Non ha più il peso di un tempo, il direttore della Cia. Che dopo le riforme successive all’11 settembre 2001 ha perso il suo ruolo di guida dell’intera comunità dei servizi d’intelligence degli Stati Uniti. Rimane però una figura apicale degli apparati di politica estera e di sicurezza. E non viene inviato, da solo, in missioni internazionali se non vi sono ragioni importanti (o se non si vuol far credere che vi siano).
La rilevanza del viaggio lampo di John Ratcliffe in Russia non può quindi essere sottostimata. Perché è illustrativo della volontà degli Usa di preservare un canale costante, e se necessario pubblico ed esibito, di comunicazione con Mosca; e perché ci ricorda i tanti, intrecciati dossier che influenzano le relazioni tra i due paesi.
Tre di questi, in particolare, meritano di essere sottolineati e sono stati presumibilmente al centro del viaggio moscovita del direttore della Cia. Il primo, forse il più importante, riguarda l’Iran. Alleato fondamentale di Mosca, beneficiario primo della sua intelligence e di vari aiuti militari, come si è ben visto anche in quest’ultima guerra, ma al contempo fornitore di beni essenziali alla Russia, in particolare negli ultimi quattro anni successivi all’aggressione russa dell’Ucraina. Quella che si sta configurando in Medio Oriente appare essere a tutti gli effetti una pesante sconfitta strategica per gli Stati Uniti, esemplificata dalla resilienza di Teheran, dalla perdita di credibilità del deterrente statunitense nel proteggere gli alleati del Golfo, inaspettatamente vulnerabili a droni e missili iraniani, e dall’impopolarità di un conflitto che potrebbe avere pesanti costi elettorali per il Presidente e il suo partito.
FIRST ON CBS: CIA Director John Ratcliffe is in Moscow, Russia for meetings, sources familiar with the situation told CBS News Tuesday.
— CBS News (@CBSNews) August 25, 2026
News of his trip comes after a U.S. Air Force Boeing C-17A Globemaster III transport plane was spotted at a Moscow airport, along with a U.S.… pic.twitter.com/sX3lmsoCuB
Gli Usa stanno cercando una via d’uscita da una guerra intrapresa in modo improvvido, che rischia di indebolirli grandemente in Medio Oriente. Lo fanno minacciando di attivare strumenti di coercizione altri da quelli militari, tra i quali dure sanzioni secondarie contro i partner commerciali di Teheran. Ovvero promovendo una diplomazia a 360 gradi nella quale, appunto, un ruolo importante di mediazione potrebbe svolgerla proprio Mosca.
Il secondo dossier è ovviamente quello ucraino. Solo un anno fa, Trump e Putin s’incontravano in Alaska in quella che con grande superficialità molti commentatori presentarono come una seconda Yalta. A oggi, quel vertice e la diplomazia che ne è seguita non hanno prodotto alcun risultato concreto. Alla luce delle significative aperture degli Usa, e delle loro esplicite pressioni su Kyiv, le responsabilità paiono essere primariamente russe.
Di fronte al protrarsi del conflitto, all’intensificarsi delle azioni offensive ucraine nel territorio russo, delle provocazioni di Mosca in altri Paesi della Nato e della prospettiva della sua mobilitazione di altre centinaia di migliaia di coscritti da inviare al fronte, è più che possibile che Ratcliffe – che nell’amministrazione è uno dei principali sostenitori dell’Ucraina - abbia portato un monito alla Russia e un invito a non alzare ulteriormente la soglia di un’escalation già estremamente pericolosa.
Terzo e ultimo: i rapporti bilaterali e come questi si dispiegano anche su questioni minori ma che hanno un impatto importante nel dibattito pubblico e politico statunitense. Tra esse vi è quella dei cittadini statunitensi imprigionati in Russia. Di recente vi è stata la liberazione dell’ex marine Robert Gilman, arrestato quattro anni fa. Altri dovrebbero seguire, come richiesto da molti membri del Congresso e da influenti organizzazioni umanitarie. Se ciò dovesse avvenire, e in un anno elettorale come questo, si tratterebbe di un piccolo successo diplomatico per l’amministrazione, utilizzabile anche per enfatizzare la necessità e produttività della buona relazione con la Russia cercata da Donald Trump.




