«Ho riscoperto i dipinti giapponesi che Ungaretti regalò alla sua musa»

I «fondi oro» del XVI-XVIII secolo studiati dal bresciano Paolo Linetti saranno presto esposti
Nicola Rocchi
I capolavori della collezione Ungaretti e Bianco
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I capolavori della collezione Ungaretti e Bianco - I capolavori della collezione Ungaretti e Bianco

L’incontro tra due mondi artistici e poetici distanti ma affini, siglato dalla riscoperta di una collezione di eccezionale valore, è stato celebrato ieri a Roma. In occasione del 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, è stata annunciata a Palazzo Valentini la riscoperta di una selezione di dipinti giapponesi antichi, appartenuti alla collezione di opere d’arte di Giuseppe Ungaretti e da lui donati a Bruna Bianco, compagna e musa degli ultimi anni di vita del poeta, scomparso nel 1970.

Bruna Bianco era presente ieri alla presentazione, accanto allo studioso bresciano di arte giapponese che è stato da lei incaricato di analizzare e far conoscere la raccolta: è Paolo Linetti, direttore del Museo d’arte orientale Mazzocchi di Coccaglio. Come lui stesso spiega al nostro giornale, le opere ritrovate - dipinti su fondo oro realizzati tra il XVI e il XVIII secolo - per la raffinatezza delle tecniche impiegate si collocano ai vertici dell’arte visiva nipponica dell’epoca. Gli abbiamo chiesto di illustrarci la genesi di questa ricoperta.

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La presentazione della mostra a Roma - IMG_3889.jpeg

Dottor Linetti, in cosa consiste la collezione?

È composta da tre nuclei: la sezione più bella fu comprata dal poeta proprio per Bruna Bianco. Tra le 400 lettere che i due si sono scambiati c’è anche quella in cui Ungaretti dice espressamente di avere acquistato quelle opere pagandole un occhio della testa… ma che vedeva in esse tutti i pregi che vedeva in Bruna.

Perché queste opere sono così importanti?

Anzitutto perché non sono le classiche stampe giapponesi ma dipinti, quindi opere uniche, antiche e rare. In più, la qualità è altissima. In una, ad esempio, sono presenti tre tecniche diverse di applicazione dell’oro; una di esse consentiva di ottenere una pittura a rilievo che oggi potremmo definire in 3D, ed era di talmente difficile esecuzione che nel XVII secolo si era già estinta. Un altro elemento di assoluta rarità è la presenza in queste opere di testi tratti dall’«Ise Monogatari», vergati in una calligrafia giapponese antica oggi accessibile solo a pochissimi specialisti.

Ungaretti, dunque, amava l’arte giapponese?

I racconti di Bruna restituiscono l’immagine di un conoscitore appassionato di quest’arte. Ungaretti andò in Giappone nel 1959-60. Conosceva Harukichi Simoi, il samurai amico di D’Annunzio che partecipò all’impresa di Fiume. Dietro una stampa di Hiroshige in casa di Bruna abbiamo trovato un biglietto da visita di Junzaburo Nishiwaki, un importante poeta giapponese. Fu lui a diffondere in Giappone la poetica di Ungaretti, che definiva «un distillato di poesia». Quando Nishiwaki venne in Italia, pretese che Ungaretti andasse a trovarlo in albergo per poter ascoltare i suoi ultimi componimenti.

Si può vedere una consonanza spirituale tra la poetica di Ungaretti e questi dipinti?

Nella collezione c’è un’opera in cui vengono accostate tre forme diverse di arte: un componimento poetico, una calligrafia esteticamente pregevole e un’opera d’arte. Ungaretti fece la stessa cosa: realizzò una serie di dittici, molto simili a quelli giapponesi, accostando le sue poesie alla raffigurazione di opere d’arte.

Cosa accadrà ora alla collezione?

Abbiamo già fatto delle analisi e verificato la stabilità delle opere. Le esporremo l’anno prossimo in due mostre itineranti a Pavia, Alba, Roma. Una, intitolata «Mirabili contemplazioni», proporrà una selezione dei dipinti più pregevoli. L’altra presenterà, accanto alle opere giapponesi, altri tesori della Collezione Ungaretti e Bianco: dipinti di Picasso, Modigliani, Guttuso, gli abiti disegnati da Ungaretti per Bruna e anche i gioielli che lei possiede.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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