Se la prima, storica, immagine protofotografica, nel 1827 circa, assai prima dell’avvento del più stabile dagherrotipo, è un confuso scorcio edilizio-paesaggistico (la «Veduta dalla finestra di Le Gras, Saint-Loup-de-Varennes» di Joseph Nicéphore Niépce), è invece nel ritratto che, da metà dell’Ottocento, la nuova invenzione trova la prima, diffusa, notorietà popolare attraverso gli album e le posate richiestissime «cartes de visite».
Non è dunque una scelta tematica casuale quella delle tre mostre personali che su quel mai appassito genere fotografico s’inaugurano oggi, mercoledì 17 giugno, alla Cavallerizza - Centro della fotografia italiana di Brescia. Infatti con «Lia Pasqualino. La magìa dello sguardo»; «Mario Dondero. I ritratti dell’intelligenza»; e «Jacopo Benassi. Ritratti irrilevanti», l’esposizione di 130 stampe tutte in biancoenero propone il ritrattismo nelle rispettive declinazioni dei tre ammirabili fotografi in questione.
Dalla Sicilia
Nella siciliana Lia Pasqualino (1970) - allieva di Letizia Battaglia, nonché moglie del regista cine-teatrale Roberto Andò (che sarà con lei all’inaugurazione) - il ritratto è esempio della «giusta distanza« intellettual-emotiva col soggetto, arricchita da non-pose che, con sguardo mai in camera, mostrano i soggetti come quasi inconsapevoli, in scatti fuori-studio, in esterni (un muro, una panchina, uno scorcio urbano...) o interni particolari, che al personaggio aggiungono una cifra prossemica d’ambiente.

È un ritrarre silente che, nella curatela espositiva di Giovanna Calvenzi, viene scandito in stampe ora di medio ora di grande formato in cui compaiono, spesso con taglio a mezzo busto o intenso primo piano, esponenti di cinema (Paolo Sorrentino, Jeremy Irons, Toni Servillo...), cultura (Mimmo Paladino, Andrea Camilleri...), autoriale fotografare (Letizia Battaglia, Ferdinando Scianna...).
Testimone di cultura
Un altro approccio ritrattistico, più testimoniale e documentaristico, è quello delle 36 stampe vintage del portfolio «I ritratti dell’intelligenza» che il grande reporter milanese Mario Dondero (1928-2015) selezionò personalmente per essere eventualmente esposte. Dondero, infatti, oltre ad avere testimoniato l’Italia e altri Paesi nei suoi reportage Anni 50-60-70, rivolse soprattutto negli Anni Sessanta il suo eclettico sguardo verso i rappresentanti della cultura.

Ecco, ora in contesti d’insieme, ora isolati, le foto originali - originariamente stampate in sole tre copie e didascalizzate all’epoca a pennarello dall’autore - di intellettuali come Mario Schifano, Giosetta Fioroni, Franco Angeli, Herbert Marcuse, Pier Paolo Pasolini (con Laura Betti, poi nel celebre scatto con la madre), Eugène Ionesco e altri. Sempre colti senza fronzoli, ma con taglio fotografico testimoniale, forte di quell’essenza sobria e di pensiero senza orpelli di cui erano portatori.
L’impatto del flash
La terza firma in mostra è - cronologicamente - la più moderna: quella dello spezzino Jacopo Benassi (1970), recentemente celebrato nella mostra «Eden» alla Mai36 Galerie di Zurigo. Un ritrattista, ma anche un creativo performer animato da quello che ha definito «un forte spirito punk».

In Cavallerizza sono proposti suoi lavori in stampe formato-poster da scatti del 2016: volti e corpi a declinazione d’un approccio fotografico diretto, crudo, scevro da artifizi di mise en scène, fissato dall’uso esplicito del flash con soggetto su fondale che diviene così iconica presenza, talora quasi da seppur immaginifica... foto segnaletica. Ritratti “irrilevanti”, come li ha chiamati Benassi, ma di forte impatto. Come l’evolversi della storia del ritrattismo, in Cavallerizza così variamente ricordata, ancora ispira...



