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Lettere al Direttore
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Sono abbonata da parecchi anni al giornale, leggendo qualche giorno fa il titolone in prima pagina riguardante il record di quasi 29.000 domande in lista d’attesa per un posto in Rsa nella provincia, non ho potuto fare a meno di provare una profonda indignazione come cittadina. Questi dati evidenziano un’emergenza sociale concreta. Trovo inaccettabile che migliaia di famiglie vengano lasciate sole a gestire la fragilità dei propri anziani e la situazione evidenzia uno squilibrio notevole nella priorità della spesa pubblica locale. Parlo di investimenti massicci e costanti in infrastrutture dal forte sapore di inutilità e dal dubbio ritorno sociale come il contestatissimo ascensore per il Castello o i complessi cantieri che verranno presto avviati per il filobus! So bene che l’Amministrazione replicherà che tali opere sono finanziate in gran parte con i fondi del Pnrr vincolati. Questa «scusa» però non basta a far digerire la pillola a chi vive il territorio. Lo spreco resta tale e le priorità politiche rimangono capovolte. Se i fondi straordinari vanno alle infrastrutture di facciata, mi chiedo allora come vengono utilizzate le entrate ordinarie del bilancio comunale alimentate dalle tasse che i residenti pagano regolarmente. Si nota una notevole attenzione (comprensibile, ma non esclusiva) verso i giovani, gli asili, le varie manifestazioni per rendere la città sempre più «europea» però contestualmente viene da chiedersi: «Ai "vecchi" che hanno lavorato a Brescia per una vita intera contribuendo al bilancio comunale e sostenendo spesso anche figli e nipoti, cosa viene destinato oggi che si trovano in condizioni di estrema fragilità?». Mentre il denaro pubblico si disperde in cantieri discutibili, assistiamo all’abbandono di numerosi stabili di proprietà comunali o dello Stato in disuso che si deteriorano giorno dopo giorno. Perché il comune non investe parte delle risorse fiscali nel recupero di questi immobili «abbandonati» per trasformarli in strutture di accoglienza e Rsa comunali? Recuperare il patrimonio esistente darebbe una risposta concreta a migliaia di famiglie disperate. I nostri anziani dopo una vita operosa, meritano rispetto e servizi concreti e non «grandi opere» inutili. Tiziana Prandelli Brescia Cara Tiziana, condividiamo in pieno che «i nostri anziani meritino rispetto e servizi concreti», evidenziando tuttavia un rischio insito nella sua lettera: la contrapposizione tra scelte che in realtà potrebbero coesistere e la riduzione a una lotta tra poveri che giova a nessuno e penalizza tutti. Non sta infatti scritto da nessuna parte che l’attenzione dedicata ad asili ed iniziative per i giovani sia alternativa all’aiuto ai «vecchi». Così come non è rinunciando agli investimenti per le opere strutturali che si liberano automaticamente risorse per il sociale. Anzi, per esperienza sappiamo che i Comuni o sono virtuosi e riescono a conciliare tutte le esigenze oppure pasticciano e trovano soldi per nulla. Riguardo gli anziani - a cui oggi in cronaca dedichiamo un ulteriore approfondimento sul costo delle rette da pagare nelle Rsa - ciò che occorre è un patto di comunità, considerandoli elementi essenziali e non relegati a problema da risolvere. Ma tutto ciò è possibile se non si lasciano i Comuni soli, bensì li si considera attori di un contesto più ampio. Comunitario, appunto, in cui ciascuno - famiglie, volontariato, associazioni, parrocchie, Terzo settore, vicini di casa, singoli cittadini... - compie la sua parte.
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