Territori
Le notizie più recenti dalla città e provincia
Lettere al Direttore
La tua voce conta. Condividi la tua opinione e leggi le risposte personali del nostro direttore

Ho letto la storia di Lorena e, ancora una volta, insieme al dolore ho provato una sensazione che conosco bene: la paura. Scrivo queste parole da donna che ha vissuto la violenza e che ha dovuto attendere otto anni e mezzo prima di vedere condannato il proprio ex compagno per maltrattamenti, lesioni aggravate e aggressioni. Otto anni e mezzo sono un tempo lunghissimo. Un tempo nel quale devi continuare a vivere, lavorare, provare a ricostruirti, mentre una parte della tua vita rimane inevitabilmente legata a ciò che hai subito. Per questo, davanti all’ennesimo femminicidio, credo che dovremmo smettere di limitarci alla domanda che troppo spesso rivolgiamo alle donne: «Perché non hai denunciato?». Dovremmo cominciare a chiederci: «Che cosa abbiamo fatto perché quella donna potesse denunciare senza avere paura?». Perché denunciare non è semplice. C’è la paura di chi ti ha fatto del male. C’è quella di non essere creduta. C’è la paura per i figli, per il lavoro, per la propria sicurezza. E c’è persino il timore di «finire nei casini» semplicemente per aver chiesto aiuto. Io credo che sia qui che lo Stato e la società debbano fare un passo in più. Le leggi sono fondamentali e negli ultimi anni gli strumenti di prevenzione e tutela sono stati rafforzati. Ma una buona legge funziona davvero quando le persone la conoscono, quando chi deve applicarla è adeguatamente formato e quando chi chiede aiuto sente di potersi fidare. La prima grande sfida, quindi, è la formazione. Formare i giovani al rispetto, alla libertà nelle relazioni, ad elaborare i rifiuti. Formare chi lavora nelle scuole, nella sanità, nelle istituzioni e nelle forze dell’ordine a riconoscere tempestivamente i segnali della violenza. Ma anche formare noi cittadini a capire che quello che accade alla donna che vive accanto a noi non è sempre e soltanto «un fatto privato». Dobbiamo inoltre far conoscere molto meglio gli strumenti che la legge mette a disposizione. Non sempre è necessario aspettare che sia la vittima, da sola, a trovare la forza di muoversi. In presenza di determinati reati perseguibili d’ufficio chi viene a conoscenza dei fatti può rivolgersi alle autorità; e nell’ambito della violenza domestica esistono strumenti di prevenzione che possono essere attivati anche sulla base della segnalazione di una persona diversa dalla vittima. Questo è un cambiamento enorme, prima ancora che giuridico, culturale. Un’amica che sa. Un familiare che intuisce. Un collega che vede. Un vicino che sente. Nessuno dovrebbe avere paura di segnalare una situazione di pericolo pensando: «E poi in che guaio mi metto?». Dobbiamo spiegare alle persone come farlo, a chi rivolgersi e quali tutele esistono. Perché una società che vede la violenza e sceglie di non vedere rischia, anche involontariamente, di diventarne complice. E poi c’è il dopo. È forse la parte di cui riesco a parlare con maggiore consapevolezza. Quando una donna denuncia, tutti le diciamo che ha fatto la cosa giusta. Ma la domanda che dobbiamo porci è: che vita le garantiamo dal giorno successivo? La denuncia non può essere l’inizio di un secondo calvario. Una donna non può essere costretta per anni a sentirsi ancora legata al proprio aggressore attraverso procedimenti, testimonianze, racconti da ripetere. Non può essere continuamente chiamata a giustificare le proprie scelte: perché è rimasta, perché non se n’è andata prima, perché ha avuto paura, perché non ha parlato immediatamente. Io ho aspettato otto anni e mezzo per avere una sentenza definitiva. E so cosa significa vedere il tempo della giustizia entrare nel tempo della propria vita. È anche qui che dobbiamo combattere la vittimizzazione secondaria: una donna che ha subìto violenza non può diventare vittima una seconda volta proprio del sistema e del percorso che dovrebbero accompagnarla verso la libertà. Per questo non basta ripetere alle donne «denunciate». Dobbiamo essere in grado di dire loro: «Denuncia. E noi non ti lasceremo sola dopo». Significa protezione, sostegno psicologico e legale, autonomia economica, attenzione ai figli. Significa istituzioni preparate e tempi della giustizia che tengano conto anche del tempo della vita delle persone. La storia di Lorena, come quella delle troppe donne che non ci sono più, non può diventare l’ennesima storia davanti alla quale indignarci per qualche giorno. Deve diventare una responsabilità collettiva. Perché la violenza contro le donne non riguarda soltanto le donne che la subiscono. Riguarda tutti noi. E forse il cambiamento culturale di cui abbiamo più bisogno comincia proprio da qui: smettere di chiedere soltanto alle vittime di avere coraggio e cominciare a pretendere che la società intera abbia il coraggio di vedere, ascoltare, intervenire e accompagnare. Prima che sia troppo tardi. E soprattutto, anche dopo. BC Carissima, è una spina quella che ci rigira nel fianco, sentendoci - lo ammettiamo - assai in difetto nel fare qualcosa di concreto affinché sia impedita ogni forma di violenza, a cominciare da quella sulle donne. Ciò che afferma è sacrosanto: non basta chiedere coraggio a chi è vittima, cominciamo ad averlo noi, non girando la testa dall’altra parte, raccontando senza filtri come stanno le cose, non concedendo attenuanti generiche, persino evitando che comprensione e buon cuore siano a senso unico. Su questo siamo stati messi alla prova di recente, dopo che una collega è stata aggredita senza motivo apparente, soltanto perché riconosciuta come giornalista, operatrice dell’informazione, da una persona con evidenti squilibri. Oltre ai danni all’auto aziendale, le conseguenze si sono limitate a un terribile spavento, tanto che all’inizio abbiamo pensato di non sporgere denuncia, di considerarlo il gesto di un poveretto. «Avrà una mamma anche lui - ci siamo detti - perché aggiungere a un pericolo scampato altra apprensione, dolore». Abbiamo infine cambiato idea proprio perché abbiamo pensato che se questa volta le conseguenze della violenza sono state contenute, la prossima sarebbe potuta andar peggio, magari addirittura rivelarsi fatale, facendo piangere senza rimedio due mamme, rovinando due famiglie, soprattutto provocando per un’altra persona un danno irreparabile. Mezze misure, in certi casi, non ce ne sono. L’unica risposta è quella che suggerisce lei: il coraggio di vedere, ascoltare, intervenire e accompagnare.
Qualità, contenuti, relazioni, territorio. GdB+ il valore di esserci.
Agenda
Non perdere gli appuntamenti più interessanti
Partecipa anche tu e vedi il tuo scatto pubblicato

























































































































