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Ho letto con interesse l’editoriale sui disordini di Belfast. Non condivido però la tendenza, sempre più diffusa nel dibattito pubblico europeo, a spiegare fenomeni complessi attraverso categorie ideologiche. Premetto che non appartengo alla schiera di chi vede nella xenofobia una semplice invenzione giornalistica. Esiste, l’ho vista con i miei occhi fin da ragazzo nella Brescia degli anni Ottanta e Novanta. Eppure quella xenofobia non ha vinto. Non perché gli italiani siano diventati improvvisamente migliori, ma perché la realtà si è incaricata di smentire i pregiudizi. Chi arrivava trovava lavoro. Le fabbriche assumevano. La crescita economica produceva mobilità sociale. Le differenze culturali apparivano secondarie rispetto a una realtà molto concreta: lavorare, costruire una famiglia, migliorare la propria condizione. Successivamente ho vissuto l’immigrazione da un’altra prospettiva. Ho sposato una cittadina ucraina e ho affrontato personalmente le procedure di regolarizzazione previste dalla legge italiana. Anni dopo mi sono trasferito negli Stati Uniti con la mia famiglia, sperimentando un sistema migratorio molto più rigoroso di quello europeo. Negli Stati Uniti ho compreso una verità semplice che Ronald Reagan aveva espresso efficacemente: l’America è un Paese nel quale persone provenienti da ogni parte del mondo possono diventare americane. Non perché non esistano tensioni o discriminazioni, ma perché esiste un meccanismo economico e sociale che continua ad assorbire e integrare. È qui che, a mio avviso, sia l’editoriale del GdB, sia molti altri editoriali che da anni martellano sull’incompatibilità culturale dell’Islam e sull’impossibilità dell’integrazione finiscono per mancare il bersaglio. Da una parte si attribuisce tutto alla xenofobia e all’estrema destra. Dall’altra si attribuisce tutto a presunte incompatibilità culturali insanabili. Entrambe le letture individuano un colpevole e finiscono per trascurare il problema reale, cioè che l’Europa cresce poco, investe poco, produce poco e genera una mobilità sociale sempre più debole. In una società dinamica, l’immigrazione rappresenta una sfida gestibile. In una società stagnante, diventa inevitabilmente un terreno di conflitto. Quando il benessere ristagna, i cittadini cercano colpevoli. Gli immigrati diventano un bersaglio facile, ma la tendenza a liquidare ogni preoccupazione come semplice xenofobia risolve nulla. Mentre discutiamo ossessivamente di destre e sinistre, di populismi e tecnocrazie, di islamofobia e multiculturalismo, continuiamo a ignorare la domanda fondamentale: come torniamo a creare prosperità per cittadini e immigrati insieme? Finché non risponderemo a questa domanda, Belfast non sarà né la vittoria della destra né il fallimento dell’accoglienza. Sarà semplicemente il sintomo di un continente che fatica sempre più a produrre opportunità e che, per questo, cerca rifugio nelle spiegazioni ideologiche. Silvio William Fappani Bresciano, emigrato e immigrato Caro Silvio, il suo ragionamento non fa una grinza, come tutti quelli nero su bianco, sulla carta. Peccato, o per fortuna, ci pensa poi la realtà a spettinare i piani e scombussolare la vita. Nello specifico, è certo che il vento del malcontento e delle paure soffi sul fuoco dell’intolleranza e del rifiuto dell’altro, ma sarebbe ingenuo illudersi che per spegnerlo basti prosperità economica. Se così fosse, Paesi in cui la curva economica è in costante salita non avrebbero problemi, mentre l’immigrazione rappresenta ovunque tema sensibile, come tutti i punti in cui la carne è viva. Concordare con la sua ricetta significa allora essere altrettanto coscienti di mettere in conto discussioni, riflessioni, errori, scontri e pure sofferenza. D’altra parte, lo stesso esempio che porta, quello della Brescia di anni Ottanta e Novanta, a vederlo da qui è «xenofobia che non vince», ma per giungerci s’è passati da un parto podalico, il passaggio attraverso una tempesta. Armiamoci dunque di coraggio e santa pazienza, tenendo la barra degli ideali dritta, ma sapendo altresì che vivere situazioni concrete è ciò che ci tocca.
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