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Lettere al Direttore
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Inviamo una lettera aperta e pubblica non perché vogliamo creare difficoltà all’università, ma riteniamo di essere tutte e tutti coinvolti e sia nostra responsabilità collaborare al cambiamento, con riflessioni e proposte alla città. In questi giorni abbiamo raccolto testimonianze che riportano due diverse dinamiche, purtroppo convergenti, che tendono ad insabbiare tutto nella speranza che il fiume rientri nell’argine velocemente. Il tentativo di far rientrare tutto nel silenzio ricorda un meccanismo che spesso si osserva nelle vittime di violenza: la speranza che il tempo, da solo, rimargini le ferite. Da una parte abbiamo una diffusa minimizzazione da parte di molti, docenti e non, che in modo ottuso cercano di rappresentare come irrilevanti le molestie verbali e posturali denunciate nelle lettere recapitate ai giornali («non si può più dire niente», solo per dirne una). E quando va bene si ricordano dei 13 casi di stupro segnalati e non che più del 60% delle studentesse dichiari di aver subito molestie. Dall’altra emerge l’evidente paura dell’università che questa vicenda porti ad una diminuzione delle immatricolazioni. Paura legittima che però deve essere socializzata e deve trovare una strategia comunicativa e operativa reale. L’Università Statale di Brescia potrebbe utilizzare a suo favore il lavoro che sta cominciando ad impostare, accelerando su questo e aprendo all’intera città. Smettiamola di pensare che il caso UniBs sia eccezionale, è assolutamente ordinario. Studenti e studentesse conoscono le molestie già alla scuola superiore, se non prima, sanno cosa le attende in facoltà caratterizzate come Medicina, Ingegneria o Giurisprudenza e soprattutto sanno che, oggi, da questo punto di vista, una università vale l’altra perché nessuna ha ancora preso in mano con forza il tema. L’unica differenza tra UniBs e le altre è che gli studenti e le studentesse hanno deciso che vogliono un cambiamento e grazie al loro coraggio oggi possiamo parlarne e cominciare un percorso reale, che però deve essere aperto e trasparente, dove le paure devono essere affrontate a viso aperto. Un percorso in cui la città deve costringere anche Laba e Cattolica, perché le molestie riguardano anche questi atenei. Dobbiamo fare in modo che questo percorso diventi un fiore all’occhiello di Brescia e dei suoi atenei e questo potrebbe, invece che allontanare, portare nuove immatricolazioni, se pubblicizzato nel modo giusto. Noi continueremo ad esserci e mettiamo a disposizione le nostre competenze e conoscenze specifiche, maturate in anni di lavoro e ricerca; ci auguriamo che l’università colga l’occasione che le è stata offerta e che la città tutta, dalle sue istituzioni alla società civile, partecipi senza paura al cambiamento necessario. Anna Zinelli Gazebo Viola Cara Anna, su questo tema è stato scritto parecchio, provo a rispondere per punti. a) «C’è il tentativo di far rientrare tutto nel silenzio». No. Quella che usa - «insabbiare» - è una parola grossa. Semmai c’è una difficoltà a comprendere, abbinata al concorso di forze diverse, alcune delle quali non interessate ad affrontare il problema in sé, bensì a sfruttare l’occasione per rovesciare lo status quo nelle attuali istituzioni accademiche, con conseguente reazione auto protettiva di chi si sente attaccato. b) «Alto numero di studenti e studentesse che dichiarano di aver subito molestie». Sì. Ma non sono soltanto vicende legate ai docenti, ma anche tra gli stessi giovani. Massima attenzione e sensibilità è richiesta a tutti. c) «Smettiamola di credere che il caso UniBs sia eccezionale». Sì. Qui la grandine è arrivata prima, ma è una tempesta annunciata ovunque. d) «La città deve costringere anche Laba e Cattolica». No. «Costringere» è come «insabbiare», una parola ispida, che rimanda proprio il contrario di ciò che va fatto: non lasciare solo chi subisce, acquisire consapevolezza ed educarsi, vicendevolmente. e) «Dobbiamo fare in modo che questo percorso diventi un fiore all’occhiello di Brescia». Sì. Punto. f) «La paura dell’università è di perdere immatricolazioni». Ni. Nel senso che qualcuno può essere preoccupato dai conti spiccioli, ma il vero dispiacere per chi ha a cuore l’università è che il lavoro svolto in tanti anni vada gambe all’aria. Su questo però non ho timori: la realtà bresciana è forte e ne uscirà migliore. E da padre posso dire che farei studiare i miei figli più qui che altrove, perché a Brescia almeno se ne parla e parlarne è il primo passo per creare cultura ed evitare abusi.
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