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Lettere al Direttore
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Qualche giorno fa ho letto la lettera di quel genitore che denunciava la bocciatura della figlia, una ragazza con Dsa. Quello che mi ha colpito, è stato il racconto di una scuola, in questo caso un liceo, che non è riuscito ad accompagnare una studentessa dislessica nel suo percorso di studi. Da genitore mi sono sentita coinvolta e capita e vorrei abbracciare tutti quei ragazzi e quelle ragazze che, dopo una diagnosi, si trovano a dover combattere non solo con le proprie difficoltà, ma anche con una scuola che non sempre sembra pronta ad accoglierli. Perché diciamolo: non basta parlare di inclusione, bisogna capire cosa significa concretamente accompagnare uno studente che ha una difficoltà, una disabilità, un Dsa o semplicemente un modo diverso di apprendere. Mi chiedo quante siano oggi le famiglie che si trovano a dover spiegare alla scuola chi è il proprio figlio, quali sono le sue difficoltà e di cosa avrebbe bisogno, spesso supportati da professionisti che diagnosticano un disturbo Dsa o Adhd. I test fatti non sono inventati in qualche laboratorio strano: sono test certificati, realizzati e pensati per le varie età. Nessuno si inventa nulla. Dico questo con un filo di sarcasmo, visto che anche qualche professionista psicologo millanta che oggi tutti si nascondono dietro disturbi specifici dell’apprendimento. Eh sì, perché oggi noi genitori ci divertiamo a portare i nostri figli a fare una diagnosi, dopo aver notato difficoltà scolastiche ripetute nel tempo. O meglio, io mi sono sentita dire che queste sono delle scorciatoie. La ricerca scientifica sarebbe quindi una scorciatoia? Quante volte, invece di cercare di capire cosa non ha funzionato, ci si limita a dire che quel ragazzo non è pronto, non si impegna abbastanza o non è adatto a quel percorso. E questo accade anche nei licei, e per chi sta pensando alla scuola statale, non solo nella scuola statale, anche nelle scuole cattoliche. Noi genitori non chiediamo che ai nostri figli venga regalato nulla, chiediamo che vengano messi nelle condizioni di poter dimostrare quello che valgono. Perché dietro ogni ragazzo che fatica a scuola c’è una storia e prima di fermarsi al voto, alla bocciatura o a un comportamento che non comprendiamo, forse dovremmo avere il coraggio di chiederci che cosa c’è dietro. Io oggi mi trovo a riflettere su questo e mi chiedo quante altre famiglie stiano vivendo la stessa situazione senza avere la forza, il tempo o la possibilità di raccontarla. Noi, come famiglia, abbiamo passato un anno difficilissimo, nel quale è stata diagnosticata a nostra figlia una condizione di Adhd, con un profilo di lentezza nell’elaborazione. Ci tengo a precisare, l’anno difficilissimo non è stato perché a nostra figlia è stata diagnosticata l’Adhd. Finalmente la ragazza era felice di capire come mai in alcune materie faticava tanto, ha dato la risposta a tante situazioni che per lei fino a quel momento erano incomprensibili. Quello era solo l’inizio di un altro viaggio. La scuola, dopo ripetute sollecitazioni per farle redigere un Pdp, non ha voluto supportare la ragazza. Dopo diversi tentativi, siamo riusciti finalmente a ottenere un incontro e ci è stato detto che la ragazza è intelligente, ma che secondo la scuola non era necessario farle utilizzare gli strumenti compensativi. Adesso, questi strumenti sono i famosi occhiali: se un miope non li utilizza, non vede. E allora mi chiedo: perché io, genitore, devo spiegare tutto questo a un dirigente scolastico quando ho in mano una diagnosi confermata da tre professionisti? Perché devo sentirmi dire che mia figlia non può utilizzare gli strumenti compensativi? E soprattutto, perché devo arrivare a sentirmi dire dalla vicepreside che il Liceo non fa per lei, e che quindi sarebbe preferibile guardare altrove, perché la scuola non è pronta alla sua diagnosi! Che messaggio stiamo dando a una ragazza: «mi dispiace, questo liceo non fa per te, devi cambiare strada, i tuoi sogni devono essere ridimensionati perché la scuola che hai scelto non è pronta ad accompagnarti»? È questo che dovrebbe fare la scuola? Io credo di no. Soprattutto se non dai gli strumenti che porterebbero ad essere alla pari come tutti gli altri compagni. E forse è proprio qui che dovremmo fermarci a riflettere, perché una diagnosi non dovrebbe diventare un limite imposto al ragazzo. Dovrebbe servire a capire come aiutarlo a raggiungere gli stessi obiettivi, magari attraverso strade diverse. Io non mi ero resa conto fino in fondo di quanto potesse essere forte questa ingiustizia finché non l’ho vissuta sulla mia pelle. Oggi capisco molto bene quel genitore che ha scritto quella lettera e capisco anche, purtroppo, che dietro la sua storia ce ne possano essere tante altre. E allora forse dovremmo smettere di chiederci soltanto se un ragazzo è adatto alla scuola che ha scelto e iniziare a chiederci se quella scuola è davvero pronta ad accogliere quel ragazzo. Perché i nostri figli non chiedono che venga regalato loro qualcosa, chiedono soltanto di poter essere messi nelle condizioni di dimostrare quello che valgono. In questo anno mi sono anche resa conto di tutte quelle famiglie che hanno la fortuna di avere ragazzi che a scuola non hanno nessun tipo di problema e che, forse proprio per questo, guardano ancora con un filo di compassione chi invece fa più fatica, pensando magari che dietro una diagnosi ci sia la ricerca di una scorciatoia. E mi vengono in mente anche quei genitori che, nonostante la scuola faccia il suo dovere e si accorga che il proprio figlio avrebbe bisogno di un aiuto, arrivano a rifiutarlo. Per vergogna. Ma vergogna di cosa? Di avere un figlio che ha bisogno di uno strumento in più per poter fare quello che fanno gli altri? Di una diagnosi che non cambia il valore di una persona? Forse dovremmo smettere di guardare con compassione chi ha una difficoltà e, soprattutto, smettere di pensare che chiedere un aiuto significhi cercare una scorciatoia, perché nessuno chiede di avere una strada più facile. Si chiede semplicemente di poter percorrere la propria strada con gli strumenti necessari. E oggi questa società mi porta anche a non rivelare chi sono, perché sento di avere il dovere morale di proteggere mia figlia. Perché, lo ripeto, spesso, a partire proprio da chi ti sta vicino, non esiste ancora una vera apertura mentale nei confronti di chi ha delle difficoltà. E allora una diagnosi che dovrebbe servire a capire, ad aiutare, ad accompagnare, rischia ancora di diventare un’etichetta. Ed è questo che, come genitore, mi fa più paura. Lettera firmata Carissima, siamo soliti dire che rispondere alle lettere sul giornale è un parlare a nuora affinché suocera intenda. Questa volta vorremmo scriverle come se ci trovassimo faccia a faccia, guardandola dritta negli occhi e mettendole una mano sulla spalla. Da genitori sentiamo tutta la fatica, la rabbia e altresì l’amore e la determinazione con cui difende sua figlia e insieme una schiera lunghissima di famiglie che vivono una situazione identica. Ha perfettamente ragione: la diagnosi non è una condanna, né una scorciatoia, bensì una mappa per capire come camminare. Sentirsi dire che «il liceo non fa per lei» è ingiusto, prima ancora che doloroso, evidenziando che il limite non è della ragazza, ma di quella scuola. La metafora degli «occhiali per il miope» dovrebbe esser poi scolpita nella mente di ogni dirigente e insegnante: negare gli strumenti compensativi a uno studente con Dsa o Adhd non significa essere selettivi o rigorosi, bensì praticare una discriminazione. Punto. E a quanti pensano sia un’esagerazione o una moda, non ostentiamo certezze, ma prima di sentenziare dovrebbero prendere esempio dai nativi d’America, i quali per esprimere un giudizio consigliavano di camminare almeno tre lune nei mocassini altrui. Un abbraccio allora e tanta, tanta vicinanza.
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