Nega di aver conosciuto Roberto Zorzi. Ma ricorda una Dyane azzurro pallido, auto del modello e del colore compatibile con quella che secondo gli inquirenti era in uso al neofascista veronese accusato della fase esecutiva della strage di piazza della Loggia, non distante dalla pizzeria Ariston in viale Venezia, la sera in cui Silvio Ferrari morì in piazza del Mercato trasportando un bomba.
L’auto
Chiamato a testimoniare dall’avvocato Stefano Casali, che difende Zorzi nel processo in corso in Corte d’assise sull’ultimo miglio percorso dalla bomba che seminò morte il 28 maggio di 52 anni fa, Angelino Papa di quell’auto - «di sinistra» almeno nell’immaginario collettivo - è tornato a parlarne ieri. Lo aveva già fatto negli anni della prima depistatissima inchiesta. All’epoca disse anche di aver visto due persone attorno a quella Citroen targata Vr proprio come quella che Elio Massagrande, capo dei capi dell’ordinovismo veronese, lasciava in uso ai suoi fedelissimi e che, per l’accusa, Zorzi utilizzava come fosse la sua. Chi fossero quei due (uno in auto, l’altro a bordo) non è dato sapere oggi, come non era dato sapere allora. Angelino Papa non lo sa e non lo seppe dire, ma il ricordo di quella vettura sembra accreditare la testimonianza di Ombretta Giacomazzi, la super teste della Procura, secondo la quale Zorzi era presente nella sua pizzeria la sera in cui Ferrari morì. Quella sera di sicuro Papa c’era. È lui stesso ad ammetterlo. «Ero con Buzzi, mio fratello Raffaele e Cosimo Giordano. Buzzi ad un certo punto si alzò ed andò a salutare delle persone che non conoscevo (ma che identificò in Silvio e Nando Ferrari, ndr). Veronesi? Non ne ricordo».
Il furgone
Chiesto di soffermarsi su quella serata, Angelino Papa ha ricordato la telefonata anonima al Bluenote fatta da suo fratello Raffaele su indicazione di Buzzi per annunciare un attentato che non ci fu, e il viaggio dall’Ariston al locale di viale Italia «per andare a vedere l’effetto che faceva» l’evacuazione della discoteca in seguito al falso allarme. Papa non esclude di aver viaggiato sul furgone dell’amico Cosimo Giordano, lo stesso furgone del quale ha riferito nel corso del processo un’altra testimone. «Quella sera - aveva detto Rosanna Vitto - vidi scendere Zorzi da un furgone». Mentre il suo fidanzato dell’epoca, Ferdinando Trappa, uno che con Buzzi aveva a che fare anche se non per ragioni politiche, e che è stato testimone in questo processo, ha affermato che sul mezzo utilizzato per andare al Blue Note quella sera vi fossero «oltre a Buzzi e a tale Ivo, anche Roberto Zorzi e una scatola di cartone con, a detta di Buzzi, una bomba destinata proprio al Blue Note».
«Non ricordo»
Di Roberto Zorzi ha detto di non aver mai saputo nulla il maggiore dei Carabinieri in congedo Carlo Arli. All’epoca della prima indagine su piazza Loggia, quella che iniziò poche ore dopo lo scoppio della bomba proprio con l’arresto di Zorzi e il suo immediato rilascio, Arli era uno dei «bracci destri» del capitano Delfino. Porta la sua firma l’annotazione di servizio che, ad agosto del 1974, riassumeva gli esiti dei primi due mesi di indagine sull’attentato. In quella relazione riassuntiva, checché Arli non se ne ricordi, di Zorzi si parla. In particolare si riferisce del suo alibi. Quello stesso alibi che Paolo Siddi, superiore di Arli nel Nucleo Investigativo dell’Arma guidato da Delfino, disse di aver raccolto dalla figlia del titolare del bar della filovia di Verona e che la signora, 50 anni dopo, nel corso di questo processo, ha smentito nella maniera più categorica. Oltre a dire di non aver mai saputo nulla di Zorzi né delle indagini sulla strage di piazza della Loggia, nonostante l’inchiesta fosse affidata proprio al Nucleo del quale faceva parte, Arli, che oggi ha 88 anni, ha inanellato una serie inesauribile di «non ricordo» davanti alla quale nulla ha potuto nemmeno il richiamo al rispetto della divisa fatto dal presidente Spanò.




