«L’Intelligenza artificiale non ci sta chiedendo se siamo più intelligenti delle macchine, ma se siamo ancora abbastanza umani da meritare di guidarle». Da pochi giorni il professor Giuliano Noci è stato confermato dal Consiglio dei ministri nel Comitato di coordinamento per l’aggiornamento della Strategia nazionale per l’AI. Un incarico che ben si accosta all’impregno preso alcune settimane prima con il dicastero guidato da Marina Calderone, con cui il docente del Politecnico di Milano è entrato a far parte del Comitato per l’impatto dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro. «Al di là delle specifiche commissioni, mi creda, il tema vero è capire cosa cambia davvero al mondo», riconosce l’esperto.

Da sempre sostiene che l’AI non andrà a cancellare il lavoro, bensì una certa idea di lavoro: quella fondata sull’esecuzione seriale di processi convenzionali, ripetitivi e a basso valore cognitivo. In sostanza cosa cambierà?
Innanzitutto, dobbiamo collocare l’intelligenza artificiale in più ampio processo di trasformazione digitale che sta interessando il mondo intero: l’AI, grazie all’avvento di Internet, si è potenziata di molto da venticinque anni a questa parte e ha cominciato a diffondersi in tutto il globo. Adesso però siamo tutti in allarme perché nel frattempo molti oggetti si sono connessi tra di loro grazie a internet, generando una grande mole di dati. Nello stesso arco temporale è evoluta anche la potenza di calcolo e a questo punto l’intelligenza artificiale ha avuto un boost incredibile, grazie ai famosi algoritmi che utilizzano quella fatidica mole di dati. L’AI, insomma, non va vista come qualcosa di completamente nuovo: è la chiusura di un ciclo iniziato tanti anni fa e condizionato dal fatto che ormai siamo immersi in un mondo di dati con una grande capacità di calcolo.
Lei ha addirittura paragonato l’AI a una moderna fonderia, capace anche di generare analisi e decisioni ...
Dobbiamo vedere l’AI come un nuovo processo produttivo che anziché lavorare sul ciclo della materia prima o, più in generale, della materia fisica, lavora sul ciclo del dato. Quindi è un processo produttivo che trasforma il dato in analisi, predizioni o in azioni che sviluppano delle macchine, ad esempio i robot. Di fatto abbiamo a disposizione un nuovo processo produttivo che lavora non più sulla catena fisica, ma su quella del dato.
Provo allora a mettermi nei panni di un imprenditore siderurgico, di fronte a questo scenario di cosa dovrei preoccuparmi?
Il primo errore che dobbiamo evitare è di vedere l’evoluzione tecnologica dell’AI come un qualcosa di "staccato" rispetto alla prospettiva umana e alla dimensione più tradizionale delle catene del valore. In realtà è un qualcosa, un processo che va a convergere e supportare le catene del valore. L’AI non si sovrappone e non elide l’uomo, al contrario l’intelligenza artificiale sublima l’uomo perché l’uomo avrà il compito di pensare di prendersi le responsabilità, di fare le domande giuste all’algoritmo o al robot. È come se la nuova catena del valore che vede sovrapposto materia e dato, spostasse l’uomo dalla dimensione di fatica esecutiva fisica e dei compiti a media conoscenza ripetuti nel tempo a un impiego più "alto" e prestigioso dal punto di vista cognitivo perché processerà gli output dell’intelligenza artificiale, li modificherà e darà gli ordini all’AI.

Ciò impone inevitabilmente un cambiamento culturale immediato, non crede che sia attualmente irrealizzabile?
Io le ho fatto una prospettiva a 20 anni data. Oggi i robot non sono minimamente in grado di sostituire in molti contesti l’uomo anche perché il contesto dove l’uomo opera è molto più complesso di quello che ci immaginiamo: un’altra cosa è far compiere a un robot delle azioni in un contesto che è controllato. In chiave prospettica, comunque, l’uomo farà meno fatica e sarà chiamato a compiti cognitivamente più elevati: questo è il primo elemento che ci deve porre in una dimensione diversa. Non è che l’uomo non lavorerà più o verrà sostituito all’intelligenza artificiale: l’uomo farà compiti più alti. Tenga peraltro presente dell’andamento demografico: nei prossimi dieci anni perderemo 10 milioni di occupati e avremo un enorme bisogno di lavori esecutivi.
Da questa prospettiva, paradossalmente, con l’inverno demografico l’AI diventa un’opportunità.
Esatto. Le imprese fanno già oggi fatica a trovare maestranze e la loro richiesta aumenterà esponenzialmente nei prossimi anni. Tenga conto che il genere umano, di fronte alle grandi trasformazioni, ha sempre palesato una reazione di timore. Quando è arrivata l’automobile si paventava in primo luogo che togliesse lavoro ai cocchieri delle carrozze trainate dai cavalli e, in secondo luogo, si sospettava che l’auto fosse troppo pericolosa per l’incolumità dell’uomo. In realtà si è verificato che l’auto ha creato lavoro e nuove economie e nel frattempo l’uomo può viaggiare lunghe distanze nella massima sicurezza. Anche con l’avvento dell’AI ci sono elementi abbastanza oggettivi che ci portano a dire e indipendentemente dal fatto che nasceranno nuove economie, che l’uomo non sarà disoccupato.
L’uomo deve però dimostrare essere capace di guidare le macchine
A mio parere la più grande sfida che l’Italia (ma non solo) si trova a dover affrontare è quella relativa al sistema educativo: dobbiamo trasformare i processi formativi e fare in modo che le persone migliorino e sviluppino la loro capacità di problem solving, quindi di progettare e modellizzare problemi, di dargli soluzione con il supporto di forme maccaniche basate sull’Intelligenza artificiale.
Un altro rischio da evitare, ha scritto in un suo recente articolo, sono le «oligarchie cognitive immense» o il «capitalismo di chi possiede l'infrastruttura dell’AI».
Se l'intelligenza artificiale impatta sul bene comune, non possono essere dei privati a decidere che forma prenda questo bene comune. Quindi emerge il ruolo di soggetti che hanno la responsabilità pubblica del bene comune. Io credo che questo sia uno degli elementi che debba essere risolto quanto prima. Noi non dobbiamo commettere l’errore, come abbiamo commesso in parte con internet, di averlo vissuto come un fenomeno tecnico. Noi dobbiamo introdurre alcuni principi di base che devono permetterci di un buon governo di un processo così trasformativo, così come è stato fatto con le tecnologie nucleari. Certo che una volta che si è visto il disastro che è successo nella Seconda guerra mondiale, tutti si sono presi la responsabilità di dire questo disastro deve essere evitato e quindi hanno trovato una chiave comune di buon governo delle tecnologie nucleari anche nemici acerrimi come l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti. Allo stesso modo noi dobbiamo trovare una chiave di buon governo di una tecnologia altrettanto potente. Quindi l'auspicio è che Stati Uniti e Cina insieme all’Europa definiscano alcuni principi di riferimento sull’uso dell’AI.
Usa, Cina ed Europa seduti allo stesso tavolo: una circostanza difficile da immaginare in questo momento. Conviene?
Stando alle cronache, Cina e Stati Uniti hanno deciso che definiranno un tavolo di governance dell’AI ...
...Vero, ma se l’Europa fosse invitata a questo tavolo probabilmente si siederebbe in una posizione marginale?
Purtroppo l’Europa è in una posizione estremamente debole perché finora ha pensato a regolare l’AI e non agli investimenti nell’AI. Purtroppo l’Europa in questo momento è debole ed è per questo che io dico la sua sovranità possa attraverso avere delle idee chiare: fare degli investimenti molto rapidamente, essendo cosciente che avendo perso talmente tanto tempo, non può far tutto, quindi deve selezionare su che cosa puntare.

Lei ha anche detto che la via europea all'intelligenza artificiale passa dall'economia reale e si gioca nelle fabbriche. Come nello specifico?
Io credo che l’Europa sia, insieme alla Cina, un bastione manifatturiero del mondo. Gli Stati Uniti ormai hanno abdicato alla loro capacità di produrre. L’Europa deve pertanto puntare su una applicazione manifatturiera dell’intelligenza artificiale che, attenzione, va anche intesa come una dimensione di sopravvivenza. Dobbiamo riprodurre nel futuro il nostro patrimonio industriale: se non lo trasformiamo e non lo rendiamo digeribile l’intelligenza artificiale, lo perderemo, perché a quel punto l’AI sarà il veicolo attraverso il quale tramandiamo nel futuro la non conoscenza e se non lo faremo utilizzeremo applicazioni di intelligenza artificiale addestrate su altre culture e noi perderemo la nostra identità. Quindi l’AI diventa la forma attraverso il quale il futuro erediterà il vantaggio competitivo del Made in Italy del passato. Mi sono spiegato?
Sì, è stato per certi versi spietato ma chiarissimo.
Glielo ripeto, dobbiamo stare attenti. La forza di questo cambiamento è tale che se noi non ci proiettiamo nel brodo digitale, perderemo la nostra identità culturale originaria di natura industriale, tipica del Made in Italy. Per conservarlo dobbiamo ibridarlo nella realtà simulata del digitale, altrimenti lo perderemo. Sembra paradossale, è un messaggio forte ma credo che sia un messaggio che vada al punto e al centro della questione. La tua eredità culturale la mantieni se proietti la tua manifattura in senso digitale altrimenti la perderai e a quel punto non avrai più la tua identità.

Percepisce che gli imprenditori siano già pronti ad intraprendere questo percorso?
Gli imprenditori hanno una legittima affezione al materiale, ma per continuare a far vivere la materia dobbiamo proiettarla nel digitale, altrimenti quella materia lì non la faremo più perché non saremo più competitivi. E se noi non avremo addestrato le applicazioni, a quel punto useremo applicazioni di altri, i loro dati e saremo diventati loro "schiavi". Io credo che serva un elettroshock di consapevolezza, in questo momento gli imprenditori devono diventare degli sprinter della trasformazione.




