È il peccato originale del campo progressista. disallineare gli assi, disperdere le costellazioni, perdere il filo della matassa. Un marziano a Roma oggi si troverebbe davanti a un film già visto: due leader che hanno scelto di provarci insieme, senza grande feeling, senza che nessuno faccia un passo indietro.
Giuseppe Conte, che negli ultimi mesi ha alzato l’asticella occupando il proscenio del campo largo, fa di tutto per rimarcare la sua diversità, punta sulla leadership da premier consumato e sulla guerra in Ucraina. Sa che tra l’elettorato a cinque punte e di sinistra l’ostilità alla guerra è molto più diffusa rispetto al quadro dei partiti. Elly Schlein subisce.
A furia di essere «testardamente unitaria» dà l’impressione che, prima o poi, accetterà qualsiasi cosa in nome del campo largo. Intanto si pesano i rapporti di forza, in un clima di tensione latente che preannuncia una fase delle primarie in qualche modo drammatica. Ed è una brace accesa sotto la cenere. Non che dall’altra parte si respiri aria più pulita. Alcune delle stesse contraddizioni ideologiche le vivono anche in maggioranza. È ciò che ribattono sempre dem&co.
Ma il seme fondativo del centrodestra, sin dai tempi di Berlusconi, è quello di non dividersi mai. Anche se Lega e Forza Italia battibeccano. Costi quel che costi.




