Con un caldo che fa spavento e il ventilatore puntato nella schiena, trovo sollievo nel riguardare in televisione le peripezie di Ulisse che, ostacolato dal dio Nettuno, ne passa di cotte e di crude prima di rimettere piede a Itaca. Il successo dell’Odissea di Christopher Nolan ha avuto il merito di riportare l’attenzione sulla prima produzione a colori della Rai nel 1968, oggi riemersa dagli archivi.
Uno sceneggiato televisivo pionieristico, interpretato dagli ineguagliabili Bekim Fehmiu e Irene Papas, che conserva ancora oggi una fedeltà straordinaria allo spirito del poema e ai suoi personaggi.
Le puntate iniziavano con la voce inconfondibile di Giuseppe Ungaretti che, con tono austero e larghe pause, declamava alcuni versi. Peccato che, nell’attuale programmazione, non vi sia traccia del poeta. Eliminata la sua caratteristica introduzione, anche l’intensa voce narrante che accompagna il viaggio di ritorno sembra stridere con una società che trova sempre meno tempo per leggere, si identifica sempre più con personaggi di fantasia e rischia di coltivare l’illusione che basti un film per conoscere l’Epica.
La rivisitazione dell’Iliade ha prodotto «Troy». Peccato che il mito di Achille non abbia lasciato in Brad Pitt ciò che il personaggio ha suscitato nell’immaginario collettivo. Sul piano umano, la vicenda personale dell’attore lo avvicina a quella di Ulisse, il cui nome greco, Odisseo, è tradizionalmente collegato al significato di «colui che è odiato».
Nella sua tormentata frattura familiare, quattro dei sei figli hanno rinunciato al suo cognome. La penuria di eroi contemporanei rende ancora più attraenti le vicende di Ulisse e Penelope. È proprio la loro fedeltà, la loro integra umanità, a renderli speciali.
Un concetto quello dell’umanità, che di recente è stato portato al centro dal RE-Umanesimo, manifesto realizzato da Marika Lion, nato dal «desiderio di rileggere la storia, ricostruire i legami tra le persone, rigenerare il senso della comunità e ripensare il rapporto tra l’uomo, la conoscenza e il futuro». In un’epoca di grandi trasformazioni è cresciuto il bisogno di ritrovare un orientamento, una direzione, una meta verso cui tendere: proprio quella destinazione che l’umanità a volte smette di cercare.
Il prefisso RE, scritto con lettere maiuscole, non è un artificio linguistico, bensì qualcosa di più profondo in grado di dare voce alla regalità superiore dell’uomo quando recupera la propria buona essenza, quella che il nostro tempo veloce e frammentato sembra aver smarrito e che il progresso, talvolta, finisce paradossalmente per oscurare.




