Al femminile

Serve coraggio per guardarsi con spietata onestà

«Ecco il prodigio suo e di ognuno di noi: smettere di essere spettatori, accettare il crollo dei ruoli che ci ritroviamo cuciti addosso»
Bianca Brotto

Bianca Brotto

Commentatrice

Una casa in montagna
Una casa in montagna

È una storia che mi è rimasta dentro, quella di Omar. Forse perché la sua vicenda non è diversa da quanto succede a noi quando consumiamo il tempo senza ascoltarci nel profondo. O forse perché la sveglia dell’anima, prima o poi, si accende. Per tutti.

A Omar il primo «Drinn» è arrivato a quarant’anni, dopo aver rigato dritto lungo i binari di un quadretto matrimoniale regolare, ma privo di amore, e di un lavoro redditizio, ma non appassionante, nell’azienda di famiglia. Il suo trillo è stato un’inquietudine interiore che l’ha portato, per la prima volta, a un corso di «Guarigione Pranica» a Roma. Al seminario Omar si sente male. Corre in Pronto Soccorso. La diagnosi è un altro «Drinn», stavolta ad alto volume: cancro diffuso in tutto il corpo, ossa comprese. L’unica spiaggia è la terapia del dolore per affrontare un tempo che ha i mesi contati.

Omar rifiuta il ricovero, si imbottisce di antidolorifici, inforca la moto e torna al Nord. Non rivela il verdetto a nessuno. «Arrivo di notte, vado nel cortile della mia azienda e inizio a correre urlando e scagliando rabbia contro la spietata sentenza. Infine crollo. Piango. Poi entro nel mio ufficio e infilo i referti medici ad uno ad uno nel tritacarte, al ritmo delle peggiori imprecazioni possibili».

In quel preciso istante, Omar si ascolta e decide di prendersi un anno sabbatico, allontanandosi, «ippocraticamente», dai luoghi e dalle persone che lo hanno reso malato. Si ritira nella sua baita in montagna perché «trovare se stessi è un viaggio in solitaria», racconta. Immerso nella natura e nel suo «me con me», Omar non sa bene cosa fare. Semplicemente, si ferma. Accetta di poter morire come di poter vivere ma, comunque vada, vuole esserci. Vuole abitare il presente.

Continua con gli antidolorifici, cambia dieta eliminando ciò che infiamma, gli zuccheri in primis. Si nutre di frullati fatti con gli ortaggi biologici del vicino. Dimagrisce moltissimo, ma mentre il corpo si svuota, l’anima torna a respirare. Fa ciò che lo fa star bene: i giri in moto, il silenzio, la meditazione. Passano i mesi. È ancora vivo.

Riduce i farmaci. L’energia torna a fluire. Resta lassù un anno intero a fare pulizia interiore e quando decide di tornare in città, sceglie di eliminare dal quotidiano ciò che non gli corrisponde, moglie e lavoro compresi. Non è più un automa. Ora dialoga con se stesso e scioglie i conflitti appena si affacciano. Solo alcuni anni dopo, con il cuore in gola, farà un check-up completo che lo dichiarerà sano.

Osservo Omar. La sua guarigione è stata solo l’effetto collaterale di un miracolo più grande. Non ostinandosi a trattenere tutto e spogliandosi di ciò che non risuonava con lui, ha lasciato spazio a chi era, a chi è, davvero. Ecco il prodigio suo e di ognuno di noi: smettere di essere spettatori, accettare il crollo dei ruoli che ci ritroviamo cuciti addosso. Guardarci con spietata onestà. Fare il vuoto. Sganciarci dalle aspettative. Avere il coraggio di cambiare cogliendo i primi disagi senza attendere che sul cruscotto del corpo compaiano le spie rosse, quelle che si accendono per un solo motivo: ricordare all’anima di tornare a casa. Di tornare ad ascoltarci. Di tornare a noi. Anche oggi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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