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Si sta diffondendo l’idea che tutto sommato si debba provare gratitudine nei confronti del proprietario del Basket Brescia. Se la gratitudine riguarda le vittorie, le emozioni vissute e il livello sportivo raggiunto, ci sto. Se invece significa considerare il suo investimento come un gesto di pura beneficenza, una scelta filantropica fatta per regalare un giocattolo ai bresciani, allora no: non ci sto. Quando è arrivato nel mondo del basket era sconosciuto al 95% degli italiani. Il basket gli ha dato notorietà, credibilità, relazioni. Lo ha fatto sedere a tavoli prestigiosi, rafforzato la sua immagine e, con ogni probabilità, ha aperto opportunità anche per le sue aziende. Sarebbe ingenuo pensare che tutto questo non abbia avuto un valore, anche economico. Le imprese bresciane, pubbliche e private, partecipate e non, hanno creduto nel suo progetto e lo hanno sostenuto. La città lo ha accolto, il territorio gli ha dato fiducia, gli sponsor hanno investito, i tifosi hanno riempito il palazzetto. Sono convinto che anche lo sviluppo delle sue attività internazionali, perfino il consolidamento di rapporti come quelli con il Senegal, abbiano beneficiato del capitale relazionale costruito grazie al Basket Brescia. Insomma: grati, ma non ingenui. Senza la passione dei bresciani, il credito ricevuto e quel sostegno diffuso che nessun altro imprenditore aveva mai potuto raccogliere nello sport cittadino, nemmeno lui sarebbe arrivato dove è oggi. Per questo il rispetto era dovuto. Rispetto per i bambini e le bambine che si sono innamorati di questa squadra. Per i tifosi storici e per gli ultimi arrivati. Per un’intera provincia che ha investito emotivamente in questo progetto. Invece abbiamo assistito a una comunicazione fatta di silenzi, mezze presenze e uscite dal sapore cinematografico, quasi passivo-aggressivo. Una modalità che non rende giustizia a quel rapporto di fiducia costruito negli anni. È ovviamente libero di fare ciò che ritiene più opportuno con le sue risorse. Nessuno può contestarglielo. Ma rimettiamo in fila il senso delle cose: il Basket Brescia non è stato solo un regalo fatto alla città. È stato anche un investimento che ha restituito moltissimo a chi lo ha realizzato. Per questo la riconoscenza non può trasformarsi in deferenza. Si possono dire grazie per ciò che è stato costruito, senza sentirsi obbligati ad abbassare la testa. Perché, altrimenti, rischiamo di applaudire anche quando, alla fine, quello che riceviamo è un calcio negli stinchi. Michele Bondoni Caro Michele, siamo schietti: crediamo esista zero spazio di manovra riguardo la possibilità di capovolgere la narrazione di un triste epilogo. Nelle ultime ore è caduto pure il velo sulla vanità di un’aspettativa seducente quanto esile, cioè che alla fine tutto continuasse come prima, a dispetto della ridda di voci, indiscrezioni, sussurri. Le previsioni più plumbee si sono invece avverate, con le parole di Ferrari che avrebbero avuto tutto un altro senso se pronunciate mesi fa, con trasparenza e volontà di condivisione. Così ora siamo qui, a contare i danni di un territorio ferito, constatando l’amarezza di una verità dolente: il giudizio su ogni storia lo dà sempre e soltanto il finale.
Qualità, contenuti, relazioni, territorio. GdB+ il valore di esserci.
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