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Lettere al Direttore
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Sono figlia unica di un uomo malato, invalido al 100%, non più autosufficiente che vive solo nel Comune di Nave. Ci sono solo io ad occuparmi di lui, con l’aiuto di un’amministratrice di sostegno nominata a dicembre 2025 per sollevarmi almeno dalle incombenze burocratiche. Le patologie di mio padre sono molte e da un anno a questa parte la situazione sta peggiorando sempre più velocemente. Basti dire che tra dicembre 2025 e oggi ci sono stati tre ricoveri agli Spedali Civili, dai quali è stato dimesso con condizioni croniche sempre peggiori, senza che però venisse mai presa in considerazione almeno l’ipotesi di una riabilitazione. Mi sono rivolta per la prima volta ai servizi sociali del Comune di Nave a gennaio 2025, dopo un primissimo ricovero: credevo che avrei avuto un supporto nell’assistenza, o qualcuno a cui rivolgermi in caso di bisogno, la verità è che l’unica vera iniziativa che è stata presa è stata attivare una cooperativa che si preoccupasse dell’igiene personale, ovviamente a pagamento. Il resto è stato fatto tutto autonomamente: le donne delle pulizie, il fisioterapista, le badanti, che comunque non sono bastate. La soluzione sarebbe una Rsa, ma quando l’Ads ha chiesto l’iscrizione nella lista unica della Val Trompia, da Gardone ci è stato risposto che l’inserimento in struttura non è urgente perché mio padre «tanto cammina» (certo, faticando a mantenere la stazione eretta, crollando sul divano stremato dopo pochi metri percorsi con il deambulatore). Dato che comunque le liste d’attesa sono bibliche, abbiamo provato ad inserirlo in un centro diurno integrato, però a Nave non viene fornito il servizio di trasporto e l’incombenza rimane a carico delle famiglie. Abbiamo chiesto l’intervento dei servizi sociali, ma pare che il servizio sia prevalentemente per i ragazzi delle scuole. Quindi rimango io: non mi è permesso ammalarmi, avere un impegno o prendermi un giorno libero. Solo io vado a trovarlo in ospedale, solo io lo accompagno alle visite mediche, solo io mi occupo dei trasporti, dell’approvvigionamento dei farmaci e ora anche della spesa e delle pulizie, cercando di conciliare un lavoro a tempo pieno, un marito, una casa. Se io manco, mio padre è abbandonato. Inoltre, dovrei anche monitorare una situazione medica molto complessa pur non essendo un sanitario e non avendone le competenze. Ho 37 anni e ho dovuto mettere in pausa la mia vita, ma sono vicina al punto di rottura. Mio padre ha lavorato e pagato le tasse per 40 anni per avere in cambio nulla. È davvero questo il sistema con il quale le famiglie devono avere a che fare? È davvero richiesto il sacrificio totale, è necessario rinunciare alla propria vita? Qual’è la condizione necessaria per essere finalmente ascoltati ed aiutati? Roberta Frigerio Cara Roberta, è un peso greve quello che ha caricato sulle spalle e comprendiamo bene quanto sia vicina a un punto di rottura. Scacciamo perciò la tentazione di risponderle con una filippica sulle mancanze della pubblica assistenza, badando invece al sodo, lanciando un appello all’amministrazione di Nave e anche ad associazioni di volontariato e singoli cittadini, affinché si attivi quella rete fatta di relazioni spontanee, di mutuo aiuto, di mano reciproca, che costituisce tuttora l’unica risposta efficace ai problemi complessi e vasti che comporta una situazione qual è la sua. Poi capiremo perché il sistema ha fallito, intanto badiamo a non lasciarla sola, facendo sentire lei e suo padre parte di una comunità vera, attenta.
Qualità, contenuti, relazioni, territorio. GdB+ il valore di esserci.
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