La politica italiana ha trovato un nuovo terreno di scontro: la patrimoniale. È bastato un riferimento della segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, all’ipotesi di una maggiore tassazione dei patrimoni più elevati perché Giorgia Meloni ribadisse di non avere alcuna intenzione di introdurre una patrimoniale. Poco dopo, però, la stessa Schlein ha precisato che una patrimoniale non figura nel programma del cosiddetto Campo Largo. Ma la polemica si è accesa, sebbene non sia chiaro l’oggetto del contendere.
La preparazione della classe politica è infatti desolatamente scarsa. E molti sembrano ignorare che, in Italia, «la» patrimoniale non esiste. Esistono invece «le» patrimoniali. L’elenco è lungo: Imu, Ivie sugli immobili detenuti all’estero, Ivafe sulle attività finanziarie estere, imposta di bollo su conti correnti e depositi titoli, bollo auto, imposte sulle successioni e donazioni. Secondo la Commissione europea, nel 2023 queste imposte hanno prodotto circa 45 miliardi di euro di entrate, pari al 2,1% del Pil e a oltre il 5% del gettito fiscale complessivo: valori superiori alla media europea (sic!).

Naturalmente si può sostenere che i grandi patrimoni debbano essere tassati di più. Ma, in un’economia aperta, i grandi patrimoni finanziari dispongono di maggiori possibilità per evitare la tassazione, spostando attività altrove o utilizzando meccanismi che nascondano i veri proprietari. Per questo le imposte patrimoniali finiscono per gravare soprattutto sugli immobili e spesso su chi super-ricco non è.
E qui emerge un’altra contraddizione italiana. Mentre la politica discute scompostamente di patrimoniale, si continua a evitare il tema della riforma del catasto. Le imposte sugli immobili sono infatti calcolate su rendite catastali, ma queste cifre sono spesso lontane dai valori di mercato. Molti auspicano una revisione del catasto che renderebbe la tassazione immobiliare più equa. Ma, dal 1958, ogni tentativo di affrontare la questione viene accantonato per paura di perdere voti.
Chi si oppone alla riforma sostiene che essa aumenterebbe il prelievo sugli immobili. In realtà, basterebbe prevedere per legge l’invarianza di gettito, o persino una sua riduzione. L’idea di associare la riforma del catasto a un aumento delle imposte è irrazionale, ma la politica continua a temerne il costo elettorale. E anche chi si proclama riformista tende a tenersi lontano dalle riforme.
Un altro tema da cui i politici si tengono ben distanti è quello della produttività: il problema più serio dell’Italia. In sintesi, la produttività misura quanto un lavoratore riesce a produrre in un’ora di lavoro. Se cresce, le imprese possono garantire retribuzioni più elevate senza perdere competitività. Se ristagna, salari e benessere ristagnano con essa: questo è il caso italiano.
Negli ultimi 25 anni, la produttività del lavoro nel nostro Paese è infatti cresciuta (complessivamente) dell’1%. In Francia e Germania, invece, è aumentata di circa l’1% all’anno. Ciò che loro hanno realizzato in un anno, l’Italia lo ha ottenuto in un quarto di secolo. Non sorprende, quindi, che le retribuzioni italiane siano spesso nettamente inferiori e che molti giovani italiani espatrino.
La malattia della produttività ha molte cause: investimenti insufficienti o inutili, ritardi nell’innovazione, imprese troppo piccole e una popolazione che invecchia. Ma, per capire il problema, basta osservare la vita quotidiana. Immaginiamo un treno pendolare con mille passeggeri. Se arriva con 15 minuti di ritardo, si perdono complessivamente 15.000 minuti: ore sottratte al lavoro, alla famiglia e al tempo libero. Moltiplichiamo questo spreco per migliaia di episodi ogni giorno: trasporti inefficienti, procedure amministrative lente, infrastrutture inadeguate, tempi di attesa inutili (e treni cancellati, specialità lombarda).
La produttività non è un concetto astratto. È la somma di tutte queste inefficienze. Per questo sarebbe utile dedicare meno energie alle patrimoniali immaginate e più attenzione ai problemi reali. Purtroppo, la classe politica spesso preferisce evitare di individuare soluzioni: meglio berciare. Inutile ma, al tempo stesso, lucroso in campagna elettorale. Servono leader, non politicanti. Peccato che, come dice Woody Allen, i leader siano tutti impegnati a guidare taxi o a tagliare i capelli alla gente.




