La bellezza nel quotidiano

Solo nudi possiamo rinascere nell’anti-fragilità

Esiste un tipo di morte, diversa da quella fisica, che è alimentata dalla paura di ascoltarci e lasciarci spogliare dalle sofferenze che ci travolgono
Bianca Brotto

Bianca Brotto

Commentatrice

Ciuffi d'erba
Ciuffi d'erba

C’è qualcosa di straordinario in Sonia. C’è forza. Presenza. La bara di Claudio, suo marito, è al centro del soggiorno, con l’album di nozze appoggiato sul feretro chiuso. La casa è piena di gente, in un viavai continuo che dura da sette giorni: c’è chi porta cibo, chi parole, chi semplicemente sceglie di restare. Una settimana fa Claudio stava bene, prima di inforcare la moto e dirigersi all’appuntamento con il destino che lo aspettava di lì a due minuti. L’impatto è stato inevitabile. E fatale.

«La morte fa parte della vita, è da mettere in conto – dice Sonia con voce pacata –. Con Claudio ne parlavamo. Sapevamo che prima o poi sarebbe arrivata, ma non ci pensavamo troppo. Ci godevamo la reciproca compagnia. Ci bastava stare insieme per dare un senso a un film sul divano, a una poesia, a una passeggiata. I tanti ricordi felici sono il mio tesoro: il Cammino di Santiago, gli audiolibri che amavamo condividere, le gite in montagna, le cene con gli amici, i tanti anni di lavoro fianco a fianco. Mi sento forte. Poi magari non sarà sempre così, ci saranno alti e bassi, dovrò riorganizzare le giornate non più a due, ma confido negli aiuti che arriveranno, come la poesia della Candiani che, stamattina, parlava proprio a me, al mio orizzonte curvo».

Leggo le parole di Chandra Livia Candiani: «La vita nuova arriva taciturna dentro la vecchia vita, arriva come una morte, uno schianto, qualcuno che spintona così forte. Un crollo. È una scrittura tanto precisa e netta da non lasciare dubbi né sfumature di senso, eppure non dà direzioni né mete. La vita nuova irrompe come un vecchio che cade sul ghiaccio, un pensiero davanti a un muro, la sirena di un’ambulanza. Non ci sono feriti né annunci di sciagura. Solo noi da convincere a lasciar perdere il miraggio di una via rettilinea, di un orizzonte, lasciarsi curvare, piegare alla tenerezza delle anse del destino. La vita nuova è come un grande tuono sbriciolato poi, a poco a poco, l’erba si china sotto la pioggia. La prende. La beve».

Mi guardo attorno: c’è chi vive attraversando l’esistenza con la forza d’animo di Sonia, e chi sopravvive in gabbie grigie o dorate scegliendo la morte in piedi, pur di sopportare situazioni stagnanti e non permettere al cambiamento di arrivare.

La morte fisica, quella che ha strappato Claudio, è come «uno schianto» che irrompe «dentro la vecchia vita». L’altra è una morte scelta, alimentata dalla paura di ascoltarci e lasciarci spogliare dalle sofferenze che ci travolgono per denudarci, perché solo da nudi possiamo rinascere nell’anti-fragilità.

Il lutto di Sonia mi insegna ad abbandonare «il miraggio di una via rettilinea», a fluire con il cambiamento che arriva «come un vecchio che cade sul ghiaccio» e ad aver cura di me piegandomi «alla tenerezza delle anse del destino».

Sonia non si è spezzata. È rimasta in piedi nel vuoto che si riempie di ricordi. La sua forza la rende capace di una visione salvifica dell’esistenza che, anche quando si curva, può ancora fiorire. Ecco il risultato visibile di una vita consapevole. Chapeau, Sonia! «Poi, a poco a poco, l’erba» si chinerà sotto la pioggia. Tu la prenderai. Tu la berrai. Per te. E per ognuno noi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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