Premessa. Per capire come mai sia scoppiata questa baraonda sulla cosiddetta «cultura woke», bisogna entrare nei cunicoli tortuosi della lotta per la candidatura a palazzo Chigi che si sta disputando tra Giuseppe Conte e Elly Schlein. Ora, siccome il primo dei due è dotato di una velocità da furetto nel piazzarsi a capotavola, quando ha visto che persino i democrats americani più radicali stanno scaricando per ragioni elettorali le bigotte regole del «woke», ha impiegato un giorno esatto per pubblicare su Repubblica – e non a caso sul giornale più ortodosso nel politicamente corretto – una sorta di manifesto del campo largo, di cui lui si considera l’unico leader possibile.
Basta puntare sui pronomi al femminile, basta insistere su genitore A e genitore B, basta dire che Omero e Seneca erano dei suprematisti bianchi e razzisti; adesso pensiamo ai salari, al lavoro, ai servizi sociali. Insomma, la sinistra torni ad essere la sinistra d’una volta e non una sezione del Gay Pride in cui ci si vanta di aver aperto (è successo all’università di Siena) le toilettes per una terza variante tra maschi e femmine. Conte lo ha fatto per tre ragioni. Primo, per «dettare l’agenda» a tutti i progressisti e costringerli ad andargli dietro. Secondo, per catturare i voti di quei moderati di centrosinistra che da anni ormai rinfacciano alla sinistra di non farsi mai vedere in una periferia urbana («la gauche della ztl», mai slogan fu più dannoso per un partito) e di perdere tempo con questioni surreali («sono attoniti»). Terzo, per delegittimare la sua competitor, Elly Schlein, quintessenza della politica woke, per inclinazioni personali, per storia politica, per compagni di strada che si è scelta e di cui ha riempito le stanze del Nazareno, tutte facce nuove della politica che la destra etichetta in un modo molto efficace: «i gruppettari».
Insomma, diciamoci la verità, quella di Conte è stata una mossa micidiale, sotto la cintura. Che non ha fatto che convincere i senatori del Pd (vedi l’intervista di Roberto Speranza che propone alle elezioni di candidare un prestanome) che non è lei la candidata che può sconfiggere Conte, ormai entrato nel ruolo di Cesare sulla biga col serto d’alloro in testa, l’unico che possa tenere testa a Giorgia Meloni in un faccia a faccia televisivo (posto che la premier lo conceda).
C’è però chi ha posto una domanda imbarazzante a tutti loro, ai democratici come ai cinquestelle di obbedienza contiana: ma se vi spogliate del woke e del politicamente corretto, le battaglie di cui Laura Boldrini è stata l’eroina nelle passate stagioni, siete certi di avere argomenti sufficienti per combattere la destra in campagna elettorale? In effetti a pochi mesi dalle elezioni il cosiddetto campo largo non ha ancora prodotto uno straccio di programma comune.
Né sugli esteri, l’Ucraina, il Medio Oriente, il riarmo. Né sull’economia (la proposta di Schlein di tassare le banche per gli extraprofitti è farina del sacco di Salvini). Né sull’immigrazione clandestina, e via dicendo. In Europa soffia un vento di destra e lo sentiremo forte nelle elezioni del 2027 in Spagna, in Germania, in Francia. A questo vento non si può rispondere veltronianamente: «Sì, ma anche»: servono posizioni precise, slogan efficaci, parole convincenti e chiare. E allora il dilemma sgradevole è: tolto il woke, cosa rimane?




