«Non si può raddrizzà le gambe a’ hani». Fu una delle prime frasi che Silvio Baldini pronunciò a Brescia nel 1998, parlando non so più di che o di chi. Sta a vedere che, quasi trent'anni dopo, l'uomo di Massa riuscirà a raddrizzarle, le gambe ai cani, e a diventare ct della Nazionale, senza il «pro tempore».
Ma probabilmente no, nemmeno tre mondiali di fila «ciccati» basteranno perché un paese conservatore nell'anima come l'Italia possa cambiare radicalmente pensiero e azione. Motivi per confermare Baldini? Non tanto perché parli di valori, regole, professionalità o perché faccia riporre il cellulare negli armadietti, quanto perché è un maestro di calcio e lo sa insegnare soprattutto ai giovani. Non tanto perché abbia battuto Lussemburgo e Grecia, ma perché non si erano mai visti così felici dopo una vittoria giocatori in azzurro.
E poi perché l'assioma «grande allenatore di club uguale a grande allenatore della nazionale» non è sinonimo di risultati certi. Poi perché sarebbe una scelta di coraggio. Cosa può succedere di così insolito: perderemo qualche partita? Credo sia già accaduto. Qualcuno teme che il Silvio sbrocchi in conferenza stampa o mandi a quel paese dirigenti o allenatori avversari? Un rischio che si può correre, nell'ennesimo anno zero del calcio italiano.
Magari la sua conclamata mancanza di mezze misure può essere un elemento nuovo, straniante, l'ingrediente che manca per fare risorgere un movimento. Altrimenti, accontentiamoci di rivedere Baldini all'Under 21. Forse, per rigonfiare il bolso pallone nazionale, potrà essere anche meglio.




