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Le recenti mobilitazioni studentesche hanno tolto definitivamente la maschera a quello che, per troppi anni, è stato romanticizzato come un «legittimo esercizio del dissenso». Da Torino a Roma, passando per Milano, Bologna e Napoli, le immagini non raccontano di aule di dibattito o di proposte per il futuro della scuola. Raccontano, al contrario, di guerriglia urbana, teppismo politico e pura sete di disordine, confermando lo stampo criminale. I numeri e i fatti emersi dai cortei di questi giorni delineano un bollettino che appartiene più all’ordine pubblico che al mondo della formazione. Assalti ai palazzi istituzionali: a Roma, guerriglia e barricate in centro; a Torino, la violenza dei «casseur» incappucciati, a Milano. Il paradosso più evidente e inaccettabile di questa ondata di disordini risiede nel trattamento riservato agli stessi luoghi che i manifestanti dichiarano di voler difendere. L’ondata di occupazioni lampo che ha colpito gli istituti da Nord a Sud si è tradotta in una scia di danni materiali incalcolabili. L’emblema è l’episodio registrato in una scuola di Napoli, in una palestra scolastica appena ristrutturata a bordo dei motorini, distruggendo i pavimenti e le attrezzature nuove destinate alla collettività. Teppismo politico, non espressione democratica. Queste azioni non hanno nulla a che fare con la democrazia o con la tutela del sistema scolastico. Si tratta di «teppismo politico» e di una vera e propria aggressione alle istituzioni democratiche. Anche all’interno delle stesse rappresentanze studentesche comincia a sollevarsi un muro di sdegno: l’Ufficio di Coordinamento Nazionale delle Consulte Studentesche ha fermamente condannato le violenze, evidenziando come queste frange radicali stiano usando la scuola come un ring per fini ideologici o, peggio, come sfogo per il puro vandalismo. Chiamare ancora «studenti» individui che scendono in piazza armati di pietre e passamontagna è un insulto a chi la scuola la vive davvero ogni giorno con rispetto e impegno. È tempo di smettere di cercare giustificazioni sociologiche: quella a cui stiamo assistendo non è una protesta, è solo delinquenza da strada mascherata da ideologia. Marco Morandi Vobarno Caro Marco, non sprecheremo spazio per ribadire l’ovvio: la violenza va sempre condannata, punto. Ci interessa assai più non liquidare la «questione giovanile», cercando di evitare i paternalismi, ammettendo di essere senza risposte, ma avendo in testa un modello limpido: quello di don Antonio Loffredo, il parroco del rione Sanità di Napoli, che per primo ha sperimentato la vacuità delle parole quando assumono la forma di discorso frontale, mentre per entrare realmente in relazione funziona ciò che lui chiama «rapporto fraterno: mangiare insieme, uscire insieme, vivere insieme». Soltanto così impareremo a conoscere anche i più sbandati, passando dalla politica (necessaria) del contenimento a quella (auspicabile) della comprensione e dell’accoglimento. Che la delinquenza si ferma non solo bloccando il braccio, bensì agendo sulla testa e il cuore di chi lo va muovendo.
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