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Lettere al Direttore
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Vi scrivo per lanciare una provocazione che credo molti genitori bresciani condividano: sono impazzito io o gli oratori son diventati aziende? Vengo da una famiglia numerosa: quattro figli, papà operaio e mamma casalinga. Eppure d’estate il Grest del quartiere ci accoglieva tutti a prezzi simbolici. Pranzo al sacco con la «schisetta», una gita alla piscina di Mompiano e tanta integrazione. Quando mia figlia era piccola, le tariffe erano ancora accettabili. Anno dopo anno, però, i costi sono lievitati in modo spropositato. Basta banali piscine locali, ora spazio a Movieland, zoo safari, piscine lontanissime raggiungibili con ore di pullman... E per favore, risparmiateci la solita scusa dell’inflazione: i rincari a cui abbiamo assistito vanno ben oltre l’aumento del costo della vita. Oggi per iscrivere i figli ti presentano libretti su carta patinata lucida, roba che sembra un catalogo Alpitour o un depliant per le crociere. Una confezione extra lusso per venderti, alla fine, le stesse identiche attività e gli stessi giochi che facevamo noi trent’anni fa. I costi reali? Il Grest oggi costa 110 euro a settimana, più 6,50 euro a pasto. Il pranzo al sacco è vietato: o paghi il servizio o vieni a riprendere il figlio a mezzogiorno (ma come fa un genitore che lavora?). Totale: circa 450 euro per appena tre settimane a figlio. Io ho una sola figlia, ma se ne avessi avuti altri sarebbe stato un incubo economico. Se mio padre dovesse mandare noi quattro oggi, spenderebbe quasi 1.800 euro per sole tre settimane. Di fronte a queste cifre, poi ci si chiede con finto stupore come mai non si facciano più figli. La risposta è nei bilanci che una famiglia deve fare ogni mese. Il picco dell’assurdità, però, lo abbiamo toccato ora che mia figlia è «grandina»: quest’anno fa l’animatrice, ma per prestare servizio gratuito e volontario l’oratorio le chiede comunque di pagare la quota (non tutta, c’è uno sconto!). Pagare per lavorare (gratis) a beneficio della parrocchia. È una logica commerciale che cancella ogni senso di comunità. Sia chiaro: massimo rispetto per i ragazzi che si sbattono. Ma la nota dolente riguarda gli oratoriani e la loro gestione: dove è finita la carità cristiana? Sembra che la priorità sia diventata il business, il far quadrare i conti come manager d’azienda piuttosto che accogliere la comunità. Di fronte a tariffe del genere, la funzione sociale della parrocchia si azzera, penalizzando le famiglie più fragili. Vorrei chiedere alla Diocesi se è consapevole che quella che un tempo era la «casa di tutti» sta diventando un servizio d’élite per pochi eletti. Diego Caro Diego, chi ci legge tutti i giorni sa che siamo assai prudenti nei giudizi, cercando sempre di comprendere le ragioni anche di ciò che apparentemente non torna oppure stride. Oggi facciamo più fatica, probabilmente perché la nostra storia è in fotocopia alla sua e, nella sostanza, i dubbi che pone li condividiamo. All’oratorio dobbiamo tutto il buono delle persone che siamo e i Grest estivi sono stati la palestra umana grazie alla quale abbiamo imparato il valore della responsabilità, dell’impegno, della gratuità. Per questo non possiamo tacere, per questo ci accaloriamo, per questo invitiamo ad una riflessione seria chi ha attualmente la responsabilità educativa. Non stiamo esagerando? Non rischiamo davvero di cadere nella tentazione delle tende sul monte Tabor, cioè limitarsi ai pochi e buoni invece di aprirci evangelicamente al mondo? Non è che anche negli ambienti religiosi ed educativi il denaro diventa «misura di tutte le cose»? Lo chiediamo senza supponenza, da fratello a fratello, per gratitudine del molto ricevuto, con l’ambizione che nessuno resti escluso.
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