La Lega è a un bivio. O accetta la sfida lanciata da Vannacci (che dalla sua ha il vantaggio di non avere responsabilità di governo e di poter criticare ciò che Meloni e Salvini hanno promesso – per esempio in tema di immigrazione e tasse – e non hanno fatto) oppure ascolta la voce di Zaia e dei governatori leghisti e torna al vecchio Carroccio, recuperando la centralità del Nord, dei territori, delle vecchie parole d’ordine e abbandonando il sovranismo ad una non ben definita Lega versione centrosud (l’ex presidente del Veneto ha parlato di un assetto come Cdu e Csu in Germania). In ogni caso, Salvini rischia: se procedesse per la via attuale, fra poco i sondaggi potrebbero registrare il sorpasso di Futuro nazionale sulla Lega.
All’interno del partito la reazione di Zaia e degli altri non sarebbe trascurabile. Se invece il capo leghista decidesse di nominare Zaia vicesegretario e di sposare il progetto Csu-Cdu e di lasciare il Carroccio "bavarese" nelle mani dei governatori, il peso politico di Salvini si ridurrebbe molto. Al centrosud "Noi con Salvini" potrebbe restare sulla linea sovranista, ma sarebbe destinato a percentuali modeste, a causa di un probabile inevitabile deflusso di elettori verso Futuro nazionale, mentre al Nord verosimilmente si recupererebbe, ma a goderne non sarebbe l’attuale vicepremier. In quanto all’ipotesi di un trasferimento al Viminale, si tratta di una suggestione che la Meloni non è disposta ad assecondare per non terremotare il governo. Insomma, "hic Rhodus, hic salta".

Il problema di Salvini è che, nei primi anni della sua segreteria, era riuscito a vincere la scommessa di rianimare una Lega agonizzante e a portarla addirittura prima ad essere il partito più votato del centrodestra (2018) poi il primo del Paese (europee 2019). Poi, il declino, iniziato col Papeete, il mancato ottenimento delle elezioni anticipate (2019) l’ingresso della Lega nel governo Draghi (2021) mentre Fratelli d’Italia (restata all’opposizione) cresceva. Nel 2022, inoltre, la fortissima mobilità elettorale degli anni Dieci si fermava cristallizzando i rapporti di forza a favore della Meloni, con FdI al 26% contro l’8,8% del Carroccio. Il mancato ottenimento del ministero dell’Interno e il rilievo mediatico crescente della nuova premier hanno finito per indebolire la Lega, sorpassata alle europee del 2024 anche da Forza Italia (9,6% contro 9%). Non solo: nei due milioni di voti ottenuti da Salvini c’erano cinquecentomila preferenze per Vannacci (cooptato nel frattempo e nominato vicesegretario). In pratica, di quel 9% almeno un 2% era già del generale. Ora, nei sondaggi, la Lega è al 6,5% circa e Futuro nazionale si avvicina al 4,5-5%.
Di fronte a questo ritorno ai dati di partenza (alle europee 2014 il primo Carroccio di Salvini aveva avuto il 6,2%) i maggiorenti leghisti hanno capito che non è più tempo di aspettare e che l’avventura sovranista è ormai finita (di fronte a una concorrenza più agguerrita e credibile). Di qui, il ritorno alle origini, alla Lega "sindacato del Nord" (altro che Ponte sullo stretto di Messina, che qui nel Settentrione è visto – a dir poco – con perplessità). Invece di pensare alla Russia e al Ponte, Zaia e i governatori vogliono che si torni a parlare di autonomia differenziata, arrivando alla configurazione "bavarese" alla quale accennavamo in precedenza.
In pratica, se Salvini vuole restare leader, lasci a Zaia e ai suoi il Nord (e la trattativa con la Meloni per le candidature settentrionali alle Camere per il 2027) tenendosi il Centrosud e la battaglia (a nostro avviso già persa) con Vannacci. Per ora, il capo leghista prende tempo, ma non può procrastinare una decisione che, se non presa o rimandata troppo a lungo, rischia di affossare ancor più il partito.




