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Lettere al Direttore
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Dopo aver visto la puntata «Finché tavola non ci separi», dedicata alle eccellenze abruzzesi, nasce spontanea una riflessione che va oltre la narrazione televisiva, oltre l’estetica curata e le immagini seducenti. Da bambina, in Abruzzo, pascolavo le pecore. Lo facevo a cavallo di asini forti e silenziosi, in mezzo a contadini che oggi sembrano appartenere a un altro tempo. Erano persone straordinarie, con valori forti, solidali, custodi di un sapere antico, quello che si celebra oggi, di un rapporto diretto con la terra che oggi rischia di scomparire. Quelle pecore non ci sono quasi più. Quegli asini sono scomparsi. E, soprattutto, stanno scomparendo i contadini e senza di loro le materie prime da dove arrivano? Parlo con affetto, perché sono per metà abruzzese. Non c’è in queste parole alcuna critica distruttiva, ma semmai una preoccupazione profonda, condivisa da chi quella terra la conosce davvero. Oggi assistiamo a una rappresentazione dell’Abruzzo fatta di immagini splendide: i trabocchi, le tavole imbandite, i racconti raffinati. Ma questa narrazione rischia di diventare un’illusione se non poggia su una realtà viva. La domanda è semplice: dove sono i contadini? Invece di investire ingenti risorse in produzioni patinate, forse sarebbe più utile sostenere concretamente chi la terra la lavora ancora. Finanziare l’agricoltura, incentivare le cooperative, restituire dignità e prospettiva a un mestiere che non è solo fatica, ma identità. Sappiamo che i giovani guardano oltre, dove non c’è nulla. Vanno educati, guidati, molti di loro vorrebbero lavorare le terre dei nonni, ma chi li sostiene? Se esistono ancora coltivatori di zafferano, come quelli della piana di Navelli, si parta da loro. Si racconti la terra prima della tavola. Si mostri il lavoro prima della celebrazione. Perché il contadino, quello senza chimica, oggi, non è più protagonista del racconto? E forse questo accade anche perché richiama un’immagine che la società contemporanea tende a rimuovere: quella del sacrificio, della fatica, della povertà. Giorgione è dalla mia parte, in questo è Maestro! Infine, resta una nota simbolica che invita alla riflessione. In una narrazione che richiama figure come Gabriele D’Annunzio, colpisce come spesso la memoria culturale venga evocata senza essere realmente custodita nei luoghi e nelle scelte, come il nostro Aeroporto d’Abruzzo che ne ha rimosso il nome, la memoria e l’anima. Vado in Abruzzo da sessant’anni, possiedo una casa lì, i miei familiari sono abruzzesi. Parlo quindi da testimone, non da osservatrice occasionale. Non torno più sulla costa dei Trabocchi da quando è stata profondamente alterata. Un tempo era una distesa di spiagge libere, selvagge, di rara bellezza: una sorta di «Corsica abruzzese», forse ancora più autentica. Oggi, in molti tratti, quella libertà sembra essersi ridotta. Le spiagge sono occupate da file di ombrelloni spesso inutilizzati, riminizzate, mentre regole e vincoli rendono difficile vivere il mare con naturalezza. Il risultato è paradossale: spazi puliti e organizzati ma vuoti, e una perdita progressiva di quel rapporto diretto con la natura che rappresentava il vero valore di questi luoghi. Chi conosce l’Abruzzo di ieri, quello più autentico, spesso sceglie altre destinazioni. Non per mancanza di affetto, ma per la sensazione che qualcosa di essenziale sia stato smarrito. Esperienze come quella della Riserva Naturale di Punta Penna, custodita dai predatori grazie al Wwf, dimostrano che un’altra strada è possibile: tutela, equilibrio, rispetto del territorio pagano molto di più, se ben gestiti! È forse da lì che si dovrebbe ripartire. C’è dunque molto da fare. Molto più di quanto una bella produzione televisiva possa raccontare. Prima di celebrare, bisogna ricostruire. Prima delle immagini, servono le radici. Prof. Carolina Manfredini Ghedi Cara Carolina, lei parla dell’Abruzzo - regione che abbiamo scoperto grazie a Silone e alla quale siamo affezionati in virtù di persone a cui teniamo molto - e vi diamo evidenza poiché ciò che scrive vale altresì per buona parte delle nostre valli e pure per vaste porzioni di regione dell’intera Italia. Il tema è attuale: come preservare il buono che c’è, senza scadere nella retorica patinata e vuota? La risposta che dà ci convince: partire dalle radici è sempre una buona scelta. E in fatto di radici, chi meglio dei contadini le conosce e può contribuire a far sì che resistano e si diffondano, trasformando una terra agra in luogo accogliente, dove si associa pane e cura? Ripartiamo da loro, dunque, da una cultura che tuteli l’essenziale e nel contempo sappia affrontare le sfide della contemporaneità. Non rinunciando alle «immagini splendide», ma facendo in modo che si trasformino da semplici cartoline in rappresentazioni di qualcosa di vero, degno di essere vissuto, non soltanto in vacanza.
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