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Lettere al Direttore
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Egregia Presidente Giorgia Meloni, mi chiamo Rebecca, ho quasi 11 anni, frequento la prima media e sono nata e vivo a Brescia. Ho deciso di scriverle perché in questi giorni sto vedendo cose che mi fanno pensare e, sinceramente, anche un po’ paura. Ho visto le proteste nel Sud Italia, soprattutto in Calabria, e le immagini di camionisti che piangono dentro i loro camion e di agricoltori che lavorano tanto, ma che fanno fatica ad andare avanti. Mi ha colpito vedere persone adulte piangere per il lavoro e per il futuro delle loro famiglie. Mi sono chiesta come ci si possa sentire quando ci si alza ogni mattina per lavorare onestamente e poi non si riesce comunque a vivere tranquilli, perché tutto costa sempre di più. Ho quasi 11 anni e so di non conoscere tutti i problemi dell’Italia, ma capisco che se tante persone arrivano a protestare, forse hanno davvero bisogno che qualcuno le ascolti. C’è una cosa, però, che mi dispiace particolarmente. Quando guardo il telegiornale, spesso vedo soprattutto le devastazioni e le violenze commesse da alcuni ragazzi. È giusto raccontarle e condannarle, perché non credo che distruggere le cose o aggredire qualcuno sia il modo giusto per farsi ascoltare. Ma mi domando perché non si mostri con la stessa attenzione anche quello che stanno vivendo le persone che protestano pacificamente e che chiedono aiuto. Vorrei vedere più immagini della Calabria e delle altre zone del Sud, vorrei sentire le parole dei lavoratori, degli agricoltori, dei camionisti e delle famiglie che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. Vorrei che si raccontassero anche le loro storie, le loro preoccupazioni e le difficoltà che affrontano ogni giorno. Io sto con il Sud. Lo dico perché penso che chi soffre meriti di essere ascoltato, indipendentemente da dove vive. Non significa che al Sud abbiano sempre ragione o che al Nord non ci siano problemi. Significa che non voglio che nessuno venga dimenticato. Io sono nata e vivo a Brescia, ma non penso che quello che succede in Calabria o in qualsiasi altra parte del Sud riguardi soltanto chi ci abita. Siamo tutti italiani e dovremmo sentirci vicini anche quando viviamo lontani. Mi piacerebbe che tutti i politici, di qualsiasi partito, si fermassero per andare a parlare direttamente con queste persone. Non soltanto davanti alle telecamere e non soltanto per fare promesse, ma per ascoltarle davvero, capire che cosa stanno vivendo e cercare insieme delle soluzioni. Perché se tante persone arrivano a piangere, a protestare e ad avere paura per il proprio futuro, secondo me non basta condannare quello che succede in piazza. Bisogna anche domandarsi perché quelle persone sono arrivate fin lì. Vorrei raccontarle anche una cosa personale, che per me è molto importante. L’anno scorso la mia mamma si è ammalata di un tumore chiamato plasmocitoma. Ha dovuto affrontare un’operazione molto delicata e poi un ciclo di radioterapia. Io non so spiegare bene tutto quello che è successo dal punto di vista medico, ma so che avevo paura. Quando la mamma sta male, anche se sei una bambina, te ne accorgi e cominci a pensare a tante cose. Per fortuna, i medici che la seguivano sono stati rapidi e la mamma ha potuto ricevere le cure necessarie. A volte, però, mi viene in mente una domanda che mi fa paura: e se avesse dovuto aspettare di più? Se non fosse riuscita a curarsi in tempo, sarebbe ancora con me? Non voglio nemmeno immaginare la mia vita senza la mia mamma. È anche per questo che mi preoccupo quando sento parlare delle liste d’attesa nella sanità. So che anche qui a Brescia ci sono persone che aspettano tanto per fare visite ed esami e che alcune devono andare privatamente perché non possono aspettare ancora. Ma se una persona è malata, non dovrebbe avere più possibilità di curarsi soltanto perché ha più soldi. Secondo me, tutti dovrebbero poter ricevere le cure di cui hanno bisogno, senza dover avere paura di non arrivare in tempo. La mia mamma è un’insegnante e mi ha sempre insegnato a osservare quello che succede, ad ascoltare le persone e poi a farmi un’idea mia, usando la mia testa. Non mi ha insegnato a dare sempre ragione a qualcuno, ma a cercare di capire. Per questo voglio essere sincera anche su un’altra cosa: non condivido le violenze che sono successe durante alcune proteste al Nord. Non penso sia giusto aggredire le forze dell’ordine, perché anche loro sono persone che stanno lavorando e hanno diritto a essere rispettate. Secondo me si può protestare, si può essere arrabbiati e si può non essere d’accordo con il Governo, ma non bisogna aggredire nessuno. Allo stesso tempo, però, non penso che basti condannare la violenza e poi dimenticarsi di chi è sceso in piazza per chiedere aiuto. Vorrei che si riuscisse a distinguere chi commette atti violenti da chi manifesta perché non ce la fa più. Presidente, io non sono né di destra né di sinistra. Sono una bambina che cerca di capire quello che succede intorno a lei. E mi domando: perché quando si parla di problemi così importanti sembra che tutto debba diventare una discussione tra chi ha ragione e chi ha torto, tra un partito e un altro? Quando una famiglia non riesce a pagare le bollette, quando un lavoratore non guadagna abbastanza per vivere serenamente o quando una persona malata aspetta una visita, non credo che la cosa più importante sia sapere per chi vota quella persona. La cosa importante dovrebbe essere aiutarla. Nella Costituzione italiana si parla di uguaglianza e del diritto alla salute. Io non sono una grande esperta di Costituzione, ma penso che se questi diritti sono scritti lì, allora dovrebbero valere davvero per tutti, non soltanto per chi ha la possibilità di pagare o per chi vive in una determinata parte d’Italia. La mia mamma mi ha insegnato a non girarmi dall’altra parte quando qualcuno ha bisogno. E io penso che questo valga anche per un Paese. Non importa se una persona vive al Nord o al Sud, se è ricca o povera, se la pensa come me oppure no. Se sta male, merita di essere ascoltata. Io vorrei crescere in un’Italia in cui chi lavora non debba piangere dalla disperazione, in cui una famiglia non debba avere paura di non arrivare alla fine del mese e in cui i bambini non debbano temere di perdere la propria mamma perché le cure non arrivano in tempo. Vorrei un’Italia in cui si possa protestare senza violenza, ma anche un’Italia in cui chi protesta venga ascoltato. Non penso che governare un Paese sia facile, ma credo che ascoltare le persone sia uno dei primi passi per cercare di risolvere i problemi. Presidente, forse lei penserà che sono troppo piccola per scriverle di queste cose. Ma io penso che anche i bambini vedano quello che succede e si facciano delle domande. E a volte vorrebbero semplicemente capire perché gli adulti non riescono a trovare una soluzione. Non so se questa lettera arriverà davvero fino a lei e non so se una bambina di quasi 11 anni possa cambiare qualcosa. Però sentivo il bisogno di scriverle quello che penso. Io sto con il Sud perché non voglio che nessuno si senta abbandonato. Sto con chi lavora onestamente, con chi fa fatica, con chi chiede di essere ascoltato e con chi spera in un futuro migliore per la propria famiglia. Non significa essere contro qualcuno. Significa ricordarsi che, prima di essere di destra o di sinistra, del Nord o del Sud, siamo tutti persone. Presidente, io non le chiedo di dare ragione a tutti. Le chiedo di ascoltare tutti, di andare a parlare con chi sta soffrendo e di non lasciare che le immagini delle violenze facciano dimenticare le ragioni e le difficoltà di tante persone. Spero che un giorno, crescendo, potrò essere orgogliosa di vivere in un Paese in cui le persone si ascoltano di più, in cui la salute è davvero un diritto e in cui nessuno viene dimenticato soltanto perché vive lontano o perché ha meno possibilità degli altri. La ringrazio per aver letto la mia lettera. Un saluto. Rebecca Una bambina di quasi 11 anni, nata e cresciuta a Brescia Cara Rebecca, non ti offenderai se non rispondo: avendola indirizzata alla presidente del Consiglio, è giusto lo faccia lei, se lo vorrà. Da parte mia voglio invece fare i complimenti alla tua mamma, Paola, che la tua lettera ce l’ha inviata, con parole d’accompagnamento che ci hanno commosso e meritano di rilevanza: «Rebecca ha sentito il bisogno di esprimere le proprie riflessioni su ciò che sta accadendo in Italia. Partendo anche da un’esperienza personale, la mia malattia, ha cercato di raccontare con le parole di una bambina le paure, le domande e il desiderio di vivere in un Paese in cui tutti possano essere ascoltati, indipendentemente da dove abitano o da come la pensano. Credo sia importante dare spazio anche ai pensieri dei più giovani, che osservano il mondo degli adulti e si pongono domande sul futuro del nostro Paese». È proprio così. Una settimana fa scrivevamo che i ragazzi vanno ascoltati e Rebecca ha trasformato il buon proposito in sostanza. Di certo la premier Meloni ha poco tempo per leggere e rispondere, forse però mamma Giorgia qualche minuto lo trova. Chissà. Ci speriamo.
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