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Lettere al Direttore
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Nel mese di luglio 2023, al ritorno delle mie vacanze estive di due settimane fuori città, trovo un avviso datato 28 giugno per il ritiro di un plico raccomandato. Senza indugio, in data 19 luglio mi reco presso l’ufficio postale di riferimento e mi viene notificato un atto del Comune di Castegnato relativo ad una violazione del Codice della Strada. Il 27 maggio precedente, per essere precisi, con il mio automezzo viaggiavo sulla S.P. BS510 Quinques alla velocità di 98,4 km/h (come rilevato da autovelox) superando così il limite massimo imposto di 90,0 km/h. La sanzione risultava pari ad euro 54,20 se pagata entro 5 giorni dalla notifica e ad euro 71,00 se pagata entro 60 giorni dalla notifica. Lo stesso 19 luglio effettuo pertanto un bonifico bancario di euro 54,20. La settimana scorsa, nella cassetta delle lettere e dopo oltre tre anni, mi viene recapitata una lettera del citato Comune dalla quale evinco che non risulta registrato il mio pagamento. Immediatamente, invio una e-mail al Comando di Polizia locale ed allego l’evidenza del bonifico. La risposta è stata come una botta in testa: mi precisano che ho pagato l’importo ridotto oltre i cinque giorni dalla notifica e, conseguentemente, il Comune mi chiede il pagamento di una ulteriore somma di euro 76,14! Ma come, mi chiedo, ho pagato il giorno stesso del ritiro dell’atto. Eh no, caro cittadino onesto. La solerte comandante della Polizia locale, citando un dispositivo di legge, mi sottolinea in maniera fredda e distaccata che la notifica si intende andata a buon fine dopo dieci giorni dal deposito nella cassetta postale del relativo avviso e non quando il destinatario la ritira. Quindi, il pagamento ridotto avrei potuto eseguirlo entro il 13 luglio e, avendolo invece fatto il 19, non ho estinto il procedimento sanzionatorio. La mia arrabbiatura, credetemi, ha raggiunto livelli incommentabili. E mi sono posto una serie di domande. Perché questa vessazione? Perché la pubblica amministrazione continua ad utilizzare il potere del più forte contro la debolezza del cittadino, per di più onesto? Perché ci si prende gioco di un contribuente ligio e puntuale, peraltro indotto dalla stessa pubblica amministrazione ad effettuare un tipo di pagamento piuttosto che un altro? Perché in Italia, per essere tranquillo, devi essere un giurista o un avvocato o, meglio ancora, un conoscitore di tutte le norme possibili ed immaginabili? Non basta la buona fede? Perché, mi chiedo ancora, la pubblica amministrazione può metterci più di tre anni per contestare un atto ed il cittadino deve invece adempiere in soli dieci giorni anche se, per i più svariati motivi (per esempio, lontananza da casa per lavoro, per malattia, per impegni familiari improrogabili), nemmeno conosce ciò che gli viene richiesto se non quando ha il documento tra le mani? Tre anni contro dieci giorni al buio… ma vi sembra normale? A fronte di tutto questo, fatto inoltre presente che è la pubblica amministrazione al servizio del cittadino e non il contrario, la citata integerrima comandante ha liquidato il tutto scrivendomi che il suo operato è conforme alla legge; anzi, ha messo bene in evidenza che è stata pure sollecita, perché la norma le consente un tempo di azione fino a cinque anni. Bene, brava! Continuate così, e la disaffezione (per non dire altro) verso gli organi istituzionali e dello Stato crescerà sempre di più. Ho inteso pubblicare il mio caso soprattutto per «informare» adeguatamente gli automobilisti distratti (sebbene onesti) affinché non incorrano in una vicenda tanto surreale quanto amara, tanto amara, come è capitato a me. Gabriele Tonini Brescia Caro Gabriele, quello della disparità di forze tra Stato e singolo cittadino è un fatto acclarato e che più volte abbiamo provveduto a sottolineare. Più che ribadirlo e concedere talvolta ai nostri lettori, come nel suo caso, almeno una possibilità di sfogo, non possiamo fare. Un tempo ci eravamo illusi che ci fosse almeno «un giudice a Berlino», poi abbiamo perso la speranza, constatando che è meglio mordersi la lingua e pagare, pure in presenza di un torto palese, piuttosto che avviare pratiche di ricorso che alla fine costano soldi, tempo e fatica, producendo nulla. L’ultima conferma l’abbiamo avuta giorni fa, leggendo una sentenza della Corte d’Appello di Trieste che ha dato torto a un’automobilista in contenzioso con i Carabinieri che l’avevano multata, poiché non ai militari spettava l’onore della prova dell’infrazione rilevata, bensì all’automobilista dimostrare di non averla commessa. In pratica, l’inversione dello spirito della legge: tutti colpevoli, fino a prova contraria. Una questione da poco, potrà pensare qualcuno. Invece no. Il patto di fiducia tra cittadini e istituzioni è il fondamento della nostra civile convivenza. Se per distrazione o sciatteria esso si incrina, i costi sociali saranno ben peggiori di quelli dell’introito di una multa.
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