Segnatevi il nome: Akram Jadid. Se vi suona non siete in errore: suo zio, Abderrazak, ha vestito a più riprese la maglia del Brescia tra il 2000 e il 2009. Il nipote è un piccolo prodigio: nelle giovanili del Milan ha segnato caterve di gol, più di cinquecento, vincendo l’ultimo scudetto con l’Under 15. In società lo coccolano, al punto da averlo fatto allenare con la prima squadra sotto gli occhi del nuovo allenatore Amorim. Il portoghese ha coraggio nel lanciare i talenti e si è voluto portare avanti con il lavoro.
Il quindicenne Akram (classe 2011) ha sempre giocato con i più grandi, è nel giro delle Nazionali giovanili marocchine (ma l’Italia lo osserva). È partito dalla Voluntas Montichiari, e in mezzo al salto in rossonero, nel quartier generale di Vismara, c’è stato pure un rapido passaggio all’Inter. Gioca a testa alta, ma con i piedi ben saldi a terra. Merito anche di chi gli sta attorno: il padre, Rachid, è stato un calciatore dilettante ed è arrivato fino in serie D. E poi c’è lo zio.
Abderrazak, che emozione si prova in famiglia?
«C’è grande orgoglio, non lo nascondo. Siamo contenti che il suo valore venga riconosciuto. Ma siamo pure consapevoli di quanto sia fondamentale continuare a essere umili, impegnarsi e farsi apprezzare».
I buoni consigli di certo non mancano.
«Conosco bene questo mondo: un giorno sei sulla bocca di tutti, quello dopo finisci nel dimenticatoio. Io cerco di aiutarlo, papà Rachid ha giocato a livelli più bassi, ma può comunque usare la sua esperienza per indirizzarlo nel migliore dei modi. Questo è sicuramente un vantaggio. Poi lui è un ragazzo a posto».

Ci aiuta a conoscerlo meglio?
«Molto intelligente, naturalmente predisposto a migliorare. Si è sempre allenato tanto, anche fuori dagli orari delle sedute. È molto disciplinato e convinto di voler fare questo mestiere. Ha l’equilibrio giusto per riuscirci».
Rapido, tecnico, bravo nell’uno contro uno, ma pure molto freddo sottoporta. È così?
«Quello che più mi colpisce è il modo in cui fa gol: sempre con un senso, con una logica, mai in maniera casuale. Riconosce i tempi e gli spazi, e il merito è anche della genetica. È nato per giocare a calcio. Sono ormai tre anni che si confronta con i ragazzi più grandi, e la differenza non si nota. Perché? È velocissimo di pensiero».
Ricorda qualcuno in particolare?
«Scherzando dico sempre a mio fratello che ha preso da me: è ambidestro, qualche giocata somiglia a quelle che facevo io».

Non a caso parlava di genetica…
«È una componente importante. Lui è destinato a fare grandi cose. Però, come ho detto, è importante tenere un profilo basso. Ho vissuto sulla mia pelle il peso di infortuni gravi e di scelte che ho pagato. Conosco pregi e difetti di questo mestiere. Nel caso di Akram basta attendere il corso naturale degli eventi. È uno dei profili più promettenti in circolazione, a livello nazionale e internazionale».
Pare che ora il Milan lo voglia mettere alla prova tra Under 18 e Primavera.
«Sì, anche se io a quindici anni giocavo nelle giovanili e l’anno dopo ero in prima squadra. La Primavera l’ho solo sfiorata, non ci sono rimasto nemmeno un anno. Questo per dire che se un giovane ha talento merita di essere considerato anche per la prima squadra, senza grossi tentennamenti. Un club come il Milan, comunque, sa bene come comportarsi».
Quindi immagina che per il debutto con i grandi non occorra molto tempo.
«Credo possano esserci i presupposti tra un anno. È cresciuto nel vivaio e merita un’occasione: sono di parte, me ne rendo conto, ma credo valga un po’ per tutti i giovani che hanno qualcosa in più. Lui comunque deve concentrarsi su questa stagione, dimostrare ancora una volta il proprio valore. Poi si vedrà».
C’è mai stata la possibilità che dalla Voluntas si trasferisse a Brescia?
«Vado a memoria, ma mi sembra proprio di sì. Solo che lui era già andato al Milan, non c’erano le condizioni».
Akram ha il passaporto marocchino, potrà richiedere quello italiano al compimento dei diciotto anni: arrivasse una chiamata dagli azzurri?
«È una scelta molto personale, chi può dirlo. Di certo lui, pur avendo altre origini, è nato e cresciuto in Italia. Si sente italiano. Fino a oggi si è fatto vivo soltanto il Marocco, e lui si sente gratificato. Da qui alla Nazionale maggiore può succedere di tutto».




