Si sono concluse ieri le discussioni delle difese degli otto imputati accusati a vario titolo di aver partecipato, la sera del 24 dicembre del 2023, all’aggressione e all’omicidio del 51enne indiano Ranjit Singh. Un delitto che, secondo la ricostruzione della Procura, che ha chiesto complessivamente oltre 170 anni di carcere, era maturato come vendetta per l’incendio di alcuni veicoli di proprietà di un imprenditore indiano che avrebbe poi dato mandato al suo caposquadra di «dare una lezione» al suo ex dipendente che sui social si vantava del rogo.
L’udienza
Nell’udienza davanti alla Corte di Assise, presidente Cristina Ardenghi, ha preso la parola l’avvocato Monica Fassera che difende Rohan Kumar, l’imputato per il quale è stata chiesta la pena più bassa, sei anni e due mesi, con l’esclusione della premeditazione.
«In questo processo c’è un unico filo conduttore ed è quello che lega tutte le testimonianze degli imputati che hanno escluso responsabilità di Rohan. Tra gli altri ci sono questioni in sospeso che hanno orientato le loro chiamate in correità ma tutti hanno escluso il ruolo del mio assistito, lui voleva solo andare ad una festa e non sapeva nulla di quello che poi successo». Un soggetto che secondo la difesa era estraneo al gruppo e all’ambiente, vive in provincia di Cremona, e che si trovava con loro «solo perché non aveva la sua auto e gliene avevano prestata una. Quando è stato commesso l’omicidio lui era da un’altra parte».
Pone molti distinguo e mette in dubbio parte della ricostruzione della Procura anche l’avvocato Lorena Mezzana che difende Hammad Manzoor, per cui sono stati chiesti 10 anni e otto mesi, anche per lui senza premeditazione. «In questo processo si è parlato molto del gruppo ma non è stato valutato abbastanza il contributo soggettivo. Serve valutare l’estraneità di taluni concorrenti», come ha poi chiesto per Hammad appunto. «Si tratta di un ragazzo di cittadinanza italiana e origini pachistane, che non conosce gli altri se non di vista e che non ha mai lavorato per l’imprenditore che è indicato come mandante dell’aggressione».

Allo stesso modo «non conosce la vittima, non lo ha mai visto, non gli hanno mandato la foto e non aveva rapporti con nessuno dei suoi familiari». Secondo il suo difensore Hammad Manzoor è sceso dall’auto con cui era arrivato insieme agli altri «ed è rimasto davanti al cofano a fumare una sigaretta, guardandosi intorno per cercare un parcheggio come gli era stato chiesto da Suraj Sharma. Ha visto solo da lontano il primo colpo e la vittima che cadeva, è salito in auto e ha solo aspettato che lo riportassero a casa».
Si torna in aula il 7 luglio quando, dopo eventuali repliche, la Corte entrerà in camera di consiglio per emettere il suo verdetto.




