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Lettere al Direttore
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Durante il mese di giugno il panorama sportivo bresciano è stato colpito da uno scossone rilevante e traumatico: la cessione del titolo sportivo e della sede legale di Pallacanestro Brescia in favore di Roma. Non è mio compito, né tantomeno ho volontà di sindacare sulla scelta di Mauro Ferrari, senza pretese di assoluzione e/o condanne. Voglio, invece, limitarmi a tracciare un quadro, dietro le quinte, di una vicenda vissuta in prima persona e con un coinvolgimento sotto il profilo professionale ed emotivo, raccontando dei fatti oggettivi e ignorati dal pubblico bresciano. In data sabato 27 giugno, presso la sede operativa di San Zeno Naviglio, la storia di Pallacanestro Brescia, a seguito di un’imponente e tesa conferenza stampa indetta dalla proprietà, era ormai giunta al capolinea. In qualità di appassionato e tifoso, ancor prima che di dipendente e addetto stampa della Società, porto ancora dolore per quanto accaduto. Un dramma amplificato anche dal repentino e sorprendente cambio di approccio e atteggiamento di alcuni esponenti della stampa locale, appartenenti soprattutto a questa testata. Dal giorno seguente alla conferenza stampa di Mauro Ferrari, noi figure della sede operativa siamo diventati tutti quanti un oggetto obsoleto, superato e da riporre con la polvere in una soffitta isolata. Un vero peccato, una grande delusione umana dopo quanto costruito con sacrifici e fatica. Ho imparato, almeno, sulla mia pelle a pesare le persone. Così come mi riterrò sempre grato e fortunato ad aver condiviso un biennio speciale con dei colleghi eccezionali. Un gruppo di lavoro variegato, nonché composto da donne e uomini provenienti da esperienze lavorative diverse, titoli di studio distanti e anche fasi di vita ed età diametralmente opposte. Tra i migliori in Italia. Il tutto sotto le redini di Marco Patuelli, un dirigente molto esigente, appassionato. Forse ricco di difetti, ma sicuramente caratterizzato da infiniti pregi. Sembrerò presuntuoso: i risultati maturati negli ultimi anni e il livello raggiunto dalla pallacanestro bresciana sono stati, soprattutto, merito nostro. L’unica preoccupazione dei giocatori e dello staff tecnico era quella di non scordarsi le scarpe per scendere sul parquet. A fronte di tutto ciò, inoltre, spiace constatare come il nuovo e ambizioso corso societario di Leonessa Brescia (in bocca al lupo), abbia ignorato questo patrimonio umano e professionale per una ripartenza rapida, con basi solide e che avrebbe garantito tranquillità. Si è, invece, preferito fare tabula rasa, azzerando tutto e lasciandoci in soffitta. Forse non saremmo stati all’altezza, o forse avremmo fatto altre scelte di vita. Mi tengo il favore del dubbio e resto nel limbo della damnatio memoriae, perché colpevoli di essere legati a Pallacanestro Brescia. Non mi resta che ringraziare i miei colleghi: Alice, Cristina, Diego, Giovanni, Lara, Lorenzo, Martina, Marco, Paolo, Silvia e Virginia. Anche se il telefono non ha mai squillato, tutti hanno già nuovo impiego. Così, per dovere di cronaca. Alessio Sigalini orgogliosamente ex addetto stampa di Pallacanestro Brescia Caro Alessio, ogni storia ha bordi frastagliati e il racconto nella cronaca dei giornali raramente riesce a dar conto di tutti i risvolti. Ce ne rendiamo conto per primi e chiediamo scusa se, sistemata la vicenda generale, cioè il salvataggio del salvabile da parte di una nuova società, non abbiamo dato conto nel dettaglio dei molti destini intrecciati alla sorte della Pallacanestro Brescia. Ciò che ci preme sottolineare è che non c’è alcuna «damnatio memoriae» e che due sono i sentimenti provati leggendo la sua lettera. Il primo è gratitudine e riconoscenza per quanto avete fatto, contribuendo a render d’oro gli anni del basket bresciano; il secondo è il sollievo e la contentezza perché ciascuno di voi ha già trovato un nuovo impiego. Immaginando la vostra professionalità non è che avessimo dubbi, ma saperlo conforta. Più che il dovere, è il piacere della cronaca. (g. bar.)
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