«La difterite è una malattia che speravo di conoscere soltanto attraverso i libri», commenta Giuseppe Varrasi, pediatra di famiglia bresciano, dopo l’episodio di Palermo che ha scosso l’Italia. «È una patologia drammatica: quando si manifesta, il quadro può essere già molto grave».
Dottor Varrasi, come agisce il batterio responsabile dell’infezione?
Il Corynebacterium diphtheriae si insedia in gola, un po’ come il batterio che provoca la tonsillite. La differenza è che produce una tossina capace di danneggiare i tessuti. È come se li “corrodesse”: provoca lesioni in gola, ma può arrivare a colpire anche il cuore, il sistema nervoso e i reni.
Tra i primi segnali ci sono mal di gola, raucedine, febbre e gonfiore delle ghiandole. Perché, quando la malattia si manifesta, il quadro può essere già serio?
Perché a quel punto la tossina, il “veleno” prodotto dal batterio, può essere già entrata in circolo e aver provocato danni.
Come si interviene?
Esiste un siero, ma deve essere somministrato in tempo e non è detto che sia risolutivo. C’è poi un altro problema: arrivare alla diagnosi. Nel 2026 chi pensa ancora alla difterite? Sarebbe come dire «stai attento al calesse» quando esci per strada. È una malattia che ormai nessuno si aspetta più di vedere.
La prevenzione passa quindi dal vaccino.
Esatto. È un vaccino che ha dimostrato di essere molto efficace e di non avere controindicazioni. Rispetto ad altri vaccini, però, va precisato un aspetto: agisce contro la tossina e non contro il batterio. Questo significa che essere vaccinati protegge il singolo, ma non offre una protezione indiretta a chi non lo è. Ed è un motivo in più per vaccinarsi.

In Italia rientra tra le vaccinazioni obbligatorie. Perché viene raccomandato anche in gravidanza?
Viene somministrato verso la fine della gravidanza insieme al vaccino contro la pertosse, che purtroppo continua a circolare molto. In questo modo la madre trasmette gli anticorpi al bambino, garantendogli una protezione nelle prime settimane di vita.
Nel Bresciano l’adesione è alta.
Sì, ed è il risultato di un lavoro di squadra. Il sistema vaccinale è efficiente, i pediatri ne riconoscono l’importanza e affrontano il tema in anticipo con le famiglie, la popolazione è consapevole e l’informazione che circola è corretta.




