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Una manifestazione pro Gaza a Milano - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La 32enne è accusata in concorso di istigazione: per gli inquirenti amministrava con il marito i canali social del movimento. Il suo cellulare ha permesso di rintracciare Siher
Il taser sequestrato dai carabinieri
Lo studente ha azionato lo storditore elettrico nell’aula magna dell’Antonietti. Nessuno è rimasto ferito: il dispositivo è stato recuperato dai carabinieri e il giovane denunciato
Giorgio Massenza Milani © www.giornaledibrescia.it
Il titolare Giorgio Massenza Milani abbasserà la serranda il 31 dicembre. La sua analisi tra l'impatto della moda veloce, il calo della sartoria artigianale e il cambio delle abitudini e dell’identità del centro storico
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Enzo Bertuzzi con alcune sue opere - © www.giornaledibrescia.it
di Alessia Tagliabue
Prima disegnatore meccanico e progettista poi titolare di uno studio fotografico, la storia di una svolta artistica «per non morire senza lasciare il segno»
Franzoni non ha concluso il gigante di Soelden - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il gardesano era 19esimo dopo la prima manche del gigante di Coppa del Mondo. Poi l’errore nel finale: «Peccato, poteva uscire una buona gara»
Serie C, gli scatti di Desenzano-Giana Erminio
di Enrico Passerini
Seconda sconfitta consecutiva per i gardesani, battuti 2-1 dalla squadra dell'ex Tacchinardi. Dopo il vantaggio di Magazzù, Santini firma il pareggio, ma una prodezza di Ballabio condanna gli uomini di Gaburro
I ragazzi dell'ultimo progetto Fsl
La direttrice Lucia Signori: «Quando gli studenti capiscono come funziona il nostro mondo, si appassionano». Così arrivano anche idee come… il selfie con l'aureola alla mostra sui santi
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La violenza digitale nelle relazioni adolescenziali ha forme diverse e spesso difficili da riconoscere. La psicologa Gaia Cuccì spiega quali sono i campanelli d'allarme e perché è fondamentale educare al rispetto e al consenso
La cataratta non è solo una questione di età
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Un’onorificenza ambita all’insegna di impegno e orgoglio. Inizia un viaggio tra i protagonisti bresciani
Le vampate di calore, tra i primi sintomi della menopausa precoce dopo il ciclo irregolare
Tra i sintomi anche gli sbalzi d’umore. L’esperto: «Conoscere quello che sta succedendo aiuta a viverlo con più tranquillità»

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Lettera al Direttore

Una riflessione sulla felicità, sulla crescita e sul rischio di giudicare un’intera generazione attraverso il comportamento di pochi. «Perché cerco la felicità? Che cos’è davvero questa felicità che desidero? Perché sento il bisogno di cambiare la mia vita per raggiungere qualcosa che nemmeno conosco? E soprattutto, qual è il primo passo?». Sono domande di un adolescente. Domande straordinarie, che meritano di essere ascoltate e prese sul serio. Perché è proprio quando un ragazzo comincia a interrogarsi sul significato della propria esistenza, sui propri desideri e sul proprio futuro che inizia quel meraviglioso e difficile cammino che lo porterà a diventare uomo, a diventare adulto. Diventare grandi non significa semplicemente compiere diciotto anni, trovare un lavoro o raggiungere l’indipendenza economica. Significa iniziare a chiedersi per che cosa valga la pena vivere. Significa scoprire che non basta desiderare qualcosa per essere felici, che non tutto ciò che attrae realizza, che la libertà non consiste nel fare qualsiasi cosa, ma nell’imparare a scegliere ciò che rende bella e significativa la propria esistenza. Ecco i giovani che incontro. Ragazzi che cercano, che si interrogano, che sbagliano, che desiderano essere amati e che hanno bisogno di adulti capaci di accompagnarli senza pretendere di avere sempre una risposta pronta. Poi arrivano i fatti di Milano di sabato 17 ottobre. Episodi di caos, saccheggi e violenza. Ed ecco migliaia di parole, analisi sociologiche, commenti sul disagio giovanile, sulla crisi educativa, sulla generazione perduta. Ma siamo sicuri di guardare la realtà nelle sue giuste proporzioni? Da sempre le grandi città conoscono momenti di tensione collettiva. Da sempre, in determinate circostanze, l’effetto folla può favorire comportamenti che le singole persone difficilmente metterebbero in atto da sole. Questo non giustifica nulla, naturalmente. Chi distrugge, aggredisce o saccheggia deve rispondere delle proprie azioni. Ma un conto è condannare con fermezza la violenza, un altro è trasformare il comportamento di alcune centinaia di ragazzi in una diagnosi sociologica su milioni di giovani. Anche assumendo una partecipazione complessiva di circa cinquemila persone e alcune centinaia di responsabili delle violenze, staremmo parlando di una realtà numericamente molto circoscritta rispetto alla popolazione di Milano e, ancor più, a quella dell’intera Lombardia. Possiamo davvero utilizzare una minoranza così limitata per descrivere un’intera generazione? Credo che abbiamo bisogno soprattutto di realismo. Non di minimizzare, ma nemmeno di ingigantire. Non di nascondere i problemi, ma di riconoscerne le dimensioni effettive. Sappiamo che consegnare senza adeguata educazione e accompagnamento strumenti tecnologici potentissimi a bambini e preadolescenti comporta rischi importanti. Su questo famiglie, scuole e istituzioni devono assumersi responsabilità concrete. Ma anche qui occorre evitare facili scorciatoie: non possiamo attribuire automaticamente alla tecnologia ogni comportamento violento, né considerare tutti gli adolescenti incapaci di gestire la propria libertà. Ogni giorno migliaia di ragazzi studiano, praticano sport, aiutano in famiglia, fanno volontariato, frequentano gli oratori, si impegnano per gli altri. E soprattutto si pongono domande profonde, come quelle sulla felicità da cui siamo partiti. Di questi ragazzi si parla troppo poco. Non fanno notizia perché non rompono vetrine, non saccheggiano negozi, non provocano scontri. Eppure sono una parte fondamentale della realtà giovanile. Il rischio è che, continuando a raccontare i giovani quasi esclusivamente attraverso i loro comportamenti peggiori, finiamo per non vedere più tutto il bene che esiste. Non abbiamo bisogno di adulti che descrivano continuamente i ragazzi come un problema. Abbiamo bisogno di adulti che li conoscano, li ascoltino, li responsabilizzino e abbiano fiducia nelle loro possibilità. E forse dovremmo tornare proprio a quella prima domanda: «Che cos’è la felicità che sto cercando?». Un adolescente che si pone questa domanda non è semplicemente un ragazzo in crisi. È una persona che sta crescendo, che comincia a prendere sul serio la propria vita. Non lasciamo che il rumore di poche centinaia di ragazzi ci impedisca di ascoltare le domande silenziose di migliaia di altri giovani. Perché è proprio da quelle domande che nasce il futuro. Don Umberto Tagliaferri Caro don Umberto, ha ragione, dei giovani tutti parlano, pochi li fanno parlare. Dovremmo invece cominciare a farlo, da adulti, ciascuno per il proprio ruolo, evitando omertà e silenzio. A questo proposito, ci ha colpito la testimonianza di una quasi diciottenne, all’ultimo anno del liceo. Nella sua classe, abbiamo saputo, diverse sono le posizioni riguardo quanto sta accadendo, parecchie critiche, altre più aperte alla comprensione, mai alla violenza. Nessun insegnante ha però chiesto loro cosa pensassero, ne hanno discusso in proprio. A dimostrazione che la maturità non è questione d’età, bensì di cuore e sguardo.

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