Il ritorno di Woody e Buzz Lightyear ha qualcosa di profondamente simbolico. In «Toy Story 5», il nuovo film Disney e Pixar atteso nelle sale italiane il 18 giugno 2026, i giocattoli più famosi della storia dell’animazione non dovranno vedersela con un altro pupazzo, con un collezionista o con il passaggio traumatico dall’infanzia all’età adulta. La nuova sfida sarà la tecnologia. Buzz, Woody, Jessie e il resto del gruppo dovranno infatti confrontarsi con Lilypad, un tablet intelligente che entra nella vita di Bonnie e mette in discussione il ruolo stesso dei giochi nella quotidianità di una bambina.
Un salto nel vuoto
È quasi un paradosso, perché proprio una sfida tecnologica, trentuno anni fa, ha reso «Toy Story» uno dei franchise più importanti nella storia del cinema. Quando il primo film arrivò nelle sale americane, nel novembre 1995, l’animazione viveva ancora sotto il segno fortissimo della Disney tradizionale. Erano gli anni successivi al grande rilancio cominciato con «La sirenetta» e proseguito con «La bella e la bestia», «Aladdin» e «Il re leone»: film musicali, disegnati a mano, capaci di riportare lo studio al centro dell’immaginario popolare e familiare. In quel contesto, l’idea di un lungometraggio interamente animato al computer non era soltanto una novità produttiva. Era un salto nel vuoto.
Pixar, allora, non era ancora il colosso creativo che conosciamo oggi. La sua storia era passata dalla divisione informatica della Lucasfilm, poi acquistata da Steve Jobs nel 1986 e trasformata in una società indipendente. Aveva realizzato cortometraggi, spot pubblicitari, strumenti tecnologici e collaborazioni con Disney, ma non aveva ancora dimostrato di poter reggere la durata, il ritmo e l’emozione di un lungometraggio. «Toy Story» fu la prova decisiva: il primo film completamente animato al computer e, allo stesso tempo, l’esordio al cinema di Pixar come studio di lungometraggi.
La grande intuizione
La grande intuizione fu quella di non trasformare la tecnologia in spettacolo fine a se stesso. «Toy Story» non raccontava robot, città del futuro o mondi lontani, ma una cameretta. Partiva da una domanda semplice, quasi infantile: cosa fanno i giocattoli quando gli esseri umani non li guardano? Da lì nasceva una storia universale.
Woody, cowboy di pezza e giocattolo preferito del piccolo Andy, vedeva minacciato il proprio posto dall’arrivo di Buzz Lightyear, action figure spaziale nuova, brillante, moderna, convinta di essere davvero un ranger intergalattico. La rivalità diventava avventura, poi amicizia, ma soprattutto dava forma a una paura molto umana: essere sostituiti.
Il successo
Il film, tornato recentemente nelle sale per festeggiare i suoi 30 anni, fu un successo immediato. Superò i 360 milioni di dollari nel mondo nella sua prima corsa, ma il suo impatto andò ben oltre gli incassi. «Toy Story» cambiò la percezione dell’animazione digitale e dimostrò che un film realizzato al computer poteva essere non solo tecnicamente sorprendente, ma anche caldo, comico, malinconico, capace di parlare agli adulti e ai bambini insieme.
Ottenne tre candidature agli Oscar, tra cui quella per la sceneggiatura originale, riconoscimento allora rarissimo per un film animato, e John Lasseter ricevette uno Special Achievement Oscar per aver guidato il team Pixar nella realizzazione del primo lungometraggio animato al computer. In quegli anni non esisteva ancora l’Oscar di categoria, ma non ci sono dubbi che lo avrebbe meritatamente vinto.
La svolta
Da quel momento la storia di Pixar cambiò passo. Dopo «Toy Story» arrivarono «A Bug’s Life - Megaminimondo», «Monsters & Co.», «Alla ricerca di Nemo», «Gli Incredibili», «Cars», «Ratatouille», «WALL-E», «Up» e molti altri titoli che avrebbero definito una nuova idea di cinema d’animazione: tecnologicamente avanzato, ma fondato prima di tutto sulla scrittura, sui personaggi e su un’emozione spesso più adulta di quanto apparisse in superficie. Il rapporto con Disney, inizialmente basato sulla distribuzione e sulla collaborazione produttiva, diventò nel 2006 una vera acquisizione: la Walt Disney Company comprò Pixar per 7,4 miliardi di dollari, portando all’interno del gruppo la cultura creativa dello studio di Emeryville e affidando a figure come Ed Catmull e John Lasseter ruoli centrali anche nell’animazione Disney.
Toy Story 2
Nel frattempo, la saga di «Toy Story» è cresciuta insieme al suo pubblico. «Toy Story 2», inizialmente pensato come film direct-to-video e poi uscito in sala nel 1999, avrebbe potuto limitarsi a replicare la formula del primo film, ma scelse invece di approfondirla. Woody veniva rapito da un collezionista e scopriva di essere un raro cimelio legato a un vecchio programma televisivo western, insieme a Jessie, Bullseye e Stinky Pete.
La domanda non era più soltanto cosa significhi perdere il proprio posto accanto a un bambino, ma quale sia il destino di un oggetto amato: restare perfetto e intoccabile dentro una teca, oppure accettare il rischio di essere consumato, dimenticato, perfino abbandonato. Con Jessie, lasciata da una bambina ormai cresciuta, la saga trovava una delle sue ferite più profonde.
Toy Story 3
Undici anni dopo, ecco «Toy Story 3», terzo capitolo che ha portato quella ferita fino alle sue conseguenze più emozionanti. Andy era cresciuto e stava per partire per il college. I giocattoli, rimasti ai margini della sua vita, finivano per errore all’asilo Sunnyside, luogo che prometteva gioco eterno ma nascondeva nuove paure e nuove regole. Il film parlava del distacco, della fine dell’infanzia, della necessità di lasciare andare ciò che si è amato.
Il finale, con Andy che consegna Woody, Buzz e gli altri alla piccola Bonnie, è rimasto una delle sequenze più commoventi del cinema Pixar. Non a caso il film vinse l’Oscar come miglior film d’animazione e ottenne anche la candidatura al miglior film, confermando che la saga era ormai diventata qualcosa di più di un franchise per famiglie: era un racconto generazionale.
Toy Story 4
Per molti spettatori – compreso Quentin Tarantino, che non a caso l’ha definita l’unica trilogia perfetta nella storia del cinema – «Toy Story 3» sembrava una conclusione perfetta. Proprio per questo «Toy Story 4», uscito nel 2019, è stato accolto inizialmente con qualche dubbio: era davvero necessario riaprire una storia che appariva già compiuta? Il film ha trovato però una direzione diversa. Non ha raccontato più soltanto il bisogno dei giocattoli di appartenere a un bambino, ma la possibilità di immaginare un’esistenza fuori da quella funzione.
Al centro c’era Forky, creato da Bonnie con una forchetta di plastica e convinto di essere spazzatura, ma soprattutto c’era Woody, costretto a chiedersi chi fosse una volta venuto meno il ruolo che aveva definito tutta la sua vita. L’incontro con Bo Peep, diventata libera e indipendente, apriva un orizzonte nuovo. Anche quel capitolo, pur discusso nella sua necessità, ha avuto un impatto notevole: ha superato il miliardo di dollari al box office mondiale e vinto l’Oscar come miglior film d’animazione.
Toy Story 5
Ora «Toy Story 5» prova a riannodare i fili, riportando la saga dentro il presente. La formula scelta da Pixar è molto attuale: i giocattoli incontrano la tecnologia. Buzz, Woody, Jessie e il resto del gruppo devono affrontare una nuova minaccia tecnologica di ultima generazione, mentre nei materiali internazionali il centro del conflitto è Lilypad, un tablet a forma di rana. Il dispositivo arriva nella vita di Bonnie con la convinzione di sapere cosa sia meglio per lei, anche sul piano delle amicizie. Per i giocattoli, il problema non è soltanto essere messi da parte: è capire se il gioco fisico, l’immaginazione condivisa e il rapporto affettivo con gli oggetti abbiano ancora spazio in un’infanzia sempre più attraversata dagli schermi.
Alla regia c’è Andrew Stanton, una delle figure chiave della storia Pixar, già legato alla saga fin dal primo film e autore di titoli come «Alla ricerca di Nemo», «WALL-E» e «Alla ricerca di Dory». Nel cast vocale italiano tornano alcune presenze ormai legate alla memoria della saga. Woody avrà ancora la voce di Angelo Maggi, che ha raccolto il testimone dopo la scomparsa di Fabrizio Frizzi; Buzz Lightyear ritrova invece Massimo Dapporto, voce storica del personaggio nei film principali della serie.
È un ritorno significativo anche perché nel 2022, per lo spin-off «Lightyear – La vera storia di Buzz», Disney e Pixar avevano scelto Alberto Malanchino: in quel caso, però, non si trattava del giocattolo conosciuto in «Toy Story», ma dell’eroe cinematografico che, nell’universo della saga, avrebbe ispirato l’action figure. Rientrano anche Ilaria Stagni nei panni di Jessie e Luca Laurenti in quelli di Forky. Tra le nuove voci italiane annunciate ci sono Katia Follesa, che interpreta Lilypad; Federico Basso nel ruolo di Smarty Pants, giocattolo tecnologico pensato per insegnare l’uso del vasino; Gianluca Gazzoli come Bullseye «Perfido» e Sal Da Vinci, vincitore di Sanremo, come voce di Pizza cu ’e llente, personaggio doppiato nella versione originale da Bad Bunny. La colonna sonora sarà ancora affidata a Randy Newman, presenza storica del mondo di «Toy Story», ma conterrà anche un brano originale di Taylor Swift.
La traiettoria
La traiettoria, guardata nel suo insieme, è quasi circolare. Nel 1995 Woody aveva paura di essere sostituito da Buzz, cioè da un giocattolo più nuovo, più moderno, più vicino all’immaginario tecnologico del tempo. Nel 2026 Woody e Buzz sono dalla stessa parte, chiamati a difendere il valore del gioco tradizionale davanti a un dispositivo digitale.

È il segno di una saga che ha sempre parlato dell’infanzia senza fermarsi all’infanzia: ha raccontato la gelosia, l’amicizia, l’abbandono, la crescita, la memoria, il bisogno di trovare un nuovo posto nel mondo quando il vecchio non esiste più. Per questo «Toy Story 5» non è soltanto il ritorno di un marchio amatissimo. È anche una domanda sul presente. Trentuno anni fa Pixar usava la tecnologia per dare un’anima ai giocattoli. Oggi porta quegli stessi giocattoli a confrontarsi con la tecnologia che rischia di renderli invisibili. La saga nata per immaginare cosa facciano i giochi quando non li guardiamo torna così a chiedersi cosa succede quando sono i bambini, semplicemente, a guardare altrove.



