Nel novembre 1806 Napoleone dichiarò le isole britanniche in stato di blocco. Il decreto avrebbe chiuso i porti d’Europa alle merci inglesi e ottenuto con il commercio ciò che Trafalgar aveva negato alle armi. Fu un disastro.
Londra dirottò gli scambi oltremare; il contrabbando e la riluttanza di molti governi europei ad applicare rigorosamente l’embargo aprirono falle nel sistema, mentre i costi ricaddero soprattutto sulla Francia stessa. Il blocus continental finì così per logorare l’impero che avrebbe dovuto proteggere e mostrò quanto possa essere profonda la distanza tra decretare l’isolamento di un avversario e riuscire davvero a imporglielo.
Due secoli dopo, gli Stati Uniti sembrano sedotti dalla stessa illusione. Con l’Operation Economic Outcast, definita da Scott Bessent un D-Day economico, l’Amministrazione Trump ha posto i partner dell’Iran davanti a un’alternativa netta: interrompere le attività indicate da Washington o essere a loro volta colpiti dalle sanzioni. L’obiettivo è recidere tutte le «linee vitali» del Paese, proseguendo lungo una direttrice inaugurata oltre quarant’anni fa, quando il 14 novembre 1979, dopo l’occupazione dell’ambasciata a Teheran, Jimmy Carter congelò i beni del governo iraniano sottoposti alla giurisdizione statunitense.
Una strategia di isolamento, tuttavia, può riuscire soltanto se vi aderiscono i principali partner economici del Paese colpito. La Cina, principale sbocco del petrolio iraniano, ha invece respinto la richiesta di adeguarsi alle nuove misure e promesso di tutelare i propri interessi. È qui che la metafora del D-Day si incrina: quello del 1944 fu lo sforzo di una coalizione; quello annunciato dalla Casa Bianca è un ultimatum rivolto anche ai Paesi che dovrebbero renderlo efficace.
Il confronto coinvolge anche chi mantiene rapporti economici con la Repubblica islamica. È questo il senso delle sanzioni secondarie: banche e imprese straniere che proseguano gli scambi rischiano di essere escluse dal mercato e dal sistema finanziario americani.
Per Pechino, quindi, non si tratta soltanto di petrolio. Adeguarsi alla richiesta di Washington e interrompere gli scambi con l’Iran significherebbe riconoscere agli Stati Uniti il potere di stabilire con chi possano commerciare le imprese cinesi. Il meccanismo non è nuovo, e la storia recente ne ha già misurato i limiti. Nel 1996, ispirato alla stessa logica, il Congresso approvò il D’Amato-Kennedy Act: le imprese straniere che avessero effettuato investimenti rilevanti nei settori energetici di Iran e Libia avrebbero rischiato l’esclusione dal mercato americano.
Il provvedimento suscitò un’opposizione internazionale insolitamente ampia, che riunì l’Unione Europea, il Giappone, il Canada e l’Australia, fino a comprendere Russia e Cina. Fu tuttavia Bruxelles a tradurre quella protesta in una risposta giuridica, adottando una normativa che vietava alle imprese europee, salvo autorizzazione, di adeguarsi alle prescrizioni extraterritoriali americane. Di fronte al rischio di uno scontro commerciale con la UE, Washington scelse infine di sospendere l’applicazione della legge verso l’Europa, che ritirò a propria volta le contromisure.
Oggi la stessa scommessa si ripropone su scala incomparabilmente maggiore. Le sanzioni annunciate riguardano oro, tecnologia, asset digitali, aviazione e trasporto marittimo. Ma rispetto al 1996 il contesto è mutato: allora Pechino non era ancora né il principale acquirente del greggio iraniano, né il rivale sistemico degli Stati Uniti. Oggi invece assorbe oltre l’80% delle esportazioni petrolifere di Teheran. La minaccia investe così un interesse energetico essenziale della Cina e fa di questa strategia un altro terreno della competizione con gli Usa. Un’analoga consapevolezza si fa strada anche nel dibattito statunitense.
Sono oltre tremila i provvedimenti americani che ormai colpiscono quasi ogni settore dell’apparato statale e dell’economia, senza aver piegato il regime degli Ayatollah. Quest’ultimo ha imparato che il tempo lavora a proprio favore, e che il controllo sullo stretto di Hormuz gli consente di far pagare un prezzo a chi lo vuole isolare.
La storia, però, non dice che la pressione economica non serva mai: come in passato, quando è sostenuta da un ampio consenso internazionale ha contribuito a riaprire il negoziato sul nucleare. Ciò che la storia insegna è diverso: un blocco permeabile, accompagnato dalla richiesta di resa, è più spesso una dichiarazione d’impotenza che una strategia. Il governo Trump chiama la nuova offensiva D-Day. Senza i partner decisivi, però, la sua logica ricorda il blocus napoleonico: l’ambizione di trasformare un decreto in isolamento reale. Due secoli dopo, è ancora questa la lezione che Washington sembra non avere appreso.




