Galli, Romani, Longobardi: al Museo Civico di Manerbio la storia della Bassa

Come testimoniano i reperti esposti, la Bassa fu territorio ricco e vivace: i corredi sepolcrali raccontano il benessere dell’élite locale
Umberto Scotuzzi
La sede del museo civico di Manerbio
La sede del museo civico di Manerbio

Custodire le radici di un territorio non significa solo collezionare reperti, ma farli parlare e trasformarli in un ponte verso il futuro e la comunità. È il caso del Museo Civico di Manerbio e del territorio, una realtà che dal 1985 racconta la storia della bassa pianura bresciana e che oggi si propone come avamposto di cultura inclusiva e accessibile a tutti. Ne parliamo con Elena Baiguera, curatrice del museo da oltre un decennio.

Dottoressa Baiguera, innanzitutto, dove sono collocate le sale espositive?

Ospitato nell’ala seicentesca dello storico palazzo comunale Luzzago – cuore pulsante della vita cittadina accanto a municipio, biblioteca e al Piccolo Teatro Civico “Memo Bortolozzi” –, il museo si snoda su una superficie espositiva di circa 500 metri quadrati. Rinnovato grazie a un lungo progetto pluriennale firmato dall’architetto Andrea Perin e sostenuto da Regione Lombardia, il museo ha ottenuto nel 2005 il riconoscimento ufficiale di istituzione museale, dotandosi di laboratori didattici, depositi attrezzati e una biblioteca specialistica.

La curatrice Elena Baiguera
La curatrice Elena Baiguera

Quali reperti vi sono conservati?

Il percorso espositivo, articolato in senso cronologico, è un affascinante viaggio nel tempo che parte dal Neolitico (VI millennio a.C.) per giungere all’età post-medievale. Se le epoche più remote parlano attraverso i manufatti in selce e i pugnali in bronzo del Vallone di Offlaga e del fiume Oglio, il vero fulcro identitario è legato alla presenza dei Galli Cenomani (dal IV secolo a.C.).

Tra le collezioni spiccano le falere celtiche.

Esattamente. Impossibile non citare le celebri falere d’argento della Cascina Remondina (I secolo a.C.) o il tesoretto di oltre 3000 monete di Gavrine Nuove, oggi custoditi al Museo della Città di Santa Giulia, a Brescia, ma cuore della narrazione manerbiese. Questi dischi d’argento lavorati a sbalzo, decorati con il motivo solare della triskele e contornati dal tema celtico delle têtes coupées (le teste tagliate dei nemici), testimoniano l’esistenza di un antico santuario territoriale e l’importanza del centro manerbiese in questa fase storica.

Nel museo sono presenti anche altri preziosi reperti.

L’epoca romana è ampiamente documentata dai corredi funebri. Di eccezionale interesse è la necropoli di Cascina Trebeschi, con 44 tombe a incinerazione databili tra il I e il III secolo d.C. La ricchezza di questi corredi riflette il benessere dell’élite locale, ormai pienamente integrata nel sistema sociale e culturale imperiale. Un reperto di valore assoluto è la moneta di Ariperto I, re longobardo che regnò dal 653 al 661; si tratta di un quarto di siliqua in argento raffigurante sul recto il volto del sovrano e sul verso il monogramma del re.

Nelle vetrine i tesori provenienti dalle necropoli
Nelle vetrine i tesori provenienti dalle necropoli

Come prosegue il percorso dopo l’età romana e longobarda?

Il percorso si conclude con l’età post-medievale, rappresentata da una ricca collezione di ceramiche invetriate e ingubbiate recuperate dalla Roggia Marianna. Questi reperti testimoniano la vivacità delle botteghe locali, come quella del celebre ceramista Santo Pellegrino, identificato grazie ai sigilli impressi sui suoi manufatti.

Per valorizzare questo patrimonio puntate molto anche sul coinvolgimento delle scuole...

Sì, il forte legame con il territorio si esprime da vent’anni in una straordinaria vocazione didattica: le scuole rappresentano oltre l’80% dei fruitori, grazie a visite animate in costume, percorsi tematici, laboratori pratici e percorsi co-progettati con gli istituti locali. Ma la vera sfida contemporanea del Museo di Manerbio è l’inclusione sociale, declinata attraverso il superamento delle barriere non solo architettoniche, ma anche cognitive e sensoriali. Negli ultimi anni la struttura ha potenziato l’offerta per i pubblici "fragili" mettendo in campi progetti quali “Museo fuori di sé” che è alla sua seconda edizione, nato con l’obiettivo di far uscire il museo dai suoi spazi canonici per raggiungere i non frequentatori dei luoghi della cultura: stranieri residenti nel comune con attività nei parchi cittadini adiacenti ai caseggiati popolari, disabili, bambini della scuola dell’infanzia.

E per il futuro che progetti ci sono?

Sono attivi progetti di "welfare culturale" in collaborazione con le Rsa del territorio, dedicati alla terza età, per usare i reperti storici come stimoli per la memoria e la socializzazione. In questo modo il Museo di Manerbio dimostra che l’archeologia non è una disciplina per pochi, ma un patrimonio collettivo capace di accogliere ogni diversità.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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