Raccontare di sé gli riesce difficile. Dei propri lavori, invece, l’artista bresciano Franco Rinaldi parla seguendo un filo rosso che attraversa quasi mezzo secolo di pratica costante e finisce inevitabilmente per allargarsi: al rapporto tra arte e mercato, alla bellezza, al sogno, a Kafka, alla capacità di un’opera di continuare a parlare anche quando l’artista non è più lì a spiegarla. E, oggi, anche all’intelligenza artificiale.
Nato a Bagnolo Mella nel 1954, Rinaldi dipinge dalla fine degli anni Settanta e, nel tempo, ha affiancato alla pittura un’intensa ricerca nella grafica d’arte, in particolare nella xilografia. Il suo percorso lo ha portato dalla prima Under 35 di Bologna al Premio Suzzara, dalle personali milanesi alla Biblioteca Sormani e alla Tikkun Gallery – dove «Oltre il velario del sogno» fu curata da Arturo Schwarz e Riccardo Barletta – fino alle grandi mostre bresciane: «Nei giardini del sogno» al Piccolo Miglio in Castello nel 2009 e «Oltre lo sguardo» al Museo Diocesano. Più recentemente, tra il 2022 e il 2023, il Vittoriale degli Italiani gli ha dedicato a Villa Mirabella «Poetica. Le immagini nella poesia – La poesia per immagini». Nel 1992 il suo nome compare inoltre nel catalogo di «The Artist and the Book in Twentieth-Century Italy» del MoMA di New York. Un rapporto, quello fra pittura, incisione e parola, che attraversa tutta la sua produzione: sua è anche la xilografia scelta nel 1996 da Bompiani per la copertina de «La vita facile» di Alda Merini, così come portano la sua firma le copertine delle più recenti uscite editoriali di Agostino Mantovani e Maddalena Colombo. Nel 2025 il Rotary International gli ha inoltre conferito il Paul Harris Fellow, la massima onorificenza rotariana.

Rinaldi, con le sue opere oniriche, che sarebbe però limitativo definire di ascendente surrealista, rivendica soprattutto una posizione rimasta negli anni volutamente laterale rispetto alle mode del momento, anche in campo artistico. Continua a dipingere ogni giorno, spesso su tele di grandi dimensioni, e negli ultimi anni ha scelto di destinare alcune delle sue opere a università e istituzioni. Dopo la donazione di quattro grandi lavori all’Università degli Studi di Brescia, il comitato scientifico e il consiglio dello Csac - Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma, archivio, museo e centro di ricerca che conserva un vastissimo patrimonio dedicato alle arti e alla cultura visiva contemporanea – hanno recentemente approvato quella di altre due opere.
Franco, partiamo da lei: come definirebbe la sua visione dell’arte?
È sempre difficile per un artista parlare di sé, è più facile, invece, parlare del proprio lavoro. Nei miei quadri ho riversato la mia visione del mondo, che spesso non ha coinciso con le mode del momento. Non me ne dispiaccio, anzi: vedo che nel tempo questi lavori hanno mantenuto un loro significato, al punto da reggere a distanza di decenni.
Il mondo dell’arte e l’arte, dopotutto, sono due cose molto diverse…
Sì, lo storico dell’arte Simon Schama – definizione ripresa di recente anche dal critico Vincenzo Trione – descrive il mondo dell’arte come un «ronzio incessante, tendenze, soldi, inaugurazioni sensazionali, galleristi-modaioli che si studiano a vicenda; robaccia di più alto livello, rappresa di teorie, che fa di tutto per collegare un’esperienza critica a ciò che è insignificante e irrilevante, pornografia all’asta, arte intesa come qualcosa in cui investire, più che da capire, carosello di miliardari ansiosi e smaniosi di spendere». Un sistema fatto più di mode, denaro e speculazione che di reale comprensione dell’opera. Ma se intendiamo l’arte come la coscienza e l’anima della società in cui l’artista vive, allora dobbiamo scindere le due cose, altrimenti non ci spiegheremmo perché molti artisti vengono rivalutati molto tempo dopo. Questo accade perché c’è uno sfasamento nel fare arte e nel recepirla. Uno sfasamento che è alimentato da questo mondo effimero che non ha niente a che vedere con la poesia e con la bellezza.
Un tema che le è molto caro è il rapporto tra arte e benessere della persona. In questo periodo se ne parla molto, si sente sempre più spesso di «arte su prescrizione», di musei consigliati quasi come una terapia. Da dove nasce questo interesse?
Già nel 2005 fui invitato a un convegno di medicina all’Università di Brescia, organizzato da una docente titolare della cattedra di psicologia, sul tema di come le arti possano «captare» quest’esigenza di mistero che è intorno all’individuo, per contribuirne anche al benessere. Quindi è un tema a cui pensavo già vent’anni fa, ben prima che diventasse un argomento così discusso. Da allora ho seguito con attenzione alcuni studi internazionali oramai validati – nati tra Spagna e Portogallo e arrivati anche in Piemonte e Toscana – in cui pazienti in cura sono stati esposti alla visione di opere d’arte e alla frequentazione dei musei, con una conseguente riduzione dei tempi di cura.
Quindi l’arte come vera e propria terapia?
Non è una pillola, ma mette la persona in una condizione di benessere che rende le cure più efficaci. In Italia c’è uno studio in tal senso della Fondazione San Paolo di Torino, che ha verificato come la fruizione dell’arte migliori la qualità della vita. Ed è per questo che credo davvero che la bellezza possa salvare il mondo: forse è l’unica strada che abbiamo, perché la sola conoscenza, senza bellezza, non basta a darci speranza. Io ho riversato tutte queste speranze, queste aspettative, queste illusioni per anni, in questa ricerca e sono fermamente convinto che l’arte è sempre pubblica.
Cosa intende?
Anche il ritratto del proprio nonno finisce per appartenere alla società, perché resta testimonianza della cultura di un’epoca, anche senza conoscere il soggetto ritratto. Anche questo aspetto è stato per me un faro. È anche per questo che non firmo mai le mie opere sul davanti, ma sul retro: voglio lasciare a chi guarda la libertà di viverle senza essere condizionato dalla fama o meno dell’autore. Se i musei non avessero le didascalie forse avremmo la possibilità di fruire le opere con maggiore libertà.
Se si toglie ogni riferimento all’autore, però, resta il problema di riconoscere quando un’opera vale davvero. Come si fa, secondo lei, a distinguere un grande artista?
C’è una frase di Picasso che uso spesso: la differenza tra un grande artista e uno mediocre non è l’assenza di lavori deboli, ma la proporzione. Su cento quadri, in un grande artista, la maggior parte restano opere significative. Ciò che conta è che l’opera, quando ci si trova davanti, abbia davvero qualcosa da dire, anche per il futuro.
Negli ultimi anni ha scelto di donare opere di grandi dimensioni a istituzioni universitarie. Come nasce questa scelta, e a cosa sta lavorando ora con l’Università di Parma?
È un percorso di alcuni anni: dopo l’Università statale di Brescia, ora è arrivata l’occasione con l’archivio Csac di storia e studi sull’arte contemporanea dell’Università di Parma. Le opere sono già state accettate dal comitato scientifico e dal consiglio, restano solo gli ultimi passaggi burocratici. Si tratta del «Cacciatore Gracco», circa due metri per due, del 1985, appartenente al periodo in cui ho dedicato molti lavori a Kafka, e de «Il giardino delle delizie (o la danza della vita)», quattro metri per due, del 2003. Quest’ultima andrà al Dipartimento di Bioingegneria, il «Cacciatore Gracco» nella sede dello Csac.

Perché è così importante per lei che siano proprio gli studenti a vederle?
Perché le opere non si spiegano a parole, si spiegano con l’emozione di chi le guarda. Il misero dell’opera è dentro l’osservatore. È come la musica. Ho visto persone commuoversi davanti ad alcuni miei quadri e questo mi ha lasciato un segno nell’anima. È questo che mi dà la forza di continuare a lavorare.
Un altro tema oggi più che mai attuale. Parliamo di intelligenza artificiale: che rapporto ha con l’arte, secondo lei?
L’intelligenza artificiale è oramai entrata nella vita di tutti. Nel rapporto con l’arte credo che cambierà molte cose, ma non avrà lo stesso impatto epocale del Rinascimento. Mi viene in mente un episodio personale: uno degli artisti che amo di più è Rogier van der Weyden, autore di una Deposizione al Prado realizzata attorno al 1430, con pigmenti preparati a mano, senza nulla di già pronto come oggi. Mi sono chiesto: se allora, con mezzi così limitati, un artista poteva realizzare un’opera capace di segnare un’epoca, oggi, con l’intelligenza artificiale, saremo capaci di fare altrettanto?
E la sua risposta, per ora?
Per ora l’intelligenza artificiale stessa ammette di non avere coscienza né sentimenti. È uno strumento potentissimo, ma al momento produce soprattutto combinazioni che colpiscono nell’immediato e poi si esauriscono, mentre le vere opere restano nel tempo per un motivo più misterioso, come accade con i grandi classici della letteratura. Penso alla «Divina commedia», che portiamo tutti dentro di noi, o ai «Promessi sposi», che ho letto tre volte ed è l’unico libro che mi ha commosso quasi fino alle lacrime. Nella lettura mi chiedevo come facesse Manzoni a conoscermi così bene, a farmi ritrovare in certi passaggi aspetti di me stesso. Ecco, credo che questo sia il vero miracolo delle arti – letteratura, poesia, musica, pittura –: riuscire ad aprire per un momento la cassaforte che è l’anima di ciascuno, per lasciarci dentro un fiore.



