Gli atleti dell’antica Grecia, fissati per il corpo, la bellezza e le proporzioni, durante le competizioni gareggiavano nudi, spalmati di olio di oliva e sabbia. Anche i robot che in questi giorni a Pechino hanno partecipato alla seconda edizione dei Giochi mondiali della robotica erano nudi. E, pur suscitando notevole ammirazione, hanno creato una certa apprensione. Sono quasi duemila le macchine che si sono sfidate, mostrando insieme alle abilità i loro sensori, i telai d’acciaio e le rifiniture di plastica. Macchine scattanti, veloci come ghepardi, in grado di polverizzare i primati conquistati da atleti in carne ed ossa con fatica e sudore.
Va detto che questi androidi sofisticatissimi necessitano ancora di perfezionamento: tant’è che i movimenti di alcuni risultano imprecisi, per non dire maldestri. Si sono misurati nella maratona, nel ping pong, boxe e nel calcio. Ma, trattandosi di una competizione tecnologica (e industriale) i vincitori non sono stati medagliati.
Gli umanoidi, dotati di gambe costose, braccia e testa, anche quando puliscono, riordinano o servono una bibita senza rovesciare il bicchiere, non riescono a neutralizzare del tutto il timore che non siano poi così inoffensivi.
Il pensiero che delle macchine antropomorfe possano prendere il potere sull’umanità, ipotizzato nei racconti e rappresentato in film di fantascienza, non sembra più un’eventualità così remota. Il timore suscitato da una pelle sintetica e un corpo governato da circuiti elettronici, appare fisiologico se non addirittura necessario. A volte, sembra quasi che i robot umanoidi possano trovare qualche punto in comune con Pinocchio. Il paragone con il burattino non è poi così assurdo.
Entrambi nascono dalla manualità intelligente, che li plasma volutamente simili a un essere umano. Chissà se, nel cuore dei circuiti, qualche umanoide sogna già di diventare un essere senziente. Pinocchio, per diventare un bambino vero, deve prima imparare a essere umano. Ed è proprio questa la parte più significativa di tutta la storia. La morale del libro di Collodi sta forse nella difficoltà di diventare umani e di restare tali. Pinocchio lo capisce riconoscendo di avere bisogno del padre, non solo quando ha fame o quando gli si bruciano i piedi.
È l’umanità il fattore che fa la differenza. Dopo aver attraversato il mare su una barchetta, ti può salvare anche nella pancia della balena.




