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Lettere al Direttore
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Il ricordo di un guerriero gentile: la forza del sorriso fino all’ultimo passo. Ci sono persone che attraversano la vita lasciando un’impronta leggera, e ci sono persone che, invece, lasciano un solco profondo nel cuore di chiunque accosti il loro cammino. Vittorio Lanfredi era senza dubbio uno di questi. Ho avuto il privilegio e l’onore di stargli accanto, di assisterlo e di condividere con lui i giorni difficili di una lotta spietata contro la malattia. E se c’è una cosa che questa esperienza mi ha insegnato, è che il vero coraggio non fa rumore: ha il soffio di una battuta di spirito detta quando avrebbe fatto più comodo arrendersi al pianto. Fino all’ultimo istante, ha dimostrato una forza e una dignità incredibili. Di fronte a un mostro che cercava di rubargli il tempo, lui ha risposto con l’arma più potente e spiazzante di tutte: l’autoironia. Saper ridere di sé e alleggerire il peso del dolore per non farlo gravare sugli altri è un dono raro, un atto di puro amore e di un’intelligenza emotiva fuori dal comune. Non si è mai pianto addosso; ha guardato la sofferenza negli occhi e le ha sorriso in faccia, insegnando a tutti noi cosa significhi davvero «lottare». La sua non è stata solo resistenza. È stata una lezione di vita magistrale, scritta con il coraggio di chi non si lascia sconfiggere nell’anima. Dietro a questo grande uomo c’era però un esercito d’amore. Una famiglia immensa, solida, unita, il figlio Donato, la nipote Silvia che lo hanno accompagnato con dedizione e amore in questo lungo ed estenuante viaggio. La sua vita è stata come una nave costretta ad attraversare l’oceano più scuro e le tempeste più violente. Ma su quella nave nessuno è mai rimasto solo. Al timone, nel ruolo del capitano più saldo e sicuro, c’è stato il dottor Ghitti, seguito poi dalle cure dell’infermiera Mariarosa e della signora Marina. Ghitti con una professionalità immensa, una dedizione instancabile e, soprattutto, con una straordinaria e profonda umanità, ha guidato la barca attraverso i marosi più spaventosi. Ha saputo tracciare la rotta quando il cielo era nero, diventando per noi un faro di speranza, un porto sicuro a cui aggrapparsi quando le onde rischiavano di travolgerci. E, in questo cerchio di affetto, brilla la luce di una figlia devota, che è diventata la sua ombra, i suoi passi, il suo porto sicuro. L’ha seguito passo dopo passo, con una dedizione che va oltre il dovere filiale: è stato un cammino d’amore puro, una staffetta di sguardi, di mani strette, di silenzi densi di un affetto che la morte non può minimamente scalfire. Oggi il dolore è un vuoto immenso, un peso sul petto che toglie il fiato. Ma se chiudiamo gli occhi, possiamo ancora sentire la sua forza. Ci lascia un’eredità preziosa: il ricordo della sua ironia, la certezza che l’amore familiare può scudo contro qualsiasi tempesta, e l’esempio di un uomo che ha lottato come un leone, senza mai perdere la sua straordinaria umanità. Non misureremo mai il valore della sua vita da come la malattia lo ha consumato, ma da come lui ha consumato la malattia: un sorriso alla volta, una battuta alla volta, con una dignità che ha reso persino il dolore qualcosa di sacro. Nessun addio potrà mai cancellare quello che è stato. Perché gli uomini come lui non se ne vanno mai davvero. Restano nei corridoi di casa, nell’eco di una risata che ancora risuona nei momenti più impensati, nella forza monumentale che ha trasmesso a sua figlia e nel legame indissolubile di questa meravigliosa, grande famiglia che ha tanto amato. A te, che hai lottato come un gigante e hai saputo sorridere fino all’ultimo respiro, va il nostro applauso più grande. Il dolore prima o poi si attenuerà, ma l’orgoglio di averti vissuto, assistito e amato non svanirà mai. Il tuo viaggio è finito, la tua battaglia è vinta. Adesso riposa in pace, guerriero. E da lassù, ti preghiamo, continua a guardarci con quell’ironia che ti ha reso unico, insegnandoci ancora a non avere paura di niente. Silvia Gilardoni Cara Silvia, ha detto tutto lei, non potremmo aggiungere alcunché, se non il piacere commosso che ci ha dato la lettura di righe così sentite, partecipate. E se proprio dovessimo auspicare qualcosa per noi, chiederemmo il coraggio di Vittorio nell’affrontare il male armandosi di autoironia: «Saper ridere di sé e alleggerire il peso del dolore per non farlo gravare sugli altri. Un dono raro, un atto di puro amore e di un’intelligenza emotiva fuori dal comune».
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