendersi, dando per scontata l’ineluttabilità della profezia infausta. La seconda è sempre arrabbiarsi, che certi torti preventivi meritano l’indignazione massima, ma aiutando altresì chi la subisce a non patirla, a formare dentro sé l’antidoto a un tale cinico determinismo. Da ultimo, una nota a margine. Per suo figlio e i suoi compagni ci spiace, però hanno la vita dalla loro e fare i conti con amarezze e delusioni è un viatico che nessuno scampa. Pensi invece a quale esistenza triste si condannano quegli insegnanti incapaci di scorgere nei ragazzi una persona, ragionando invece soltanto per «voti, verifiche, medie». Loro la bocciatura sono destinati a viverla ogni anno, come una pena dantesca. Infausto il giorno in cui hanno scelto una professione che per nulla si attaglia.
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