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Lettere al Direttore
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È ormai un’abitudine sentire che chiunque venga indagato e quindi interrogato da giudici e magistrati possa avvalersi della facoltà di non rispondere, sia che si tratti di un possibile omicida che di un qualsiasi altro tipo di criminale. Il solo fatto di potersi rifiutare di fornire precise risposte è segnale di impotenza della giustizia ed ostacolo alla ricerca della verità. Questo «diritto» andrebbe definitivamente vietato in ogni situazione di indagine, attraverso l’abrogazione di tale legge. Cosa aspettiamo a farlo? Fabio Poddine Rezzato Caro Fabio, comprendiamo che in un tempo in cui ci si limita a vagliare la superficie, certe scelte possano sembrare immotivate. Nostro compito tuttavia è anche sondare la profondità delle questioni, oltre ad avere buona memoria. La facoltà di non rispondere si applica per il principio del «nemo tenetur se detegere» («nessuno è tenuto ad accusare se stesso»). In tempi antichi invece, la confessione era considerata la «regina delle prove» e per ottenerla si faceva di tutto, compreso un largo uso della tortura giudiziaria. Ecco perché qualche secolo fa, nei Paesi così detti «civili», fu stabilito che l’accusa doveva trovare le prove da sé, senza estorcerle all’imputato. Un buon motivo per evitare tentazioni di scorciatoie e continuare con quella tradizione tuttora.
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