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Lettere al Direttore
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Sono un’insegnante, ho trentacinque anni e tra poco comincerò il mio dodicesimo anno scolastico da docente. Sono sufficientemente disincantata rispetto al sistema scolastico italiano ma mantengo ancora l’entusiasmo stupito di quel giorno di ottobre, in cui, per la prima volta, un alunno del Cfp di Ome mi ha chiamata «Profe». Oggi, dopo aver superato tre concorsi per classi di concorso diverse, sono di ruolo in una scuola media in provincia. Ricordo tutti i nomi e i volti dei docenti che mi hanno insegnato qualcosa, persino dei supplenti. Ho letto nei giorni scorsi del «caso» del professor Manni, che, a 67 anni, è stato «costretto» dalla legge italiana al pensionamento; ho letto del flash mob che alcuni suoi ex studenti hanno realizzato per sostenere la sua causa e, con questa mia lettera, desidero condividere alcuni pensieri che mi sono sovvenuti in questi giorni. Innanzitutto devo constatare che siamo in un Paese decisamente ageista, sia verso i «giovani», sia verso i «vecchi». Abbiamo allungato l’età della «gioventù» per giustificare la precarietà in cui teniamo le persone, per poi accusarle di essere imbelli, incapaci, non ancora pronte, non sufficientemente formate. A 35 anni, vengo giudicata «giovane» e mi chiedo: quando ho iniziato, dodici anni fa, che cos’ero? Al contempo noto una serie di critiche preconcette nei confronti dei docenti più «attempati», che non avrebbero presa sugli adolescenti, che non conoscono le «nuove tecnologie», che non hanno più voglia di formarsi. Se questo è un dato di fatto, credo che molte delle argomentazioni che sono state proposte a favore o contro il pensionamento obbligato di un sessantasettenne, non centrino il punto della questione che è, invece, la relazione educativa. Educare significa «condurre fuori», «tirare fuori» qualcuno. Ma tirare fuori da che? Innanzi tutto tirarlo fuori dal ripiegamento su sé stesso, aprirlo al mondo e poi lasciarlo andare. Ecco, credo che il nocciolo della questione stia qui, nel «lasciar andare». Perché lasciare andare significa capire quando è il momento di farsi da parte. Guardare da lontano qualcuno che cammina, dapprima magari incerto, accettare che cada, non sottrarsi all’aiuto, ma mettersi in seconda battuta. Ho riletto di recente il passo della Commedia in cui Dante, nel Paradiso Terrestre, si accorge che la sua guida, Virgilio, non c’è più. A Dante viene da piangere. Ma Virgilio sapeva, fin dall’inizio, che lui sarebbe potuto arrivare fino a un certo punto. Fuor di metafora mi chiedo: se in oltre quarant’anni di onorato servizio abbiamo fatto il nostro dovere, non dovremmo aver formato almeno una persona che prenda il nostro posto? Dicono che insegnare sia lasciare un segno: per me è anche segnare, indicare una via. Cosa abbiamo chiesto agli alunni che abbiamo avuto? Di guardare noi o di guardare la direzione, la meta che abbiamo in-segnato? Ci sono un sacco di giovani energie che sono bloccate nella palude del precariato e, con la denatalità che investe il nostro Paese, nemmeno i pensionamenti sono garanzia di un ingresso in ruolo. Ma se neanche chi ha raggiunto un limite di età e di servizio riesce a farsi da parte, mi chiedo dove finiranno quelle energie che il nostro Paese sta perdendo? Per questo ritengo che non saper farsi da parte sia un tradimento della relazione educativa che, di per sé, non ha età, perché è esperienza comune che anche da adulti, se si mantiene sufficiente stupore e meraviglia, si imparano molte cose anche da chi è anagraficamente più piccolo di noi. Ritengo altresì che le energie dei neo pensionati non debbano essere disperse: ho in mente tanti colleghi e colleghe che sono vicini alle scuole in cui hanno insegnato in tanti modi diversi. Non c’è solo bisogno di docenti di cattedra, c’è bisogno di una comunità educante: c’è bisogno di qualcuno che, libero da voti e incombenze burocratiche, possa sostenere le scuole, con la competenza maturata negli anni e, con le energie conservate e anzi liberate dal peso delle scadenze, possa contribuire al lavoro degli insegnanti di cattedra. Da qui uno spunto per i pensionandi e neo pensionati: perché non costituire un’associazione che collabori con i Comuni per riuscire a sostenere gli istituti della città e della provincia a tamponare l’emergenza educativa che viene continuamente richiamata dai media? Se è vero che interventi strutturali e finanziari non sono fatti a livello ministeriale da anni, è altrettanto vero che la fantasia e la creatività, prerogative dell’educatore, possono dare vita a forme nuove che superino l’impasse statale e diano la possibilità a tutti di sentirsi valorizzati, anche a sessantasette anni. Beatrice Rossi Brescia Cara Beatrice, le sue parole sono musica per le nostre orecchie, raggiungendo note sublimi quando cita l’importanza della «comunità educante», mentre siamo certi suoneranno come unghie sulla lavagna per il professor Manni e coloro che con lui si battono per farlo restare in servizio oltre i limiti attuali della pensione. Il nocciolo è quello che cita in coda, cioè «inventarsi» un percorso alternativo all’insegnamento scolastico e alla professione educativa. Impresa facilissima per noi, che dobbiamo abbozzarla soltanto in teoria, più ardua per coloro che si trovano nelle condizioni di partenza. Ma se costituire una nuova associazione può rivelarsi un alto scalino d’ingresso, più agevole sarebbe che qualche ente già esistente si prendesse la briga di coinvolgere i molti «professor Manni» che si trovano nella condizione di poter offrire ancora molto senza dover pretendere in cambio una fortuna. Di certo in una società che cambia - e con «i nonni che superano nel numero i nipoti», come abbiamo titolato in prima pagina qualche giorno fa - trovare nuove modalità di ingaggio e relazione sarà fondamentale. Cominciando con il considerare l’età non un limite, bensì un’opportunità.
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