Cronaca

Un governo unico per il lago di Garda: la richiesta di 42 associazioni

Un coordinamento ambientalista propone un'autorità unica sul modello del lago di Costanza, criticando la Comunità del Garda e i nuovi depuratori
Una veduta del lago di Garda © www.giornaledibrescia.it
Una veduta del lago di Garda © www.giornaledibrescia.it

Cambiare la governance del lago di Garda e affidare la gestione ad un’unica autorità sul modello della Commissione internazionale per la protezione del lago di Costanza. È la proposta inserita nel documento redatto dal Coordinamento Interregionale per la Tutela del Garda, una rete che riunisce 42 associazioni ambientaliste e territoriali delle province di Brescia, Verona, Mantova e Trento. Il testo è stato sottoposto al ministero dell’Ambiente, alle regioni e alle province bagnate dalle acque del Benaco e al prefetto/commissario Andrea Polichetti.

Una richiesta che va oltre il dibattito sul nuovo sistema di collettamento e depurazione del lago, che si trascina da una decina d’anni senza essere riuscito a scalfire di molto i progetti messi sul tavolo fin dall’inizio, e che punta invece a mettere in discussione il modello stesso con cui viene amministrato il più grande bacino lacustre italiano.

Cambio di rotta

«Non si può più gestire il lago in settori e secondo interessi locali» ha affermato Sandro Sutti del Tavolo del Mincio durante la conferenza stampa online. «Serve un cambio di registro, un cambio di rotta». Una posizione condivisa dagli altri relatori, secondo i quali la frammentazione delle competenze tra regioni, province, Ato, gestori e organismi diversi avrebbe prodotto negli anni interventi parziali e spesso scollegati tra loro.

Nel mirino delle associazioni finisce anche la Comunità del Garda che «nulla ha fatto – ha affermato Sandro Sutti del tavolo del Mincio – perché l'interesse del lago fosse gestito in maniera unitaria. Lo stato delle cose – ha aggiunto – dimostra cosa non ha fatto la Comunità del Garda in questi anni». Critiche condivise anche da Enrico Corradi degli Amici del Golfo di Salò, che ha accusato la Comunità di essersi occupata soprattutto degli aspetti legati allo sfruttamento turistico ed economico del lago, senza affrontarne adeguatamente le criticità ambientali.

Da qui la richiesta di istituire un organismo sovraordinato capace di coordinare depurazione, qualità delle acque, livelli idrici, mobilità lacuale, monitoraggio ambientale e tutela degli ecosistemi. Un modello che guarda esplicitamente all'esperienza del lago di Costanza, condiviso da tre Stati europei (Germania, Svizzera e Austria) e gestito attraverso una commissione internazionale permanente.

La proposta

La proposta arriva accompagnata da una lunga serie di critiche alle scelte compiute negli ultimi anni sul fronte della depurazione. Nel documento si sostiene che il sistema fognario gardesano sia ormai inadeguato rispetto ai carichi generati dall'urbanizzazione e dalla pressione turistica. Le reti sarebbero in molti casi sottodimensionate, caratterizzate dalla presenza di fognature miste e da numerosi sfioratori che, durante gli eventi meteorologici più intensi, scaricano reflui non trattati direttamente nel lago.

Tra i punti più contestati c'è il progetto del nuovo depuratore della sponda bresciana con recapito finale nel fiume Chiese. Una soluzione che le associazioni giudicano sbagliata sia dal punto di vista ambientale sia da quello idrologico. «È stato scelto il Chiese senza attendere le risultanze dello studio sullo stato ecologico del fiume voluto dalla stessa Regione Lombardia» ha sostenuto Sergio Aurora del Presidio 9 Agosto. Secondo il Coordinamento, inoltre, il Chiese si trova già in una condizione di fragilità ambientale e non dovrebbe ricevere reflui provenienti da un bacino idrografico diverso.

Non meno forti le preoccupazioni espresse sul fronte mantovano. Maria Grazia Coffetti, del Tavolo del Mincio, ha ricordato come il depuratore di Peschiera scarichi da decenni in un fiume che non ha più le caratteristiche di 50 anni fa, quando è stato realizzato l’impianto. «Il vero problema non è il rispetto dei limiti di legge – ha detto – ma il rapporto di diluizione con un corso d’acqua che oggi ha portate molto inferiori rispetto agli anni ‘70». Da qui la richiesta di spostare il punto di scarico a monte della diga di Salionze, così da distribuire i reflui tra Mincio e canali irrigui.

Sul versante bresciano, infine, Enrico Corradi ha puntato l'attenzione sull'ipotesi di nuove condotte sub-lacuali nel golfo di Salò e sulle future stazioni di pompaggio previste nell'area. «Una leggerezza progettuale non accettabile» ha detto, richiamando i problemi legati agli scarichi esistenti, al limitato ricambio delle acque e alla vicinanza delle opere alle captazioni dell'acqua potabile nel comune di Portese. Le associazioni chiedono infine una revisione dell'Accordo di Programma del 2017 e un concorso europeo di idee per la riqualificazione ambientale del Garda da governare come un unico grande ecosistema.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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