La somiglianza c’è, è innegabile: gli occhi grandi, soprattutto, rivelano immediatamente la parentela. Zoe Incrocci era la nonna paterna della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Ed era anche – almeno sulla carta – un po’ bresciana. La sua nascita in città in realtà fu un caso: i genitori si trovavano qui nel 1917 – anno della sua nascita – perché la loro era una famiglia di teatranti. Anche il fratello, lo sceneggiatore Agenore, nacque a Brescia, ma gli Incrocci avevano origini toscane e romane.
La nonna della premier
Fatto sta che la nonna di Giorgia Meloni trascorse la primissima infanzia in città, trasferendosi poi definitivamente a Roma negli anni successivi. Come i genitori anche lei seguì la carriera attoriale, peraltro con discreto successo: debuttò al cinema a soli 17 anni nel 1934 (nella pellicola «L’eredità dello zio buonanima» di Amleto Palermi), lavorò come doppiatrice, comparve in tivù in «Piccole donne» e «Jane Eyre», «Il maresciallo Rocca», «Don Matteo» e «La dottoressa Giò», vincendo il David di Donatello e il Nastro d’argento alla migliore attrice non protagonista per il ruolo di Elvira in «Verso sera» di Francesca Archibugi (1990).
La donna è morta nel 2003 e fa parte di quel ramo di famiglia meno conosciuto di Meloni: se della mamma Anna Paratore la premier parla spesso, del padre Francesco (uno dei cinque figli di Zoe) ha parlato solo per sottolineare di non avere avuto contatti dall’età di 11 anni, anche in relazione ai suoi traffici poco trasparenti. Fatto sta che è curioso pensare che, seppur in maniera molto tirata, Giorgia Meloni abbia qualcosa di bresciano nella sua genealogia.
Cecchi Gori e Ferlinghetti
Zoe e Agenore Incrocci non sono gli unici personaggi a essere nati a Brescia per un caso fortuito. Prendiamo Mario Cecchi Gori, padre di Vittorio, che venne al mondo in città nel 1920. Non si sa perché: qualcuno - ragionando sul periodo storico - ipotizza che il padre potesse essere di stanza a Brescia negli anni successivi alla fine della prima guerra mondiale. Ma sono solo supposizioni.
C’è, invece, chi ha radici davvero, davvero, bresciane, e non solo per un caso della vita. Prendiamo Lawrence Ferlinghetti, poeta della Beat Generation che scoprì che il padre nacque in Carmine nel 1872, dopo una romantica ricerca anagrafica.
Bud Spencer
L’altro caso di famoso dna bresciano è quello di Bud Spencer, e basterebbe ascoltare il suono del suo vero nome per intuirne le origini più nordiche del previsto. Nato a Napoli nel 1929, si chiamava in realtà Carlo Pedersoli: il padre Alessandro era un uomo d’affari di origini bresciane o brianzole e la madre, Rosa Facchetti, veniva da Chiari, paese in cui Spencer trascorse del tempo. Furono proprio gli affari del padre a portare la famiglia a Roma, ai Parioli: era il 1940 e Carlo aveva 11 anni. Visse anche a Rio De Janeiro, fu un campione di nuoto e solo nel 1967 venne scritturato per un film di quel genere che lo rese così famoso: il western.
Gianni Infantino
Addirittura, anche il presidente della Fifa Gianni Infantino ha origini camune. Nato in Svizzera da padre reggino, ha un Dna che deve molto alla Valcamonica. A Piamborno, in particolare, paese natale di sua madre. Proprio a Piamborno Infantino ha trascorso parte dell’adolescenza.

A raccontarlo era stato lui stesso nel 2022, in occasione di un doppio lutto che aveva colpito la sua famiglia, quando gli zii Aldo e Giacomina Domenighini erano morti a poche ore di distanza. «Zia Giacomina, zio Aldo - aveva scritto -, ve ne siete andati all’improvviso, insieme, a un giorno di distanza. (...) A voi mi legano ricordi felici. Ero piccolo e venivo spesso a trovarvi a Piamborno. Mi divertivo, arrivavo con la mamma e il papà. Zia, tu sorridevi sempre, anche quando ti facevo arrabbiare. Con i nipoti si chiude sempre un occhio: "Gianni, fai il bravo...". Zio, forza Darfo. "Gianni, andiamo allo stadio" era la frase magica: tu la pronunciavi, io non aspettavo altro che sentirla. E si partiva, per tifare i neroverdi. Mi mancherete tanto». Qualche anno prima Infantino aveva incontrato gli zii proprio in Vallecamonica, quando accompagnò la madre in occasione dell’85esimo compleanno della donna.
Le sportive
Rimanendo nel settore sport, ci sono due sportive che vantano parenti bresciani. La prima è la velocista statunitense Jenna Prandini: classe 1992, ha partecipato alle Olimpiadi di Rio nel 2016 e di Tokyo nel 2020. Le sue radici affondano a Lodrino: è da lì, in Valtrompia, che il bisnonno partì nel 1910 alla volta degli Stati Uniti. Si stabilì in California, lavorando nell’agricoltura e nell’allevamento. Con la moglie Teresa, calabrese, ebbe cinque figli. Il maggiore, Carlo, è il nonno di Jenna, mentre il padre è Carlo junior.
La seconda è la sciatrice svizzera Lara Gut, che si è recentemente ritirata: a emigrare in terra elvetica fu il nonno Franco, che era di Zone, dove ancora ha una casa di famiglia che raggiunge talvolta in estate.

Il Blues Brother
Notizia di questi giorni è infine la relazione tra Brescia e i Blues Brothers: Lou Marini, sassofonista che partecipò al film e storico ottone del Saturday Night Live, dopo aver incontrato papa Leone XIV è salito a Bagolino, paese natale di sua nonna, Silvia Schivalocchi, della famiglia Schivalocchi Ciapana che gestì lo storico albergo poi diventato Richiedei. Oltre al paese ha visitato la Casa Museo dell’associazione Habitar in sta terra, che deve il nome – una bella coincidenza – a una scritta presente proprio sul caseggiato dell’albergo.




