Opinioni

Il caccia europeo non decollerà più

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha confermato all’ILA Berlin Air Show che la Germania «non proseguirà» nello sviluppo congiunto con la Francia dello FCAS
Massimo Cortesi

Massimo Cortesi

Editorialista

Un'ipotesi progettuale del Fcas con la livrea della marina militare francese - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Un'ipotesi progettuale del Fcas con la livrea della marina militare francese - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha confermato all’ILA Berlin Air Show che la Germania «non proseguirà» nello sviluppo congiunto con la Francia dello FCAS (Future combat air system, o SCAF, alla francese), caccia di sesta generazione destinato a competere per la supremazia aerea oltre la seconda metà di questo secolo.

— ISPI (@ispionline) June 9, 2026

Non è però un fulmine a ciel sereno: la decisione era nell’aria da tempo, sia per la storica riluttanza dei francesi, che prediligono progetti nazionali da sviluppare e gestire in chiave esportazione in totale autonomia, sia per una visione strategica diversa che vede Berlino più tradizionalmente vocata a ragionare in chiave Nato.

Secondo Merz la collaborazione franco-tedesca «proseguirà nello sviluppo del combat cloud» per gli aerei, cioè il software che gestirà in un’unica rete il caccia, i droni gregari dello stesso e i collegamenti satellitari. Ma poi ha annunciato un progetto autonomo per un nuovo velivolo portato avanti dal Team G6 (alleanza tra otto grandi industrie tedesche, Airbus Defence and Space, Autoflug, Diehl Defence, Hensoldt, Liebherr, MBDA, MTU Aero Engines e Rhode & Schwarz) aperto alla collaborazione di altri partner, a cominciare dalla Spagna: Madrid infatti non è entrata nel progetto F35, l’aereo Usa di quinta generazione, e registra quindi un «vuoto» dopo i suoi Eurofighter, di 4a generazione (pur avanzata). Nel progetto saranno coinvolte, a quote non paritarie, le aziende spagnole Indra, GMV e ITP Aero.

Anche la Svezia sarebbe un potenziale soggetto della nuova alleanza: Stoccolma utilizza gli eccellenti Gripen E (caccia medio-leggeri di quarta generazione «plus», già adottati in Brasile e scelti in prospettiva anche da Kiev) ritagliati sulle sue peculiari esigenze, ma non è pensabile che Saab possa sostenere da sola gli investimenti necessari per un doppio salto generazionale.

Berlino in ogni caso economicamente parlando ha tempi stretti: a fine anno, infatti, termina la prima fase contrattuale del defunto programma FCAS e Airbus rischia di disperderne il know how e mettere in forse il futuro del sito di Manching (in Baviera) dove oggi vengono prodotti gli Eurofighter Typhoon (altro caso in cui, nel 1985, la Francia si ritirò dal progetto del caccia europeo preferendo sviluppare in proprio il Rafale, un «gemello diverso» del Typhoon).

Il ministro tedesco della Difesa, Boris Pistorius - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il ministro tedesco della Difesa, Boris Pistorius - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Il ministro tedesco della Difesa, Boris Pistorius, s’è affrettato ad affermare che «non cambiano i rapporti con Parigi», ma questa pare un’affermazione politica soprattutto di massima, che cozza impietosamente con la difficoltà di cooperazione dei due maggiori Paesi europei: Berlino, infatti, si è già rifiutata di seguire i francesi anche nel programma di aggiornamento dell’elicottero da attacco Tiger (una sorta di «Apache» europeo le cui prestazioni, però, hanno sinora alquanto deluso), mentre pure il progetto MGCS (Main ground combat system) per il futuro carro armato europeo per rimpiazzare Leopard 2 e Leclerc è di fatto in agonia.

Un’ottima chance in chiave di cooperazione (pur imponendo al programma uno slittamento burocratico di oltre un anno) sarebbe potuta essere la partecipazione tedesca al GCAP, Global combat air program, il futuro caccia anglo-italo-giapponese, con contratto siglato a fine 2023, per il 33,3% in carico a ciascuno tra Bae System, Leonardo e Jaiec (Japan aircraft industrial enhancement). L’ingresso teutonico avrebbe comportato notevoli benefici economici (visto che già le prime due fasi del progetto GCAP costeranno quasi 60 miliardi) e avrebbe spalmato l’investimento su più velivoli. Ma Berlino, che pretende un peso rilevante nel campo della difesa, non è parsa attratta da una partnership solo al 25%: così avremo nella seconda metà del secolo ben tre nuovi super caccia «europei» chiamati a svolgere di fatto gli stessi compiti.

Nel campo della difesa le ragioni economiche nazionalistiche continuano purtroppo a prevalere sulle afferite intenzioni «comunitarie». Ogni Paese segue vie autonome e, invariabilmente, chiede mille modifiche anche a nuovi validi mezzi già in produzione solo far lavorare la propria industria: così i costi aumentano a dismisura (per i tre caccia di sesta generazione quasi certamente 150 miliardi non basteranno), si moltiplica l’incubo logistico del Vecchio Continente e l’auspicata interoperabilità resta un mero auspicio.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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