«Nessun piano operativo sopravvive con certezza al primo contatto con il nemico», dice una regola della strategia militare attribuita a Helmuth von Moltke. Il feldmaresciallo prussiano si riferiva ai piani di guerra, ma la formula calza a pennello alle periodiche riforme elettorali che sono divenute ormai una sorta di nuova «tipicità» italiana. Negli ultimi trentadue anni, ogni nuova legge elettorale varata dal Parlamento ha prodotto conseguenze che i suoi architetti non avevano previsto. E, prima ancora che sia diventata legge, la proposta di riforma in discussione in Parlamento, il cosiddetto Stabilicum, sembra già aver prodotto conseguenze che i suoi ideatori avevano sottovalutato.
Il Mattarellum del 1993, la legge che sancì la transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica, nacque con l’ambizione di ridurre la frammentazione partitica, favorire l’alternanza, produrre governi con una base parlamentare solida. Il modello maggioritario a turno unico nei collegi uninominali avrebbe dovuto costringere i partiti a coalizzarsi, premiando le aggregazioni ampie e penalizzando i «cespugli» isolati. In effetti, la politica italiana si bipolarizzò, mettendo fuori gioco l’ipotesi di «terzi poli», e l’alternanza divenne praticabile.
La riduzione del numero dei partiti rimase un’illusione: molti dei vecchi partiti sparirono, ma nacquero nuove formazioni, che proliferarono all’interno delle due coalizioni, negoziando collegi e poltrone. Dunque, la frammentazione non fu eliminata, venne semplicemente spostata dentro le coalizioni. Tornò anche a ripresentarsi il vecchio fenomeno del «trasformismo» parlamentare. La stabilità dell’esecutivo venne raggiunta solo fra il 2001 e il 2006, grazie alla coesione della coalizione guidata da Silvio Berlusconi.

Il Porcellum del 2005, concepito dall’allora ministro Calderoli, sancì il ritorno al proporzionale con liste bloccate e premio di maggioranza. L’obiettivo era garantire governi più stabili riducendo gli imprevisti dei collegi uninominali. Produsse una maggioranza esigua e instabile nel 2006 e una decisamente più compatta nel 2008. Il meccanismo del premio su scala nazionale alla Camera e su base regionale al Senato creò, nel 2013, una situazione paradossale di maggioranze diverse nei due rami del Parlamento. Infine, la Corte costituzionale nel 2014 ne dichiarò l’illegittimità per diverse ragioni, tra cui proprio il premio di maggioranza irragionevolmente elevato.
L’Italicum del 2015 voluto da Renzi puntava a correggere quegli squilibri con un ballottaggio nazionale che avrebbe dovuto garantire sempre un vincitore, ma il referendum del 2016, bocciando la riforma costituzionale, ne accelerò la fine, e d’altronde la Corte ne censurò il ballottaggio nel 2017. Il Rosatellum del 2017 (sistema misto, grossomodo per un terzo maggioritario e per due terzi proporzionale, con candidature congiunte e liste bloccate) nacque come compromesso pragmatico. Nelle elezioni del 2018 determinò un risultato incerto, che aprì le porte a una legislatura con governi sorretti da maggioranze a dir poco molto variabili. Mentre, nelle elezioni del 2022 produsse un risultato clamoroso nella sua asimmetria: la coalizione di destra ottenne circa il 44% dei voti, conquistando però più del 55 per cento dei seggi in entrambe le camere, grazie alla dispersione del voto delle opposizioni nei collegi uninominali.
La motivazione con cui il governo Meloni propone oggi di cambiare il sistema è ancora legata alla necessità di garantire governabilità. In concreto, il nuovo sistema rafforzerebbe il peso in parlamento della coalizione più votata, per rendere più semplice la formazione di un governo dopo le elezioni.
Con lo Stabilicum tutti i seggi verrebbero assegnati con metodo proporzionale, su base nazionale per la Camera e regionale per il Senato, e con liste bloccate. La novità strutturale è il premio di governabilità. Nella versione originaria, la coalizione vincente avrebbe ricevuto ulteriori 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, con soglia fissata al 40% dei voti e sbarramento al 3% per i partiti e al 10% per le coalizioni. Nel corso dell’esame parlamentare, la soglia per ottenere il premio è salita dal 40 al 42%, il tetto massimo dei deputati per la coalizione vincente è sceso a 222 e il ballottaggio (previsto inizialmente) è stato eliminato, sostituito dall’indicazione che si procederà con la ripartizione proporzionale pura qualora nessuna coalizione raggiungerà la soglia.

Anche in questo caso von Moltke potrebbe avere ragione. L’imprevisto non è però tanto legato all’incostituzionalità del premio di maggioranza, quanto all’emergere di un nuovo protagonista. La principale incognita che minaccia l’efficacia dello Stabilicum infatti non è né tecnica né costituzionale: è politica. E ha il nome di Roberto Vannacci.
Senza Vannacci il centrodestra rischierebbe infatti di perdere le prossime elezioni politiche: secondo un sondaggio Swg per La7, correndo da solo, Futuro Nazionale raccoglierebbe il 5,2% dei consensi. Con una coalizione composta da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi Moderati e Futuro Nazionale, il centrodestra arriverebbe al 47,1%, superando il campo largo fermo al 45,1%. Nello scenario in cui Futuro Nazionale corresse invece da solo, il centrodestra scenderebbe al 42,6% mentre il campo largo salirebbe al primo posto con il 45,0%.
È l’ironia compiuta dell’ingegneria istituzionale: una legge elettorale pensata per garantire la stabilità della maggioranza uscente dipende, per il suo effetto atteso, dall’inclusione nel perimetro della coalizione di un attore che quella maggioranza non controlla. Futuro Nazionale è accreditato di circa il 5% dei consensi, numeri contenuti ma sufficienti a entrare in Parlamento con la soglia del 3% e soprattutto tali da fare da ago della bilancia, visto lo scarto ridottissimo tra i due fronti. La logica del premio di maggioranza, concepita per premiare aggregazioni già formate, si trova così esposta a una dinamica di frammentazione centrifuga che viene dall’interno della coalizione potenzialmente vincitrice, non dall’esterno.
La massima del feldmaresciallo von Moltke torna utile anche questa volta. Ma il «nemico» non è l’opposizione, né la Corte costituzionale. È un generale in pensione, armato per ora solo dei numeri dei sondaggi, che sta già scombinando i piani pazientemente congegnati dalla coalizione di governo per ottenere una nuova vittoria alle prossime elezioni.




