Sulle montagne di Treviso Bresciano il fumo che sale lento dal bosco non è quello di un barbecue improvvisato, ma il segnale che un’antica tradizione della Valle Sabbia continua a vivere. Attorno ad un poiàt, la classica catasta di legna coperta di terra, abbiamo incontrato Andrea Ghenzeri, 28 anni, di Degagna di Vobarno, impegnato a fare il carbone di legna insieme all’amico Igor Massari, 25enne di Treviso Bresciano.
Un’attività che fino a pochi anni fa sembrava riservata agli ultimi anziani boscaioli e che oggi, invece, trova nuovi custodi. «Oggi stiamo facendo il carbone come si faceva anni fa nelle nostre valli», racconta Andrea, che da bambino seguiva gli zii nei boschi e ha conservato la passione per un mestiere antico.
Sveglia all’alba
La giornata è iniziata alle cinque del mattino, quando lui e Igor hanno acceso il poiàt. Poi l'amico è dovuto andare al lavoro, ma in serata sarebbe tornato a dargli il cambio. Da quel momento, infatti, la carbonaia non può più essere lasciata sola.
«Bisogna tenerla sempre controllata, perché se si dovesse fare un piccolo buco e non sei qui a tapparlo prende fuoco tutto. E addio carbone, resta solo cenere».

Come si fa
La preparazione segue ancora i gesti tramandati dai vecchi carbonai. Al centro della piazza del carbone si pianta un palo e attorno si costruisce un castelletto con legna molto secca. Quando il fuoco arriva in cima, si apre il camino centrale e si «dà da mangiare» al poiàt, riempiendo il vuoto con altra legna. Il tutto è stato ricoperto con paglia e terra affinché la combustione avvenga senza ossigeno.

«Dove fuma sopra è carbone, sotto è ancora legna», spiega Andrea. Perché tutta la catasta si trasformi, servono due giorni e tre notti. Quando il fuoco arriva in fondo, comincia la fase più delicata, il «bò soràl», durante la quale la terra rovente viene tolta poco alla volta e sostituita con quella fredda. Solo la mattina successiva si può «cavà ‘l poiàt», estrarre il carbone e riempire i sacchi. Ad osservare e dispensare consigli c'è anche Claudio Togni, 80 anni, nel ruolo di supervisore e memoria vivente di un sapere che rischiava di andare perduto. Per ottenere un quintale di carbone occorrono circa 5 quintali di legna dolce, meglio se ben secca, con il nocciolo tra le essenze più apprezzate. E tra una badilata e l’altra, nel fresco naturale del bosco, trova posto anche una bottiglia di vino.
«C’è da “sorà ‘l poiàt”, ma prima ancora “gom de sorà noter”», scherza Andrea, con quella miscela di dialetto, sapiente pazienza e ironia, che da sempre accompagna il lavoro dei carbonai.



