Mio figlio uscito dalla scuola «quasi perdente»
Siamo a fine anno scolastico. Errori ne sono stati fatti, anche da parte mia, ma chi ne ha subito le conseguenze è un ragazzo di 14 anni, Gabriele. Troppi sono gli episodi in cui i nostri giovani non vengono compresi, appoggiati o semplicemente confortati. Viviamo un mondo difficile, accelerato, a tratti disumano. Senza generalizzare, a coloro che mi dicono: «È stato fatto tutto il necessario nei tempi corretti» rispondo che è esattamente come si dice nelle migliori sale operatorie: «L’intervento è andato bene ma il paziente è morto». Gabriele esce da questo duro anno quasi perdente. Dico quasi, perché a casa ha tutto l’aiuto di cui siamo capaci, con i nostri limiti, ma con grande consapevolezza e apertura all’ascolto. Sono mancati in quest’anno il tempismo, certamente, la sensibilità, a tratti, l’intelligenza emotiva, spesso. L’insegnamento, ovvero la capacità di mettere in atto con opportune strategie didattiche un percorso formativo sia sul piano nozionistico che umano, è da considerarsi un dono che non a tutti i docenti è stato elargito. Ben comprendo le difficoltà di un istituto con 1.000 ragazzi adolescenti da educare, ma qui io parlo del mio ragazzo, come ogni genitore che porta la cura al proprio, senza dimenticare gli altri 999. Ben comprendo che 30 ragazzi per classe non siano un numero ottimale all’istruzione. Mi permetto però di ricordarvi che l’insegnante è quella figura che ha il compito morale di scovare la scintilla nei suoi studenti, che ha il potere di accendere il fuoco dentro di loro e di piantare i semi giusti per far sì che questi un giorno possano germogliare. Einstein scriveva: «Continua a piantare i tuoi semi, perché non saprai mai quali cresceranno - forse lo faranno tutti». Solo allora, dal mio punto di vista, potrà essere insegnante degno di questo nome. Ogni adolescente è diverso, ogni vita è caratterizzata da una serie di fragilità non sovrapponibili. La scuola, intesa non come «sistema» bensì come «cuore» animato grazie ai suoi docenti, può fare la differenza in una società che tende all’omologazione spietata. Purtroppo questa differenza spesso non la fa e il risultato è che si crea un mondo di giovani fotocopie che si uniformano senza capacità di pensiero critico. L’invito è a riscoprire il senso dell’insegnamento e la collaborazione intelligente tra scuola e famiglia, una collaborazione che sia vera, capace di onestà intellettuale. Tanto dovevo a Gabriele, tanto dovevo a me stessa e tanto dovevo a ogni singola studentessa e a ogni singolo studente che sta germogliando e che, mi auguro, un giorno sboccerà nella sua forma migliore.
Laura
Cara Laura, ogni anno, di questi tempi, decine di migliaia di famiglie affrontano i verdetti della scuola, caricandosi sulle spalle una brenta a volte lieve, altre invece assai pesante, qual è la sua. Per questo ci mettiamo nei panni suoi e di coloro che vivono una situazione simile di delusione, dispiacere, anche rabbia, nei confronti del sistema e pure di se stessi, con la sensazione di non aver fatto abbastanza, di non essere stati, come genitori, all’altezza. Sentimenti comprensibili, che fanno onore a chi li prova. Da parte nostra però abbiamo il dovere di offrire una visione diversa, più ampia. La vita è mai una pista in discesa, così come l’esperienza scolastica è molto più di quanto si impara sui libri e si ottiene dai voti. Se c’è qualcosa che possiamo e dobbiamo fare per i nostri figli, non è sforzarci di abbattere gli ostacoli, né disperarci per una caduta, bensì restare per loro una presenza salda, affinché si rialzino alla svelta. P.S. Su Gabriele quel «quasi» fa tutta la differenza, sapendo che il «perdente» è null’altro che un’esistenza in divenire, che germoglia. (g. bar.)
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia


