Una recente delibera della Corte dei Conti lancia un allarme sulle risorse della difesa. Su uno dei dossier più caldi – in anni segnati da guerre e in cui le sollecitazioni (Nato e Ue) a aumentare la spesa militare sono costanti – i giudici contabili rilevano come i costi per gli F35 – i caccia di 5ª generazione che volano anche a Ghedi – siano fuori controllo.
A oggi l’Italia ha speso oltre 11 miliardi per il programma (Jsf), con un numero di velivoli più volte rivisto (131 prima, 90 poi e ora 115), e crescita dei costi derivata da fattori su cui nulla incidiamo: il dilatarsi dei tempi di progetto, l’esclusione della Turchia per volere Usa dai Paesi utilizzatori, i minori proventi del polo assemblaggio di Cameri, l’inflazione, ecc. Il nostro Paese dovrà dedicare al solo F35 nel triennio 2025-27 il 22,5% delle risorse della difesa e sarà costretto a accettare ogni variazione, implementazione e spese relative decise dagli Usa, leader del progetto di cui siamo meri fruitori. Non fu così per il Tornado (aereo italo-tedesco-britannico) e non lo sarà per il futuro sistema Gcap (in cantiere fra Tokyo, Londra e Roma, sempre che i bilanci lo consentano: abbiamo già impegnato 2,2 miliardi).
Ancora una volta si delinea come, in un’ottica di deterrenza – più o meno condivisibile che sia –, rilevi non solo garantire più fondi alla difesa, ma avere piena consapevolezza di come li si spende. Ed evitare di dipendere da alleati, specie se riluttanti quali ormai sono gli Usa, in grado di condizionare a loro vantaggio i nostri già magri bilanci.




