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Lettere al Direttore
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Scrivo da imprenditore bresciano che opera da molti anni nel settore della ristorazione, ma soprattutto da collega che conosce personalmente la famiglia Bedussi e la realtà professionale che ha costruito nel tempo. Ho letto l’articolo pubblicato dal Giornale di Brescia relativo alla recente sanzione che ha interessato la loro attività e confesso di essere rimasto profondamente dispiaciuto, non tanto per la notizia in sé - che un giornale ha naturalmente il diritto e il dovere di raccontare - quanto per la scelta di dare evidenza al nome dell’attività e, di conseguenza, di esporla pubblicamente in maniera a mio avviso sproporzionata rispetto alla contestazione. Le regole devono essere rispettate e i controlli sono indispensabili. Su questo non credo possa esserci discussione. Ma credo debba esistere anche un principio di proporzione nel modo in cui una notizia viene raccontata. Una contestazione relativa ad alcune etichette mancanti o non conformi, per quanto debba essere corretta e sanzionata quando previsto, non può diventare agli occhi del lettore una macchia capace di mettere in discussione la serietà, la sicurezza o la professionalità di un’intera attività. E soprattutto non dovrebbe cancellare, in poche righe, tutto ciò che quella famiglia ha costruito in anni di lavoro. Trovo ancora più amaro che questo sia accaduto proprio in un momento nel quale l’attività aveva appena ottenuto il massimo riconoscimento come bar dalla guida del Gambero Rosso: un risultato prestigioso che, conoscendo il loro lavoro, ritengo assolutamente meritato. Da qui nasce il mio disappunto. Il problema non è raccontare un controllo o una sanzione. Il problema è domandarsi quale conseguenza possa avere la pubblicazione del nome di un’attività quando la contestazione è circoscritta e non riguarda, per quanto risulta, fatti tali da giustificare nell’opinione pubblica un sospetto generalizzato sulla qualità del suo lavoro. Un giornale autorevole come il Giornale di Brescia ha una forza enorme sul territorio. Un nome pubblicato su quelle pagine rimane. Viene condiviso, commentato, indicizzato, ripreso sui social. E molto spesso il titolo rimane nella memoria delle persone più delle circostanze effettive che hanno determinato la sanzione. Per questo credo che, insieme al diritto di cronaca, esista anche una grande responsabilità nel valutare il peso che viene dato alle notizie. Chi non vive quotidianamente il nostro settore difficilmente può rendersi conto della quantità di procedure che oggi un’attività di ristorazione deve rispettare: Haccp, tracciabilità, registrazioni, allergeni, etichette, scadenze, formazione, sicurezza e decine di altri adempimenti. Questo naturalmente non significa giustificare gli errori. Significa però distinguere un errore o un’irregolarità amministrativa da comportamenti realmente gravi e potenzialmente pericolosi per il consumatore. Sono due cose profondamente diverse e credo che anche il racconto giornalistico dovrebbe aiutare il lettore a comprenderne la differenza. Dopo aver espresso pubblicamente la mia solidarietà alla famiglia Bedussi, ho ricevuto moltissimi messaggi e reazioni. Lo stesso figlio della famiglia mi ha telefonato personalmente per ringraziarmi. Questo mi ha fatto riflettere ancora di più su quanto possa pesare, umanamente e professionalmente, trovarsi improvvisamente esposti al giudizio pubblico dopo una vita trascorsa a costruire credibilità. Non scrivo questa lettera per chiedere sconti a nessuno e nemmeno per contestare il lavoro degli organi di controllo. Scrivo perché credo che il giornalismo locale abbia anche il compito di proteggere un valore preziosissimo: la proporzione. Raccontare i fatti, certamente. Contestualizzarli, altrettanto. Ma evitare che una contestazione circoscritta si trasformi, attraverso l’esposizione del nome, in una sentenza reputazionale. Perché una sanzione si paga. Un errore si corregge. Un’etichetta si rifà. Una reputazione costruita in decenni di lavoro, invece, è molto più difficile da ricostruire quando viene ingiustamente compromessa. Ed è proprio per questo che, da imprenditore, da collega e da lettore, credo che in questo caso la scelta editoriale sia stata un errore sul quale valga la pena riflettere. Benigno «Mino» Dal Dosso Imprenditore nel settore della ristorazione Caro Mino, grazie per questa lettera appassionata e sincera, che dà modo di spiegarci. È vero, ha ragione: un giornale forma una reputazione e ciò vale ancor più per un Giornale qual è quello di Brescia, che proprio in virtù della propria autorevolezza «ha una forza enorme». Una responsabilità che, glielo assicuriamo, ci fa da bussola, sempre. Proprio in ragione di ciò non possiamo concedere quello che chiede. L’autorevolezza infatti non viene dalla discrezionalità o dall’arbitrio di omettere una notizia, bensì dal raccontarla compiutamente, senza ergerci a giudici o tribuni del popolo, limitandoci a fare i giornalisti. Senza svolazzi teorici, restando nel concreto di questa situazione, provi a mettersi nei nostri panni. Nel giorno stesso in cui in prima pagina abbiamo dato notizia di un prestigioso premio vinto da una pasticceria, il Nucleo Antisofisticazioni dei Carabinieri ha diramato un comunicato per informare la collettività che in seguito a un controllo sono emerse in quello stesso locale delle irregolarità. Cosa fare in questo caso? Far finta di nulla? Mancheremmo al compito principale per cui un giornale esiste: dare le notizie, non ometterle. Citare il caso senza mettere nomi vorrebbe dire da un lato usare due pesi e due misure, dall’altro creare sospetti riguardo gli altri esercizi presenti in zona, a cui invece nulla è stato contestato. Ecco perché la decisione è stata sofferta, ma semplice: informare, senza censure, badando a non enfatizzare, a non cavalcare l’onda emotiva e altresì a dare modo ai diretti interessati di poter dire la loro, di difendersi insomma, come in effetti è avvenuto. Perché qui sta la differenza, caro Mino: le notizie non si nascondono, si danno, con lo stile che distingue un giornale serio da uno omertoso o caciarone. Ecco perché non possiamo considerare la scelta fatta un errore, bensì l’esempio di cosa significhi dirigere un giornale, con la coscienza tranquilla di chi ha una stella polare limpida e può spiegarla, guardando dritto negli occhi con schiettezza e lealtà coloro che come lei ne chiedono conto. E se così avviene, le persone oneste sanno benissimo farsi un giudizio equilibrato, come ha fatto lei, sia sulla credibilità di coloro che hanno ricevuto una sanzione, sia su chi ha dato modo loro di spiegarsi.
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