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Lettere al Direttore
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La ringrazio perché ho visto che ha pubblicato la lettera di 42 miei ex studenti che affrontano una legge italiana unica tra tutti i 28 Paesi occidentali del mondo: quella del 1957, che impone al dipendente della Pubblica Amministrazione di andare obbligatoriamente e senza deroghe in pensione, anche se non lo vuole e non presenta alcun impedimento pratico, psichiatrico, fisico o criminale. L’unica deroga è stata stabilita dalla Corte Costituzionale pochi giorni fa, il 14 luglio scorso, per soli motivi economici: se non ha maturato la pienezza dei contributi previdenziali, un pubblico impiegato può rimanere a lavorare fino e oltre i 70 anni. Dunque, per i soli motivi economici, la «vecchiaia» cessa magicamente di essere un ostacolo al lavoro. Pubblicare una lettera del genere o inchieste approfondite è di grande importanza. Se nel 1957 l’aspettativa media di vita Istat era di 65 anni, oggi nel 2026 è di 83 anni: il concetto e la realtà della «vecchiaia» sono profondamente mutati dal punto di vista biologico, psicologico e sociale lungo questi quasi settant’anni. Lei direttore ha aggiunto un suo commento personale in calce alla lettera dei miei ex studenti, e vorrei chiederle la possibilità di risponderle pubblicamente, così come lei si è indirizzato a me in pubblico. La approvo perché non si è fermato a «blandirmi»: come uomo, cittadino e giornalista, questo atteggiamento sarebbe stato anti-etico. Apprezzo inoltre la sua schiettezza: anche se in sé non è una virtù sufficiente (molti tiranni nella storia hanno detto cose terribili in modo schietto e sincero, privo di ipocrisia), è pur sempre una virtù. Non concordo con lei, invece, nel ravvisare anzitutto «benevolenza» dei miei ex studenti verso di me: un sentimento nobile, ma che si può provare verso chiunque, dai bambini agli sconosciuti, dai moribondi agli avversari. Nella loro lettera invece compaiono prima di tutto altri due pensieri: 1) la gratitudine verso chi ha insegnato loro sia le virtù intellettuali sia quelle morali; 2) la preoccupazione per questo immobilismo italiano unico, che impedisce la conservazione delle professionalità e lo svolgersi delle vocazioni attraverso un limite anagrafico deciso ai tempi di Peppone e Don Camillo. Siamo la pecora nera tra i Paesi civili di qua e di là dall’Oceano! Non concordo nemmeno con la sua esortazione a smettere di insegnare nei licei per andare a «seminare cultura altrove su base volontaria». Come? Dove? Perché la società si dota di scuole, licei, università, case editrici, giornali ed emittenti televisive, ossia organizza e istituzionalizza i canali con cui fare cultura? Non è forse perché da molti secoli ha compreso che così le cose funzionano e altrimenti no? Altrimenti basterebbe che mi facessi crescere i capelli, indossassi un tonacone e con occhi scintillanti mi mettessi a predicare da una collinetta del Parco Ducos, insegnando storia e filosofia ad altri pensionati che, distolti per un momento da piccioni e nipotini, ascolterebbero ammaliati il mio verbo. Non concordo infine con l’invito ad essere generoso e a lasciare il posto a un «giovane» che lo aspetta da una vita. Chi è «giovane» e chi è «vecchio» nel 2026... nel 1957, nel 1930, nel 1895, nel 1832? Inoltre, intorno a lei non trova affatto giovani in «lista di attesa da una vita». Oggi e nei prossimi anni vi è e vi sarà un urgente bisogno di giovani lavoratori, nel privato e nel pubblico: le coorti dei baby boomer stanno andando in massa in pensione, mentre l’Italia registra il tasso di natalità più basso dell’Unione Europea. Quando lascerà lei la direzione del GdB per «vecchiaia»? Non può saperlo, perché la legge del 1957 è un atto umano, politico, transeunte e fallibile, non un dogma «sacrosanto» o divino. Franco Manni Caro Franco, a ringraziarla sono io, innanzi tutto per l’esempio che dà nell’abbinare la cortesia della forma alla fermezza delle convinzioni. Una lezione di stile che diventa sostanza e che vorremo valga anche per noi, sempre. In secondo luogo, più importante, poiché ci dà occasione per distinguere la vicenda personale dal tema generale. Ha ragione: quest’ultimo merita un dibattito serio, filosofico mi verrebbe da scrivere, riguardando questioni di libertà individuale, bene comune, utilità sociale, contrapposizione di interessi... Aspetti per i quali non soltanto una risposta alle lettere, ma un intero giornale non riuscirebbe a trattare esaurientemente. Al massimo noi possiamo accendere una scintilla, come lei in effetti aiuta a innescare, confidando che ne segua un dibattito che contamini chi è infine chiamato a decidere, cioè politici e istituzioni. Nel merito del personale, invece, siamo assai rispettosi della sua posizione, anche se per ogni punto su cui è in disaccordo noi avremmo da ribattere (ad esempio, sul «come e dove seminare cultura su base volontaria» potremmo scriverci un libro), oltre che esser tentati di dirle: «Facciamolo qui, insieme, senza indossare un tonacone, ma strutturando un percorso serio, sponsorizzati da qualche fondazione». Però ci rendiamo conto che - per fortuna - ciascuno vede la realtà con i propri occhiali, dunque non insistiamo. A nostra parziale discolpa aggiungiamo soltanto che nella risposta ai suoi alunni abbiamo cercato di essere lievi, perché assai rilevante è il nodo di chi non vuole andare in pensione e ne è obbligato, ma lo è pure il problema opposto, cioè chi vorrebbe andare in pensione e non riesce. Come direbbe Hugo, sono due stanze: una buia, l’altra però è nera.
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