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Lettere al Direttore
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«Ma quando la parola è flebile non resta che il gesto. Mi auguro solo che questo possa contribuire a una riflessione più seria e più giusta, a scelte e decisioni di una democrazia matura che deve tutelarsi. Mi auguro soprattutto che possa servire a evitare che altri nelle mie stesse condizioni abbiano a patire le sofferenze morali che ho vissuto in queste settimane, a evitare processi sommari (in piazza o in televisione) che trasformano un’informazione di garanzia in una preventiva sentenza di condanna. Con stima». Così concludeva il 2 settembre di 34 anni fa la sua drammatica lettera indirizzata al Presidente della Camera On. Giorgio Napolitano, Sergio Moroni. Un parlamentare della Repubblica, aveva 47 anni, bresciano. Non c’è giorno che non lo ricordi. Dal punto di vista personale, famigliare e politico. E dal quel maledetto giorno mi chiedo sempre se il suo gesto sia servito a qualcosa, se abbia spinto ad una riflessione più seria e pacata dello scontro politico, se abbia visto uscire dell’impasse lo stallo in cui il nostro Paese, ma non solo, è bloccato. A guardare i fatti sembra di no. L’Italia dopo tangentopoli è diventata un Paese più povero, con un tasso di litigiosità enorme, con una carenza strutturale della classe dirigente in tutti i settori (tutti nessuno escluso); l’Europa attraversa una delle più gravi crisi identitarie che abbia mai subito nella sua ultrasecolare esistenza. Il clima da progrom che Sergio richiamava nella sua lettera è aumentato, lo sciacallaggio anche, gli interessi personali hanno completamente soppiantato gli interessi dei partiti e di conseguenza della Comunità. Lo ricordo Sergio, quando io giovane studente di Medicina scendevo da via Turati (altro grande socialista) e mi recavo nel suo studio, vicino piazzale Arnaldo. Lui il lunedì riceveva le persone, come ogni parlamentare era solito fare per curare il proprio collegio elettorale. Quando la segretaria, Luisa, mi vedeva lo chiamava al telefono «On. ho davanti a me Franco Spedale, il figlio - mio padre ed io abbiamo lo stesso nome -... Ok lo mando». Così andavo a trovarlo parlavamo qualche minuto di politica; per lui era una pausa dalla routine. «Vieni a trovarmi più spesso» era la sua conclusione prima di congedarmi. Mi consigliava su cosa fare, come comporre un documento, senza mai commentare le cose buffe che scrivevo; mi aiutava a crescere. Era un uomo che faceva della Politica non solo la sua vita ma il principio per migliorare anche quella degli altri. Aveva visione, intuiva ciò che tu volevi dire prima di concludere la frase. Aveva progetti e capacità di analisi. Era un Socialista, vero, serio, per bene. Era un uomo per bene. La Storia riprende in mano la normale fisiologia del mondo, rimettendo le cose al loro posto. Prima o poi ciò accadrà. La stessa cosa la dicevo a Stefania Craxi in occasione della sua nomina a capogruppo dei senatori di Forza Italia. «La storia si riprende il suo naturale percorso e ripara le patologie che in questi 34 anni stiamo vivendo. In questo senso va vista, oltre i meriti che hai, anche la tua nomina». Lo è per Craxi, lo è per Sergio Moroni. Il suo gesto, che pur capendolo continuo a non condividerlo, e che deve essere sempre da monito, non sarà mai dimenticato e ci aiuterà ad individuare la via per rimettere tutto in ordine. Perché altri non abbiano a patire le sofferenze che lui (e la sua famiglia tutta) ha patito. Ci manca. Franco Spedale Caro Franco, questa è una delle lettere più spinose che si possano ricevere, poiché costringe a scegliere tra l’onestà nel raccontare i fatti nudi e crudi di allora e la dignità che merita ogni essere umano, specie chi ha lavato ogni debito con il prezzo della vita. Cominciamo con il fare chiarezza: parliamo non della vicenda di Craxi, bensì di Sergio Moroni. Quest’ultima è scomoda, preferendo le narrazioni pubbliche i contorni netti, il bianco o il nero, mentre nel caso specifico a prevalere sono le gradazioni del grigio. Moroni infatti nella stessa lettera che lei cita, a Napolitano, ammise di aver commesso un errore accettando un sistema in cui ricevere contributi per il partito era prassi comune. Quell’errore tuttavia lo pagò oltre ogni misura, assumendo sulle spalle del singolo un fallimento collettivo. È vero, egli fu vittima di una gogna giudiziaria e pure mediatica, non neghiamolo. Perciò il modo in cui possiamo ricordarlo degnamente non è riscrivendone la storia, bensì facendo in modo che vicende simili non si ripetano, che nessun processo sommario e in piazza venga istituito. Ma, altresì, che alcun «sistema fraudolento» sia posto in essere dai politici, neppure con le migliori intenzioni, confondendo il bene di una parte con quello dell’intero popolo.
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