Economia

Panteghini: «La tassa sugli extraprofitti è una misura confusa»

Dall’UniBs: «Con poche disponibilità meglio alzare le agevolazioni a chi ha un Isee basso»
In Italia vi sono almeno 50 miliardi di investimenti ancora «congelati» nelle rinnovabili e cantieri per grandi opere
In Italia vi sono almeno 50 miliardi di investimenti ancora «congelati» nelle rinnovabili e cantieri per grandi opere

Regole semplici aiutano famiglie e imprese a capire quante tasse devono pagare e a evitare errori involontari. Un’imposta chiara e trasparente inoltre garantisce la certezza del diritto, riduce i contenziosi e dà ai contribuenti anche la consapevolezza di come saranno destinate le somme riscosse. «Quest’ultima edizione della tassazione degli extraprofitti, invece, si conferma un’iniziativa ancora confusa e a mio parere anche poco funzionale alle necessità del Paese». Il prof. Paolo Panteghini insegna Scienza delle finanze all’Università degli Studi di Brescia e già in passato ha espresso le sue perplessità sull’applicazione di questo intervento straordinario di politica fiscale.

«Anche il governo Draghi nel 2022 fece un pasticcio - spiega -: pensando che sia le società petrolifere sia le imprese che producevano e distribuivano energia avessero beneficiato del rialzo dei prezzi delle materie prime, decise di tassare i loro extraprofitti, utilizzando come base imponibile le liquidazioni Iva, anziché gli utili societari. Con questo criterio, avvolto ancora oggi dal mistero, il governo Draghi raccolse circa due miliardi, dei dieci inizialmente previsti. A dimostrazione che è difficile stimare gli extraprofitti realizzati da un’azienda».

Il prof. Paolo Panteghini © www.giornaledibrescia.it
Il prof. Paolo Panteghini © www.giornaledibrescia.it

Mi pare di capire che lei bocci la tassazione degli extraprofitti, a prescindere che la applichi Mario Draghi o Giorgia Meloni. Sbaglio?

«Al netto degli errori commessi in passato (anche da Giorgia Meloni nel 2023 con l’inefficace tassazione degli extraprofitti delle banche), durante la Prima e la Seconda guerra mondiale vi fu una tassazione straordinaria delle aziende belliche, ma in quel caso l’imposizione fiscale aveva un meccanismo molto più agganciato alla realtà: si confrontava quanto un’impresa guadagnava prima e durante il conflitto, si calcolava di quanto erano cresciuti i profitti in guerra e si otteneva con buona approssimazione l’extraprofitto a cui si applicava un’imposta aggiuntiva e temporanea».

Perché l’Europa ha respinto la richiesta di alcuni Stati, tra cui l’Italia, di imporre a livello comunitario un’imposta (magari provvisoria) sulle compagnie petrolifere?

«L’eventuale intervento di Bruxelles sarebbe una buona soluzione, ma c’è un problema di fondo: l’Ue non ha un Commissario (cioè un Ministro) delle Finanze perché i Paesi Ue non lo vogliono. Con un Commisario ad acta si potrebbe intraprendere un’iniziativa del genere. Ognuno dei 28 Stati Ue ha sempre deciso autonomamente la propria politica fiscale, difendendo a denti stretti questo "potere", anziché concederlo all’Europa. La risposta di Bruxelles è, insomma, ineccepibile: ora, forse, la crisi energetica darà nuovi stimoli anche ai governi più nazionalisti».

L’Italia ha un enorme debito pubblico e un’alta imposizione fiscale. Ora risulta particolarmente difficile aumentare il sostegno statale ai consumi: per ammortizzare il caro bollette e redistribuire meglio i redditi come si potrebbe intervenire?

«In questo momento, con le poche risorse disponibili, si potrebbero aiutare le famiglie meno abbienti: dopotutto, oggi le risorse a disposizione del governo sono talmente scarse che così spalmate su tutti gli utenti hanno l’effetto di una cura omeopatica, cioè quasi nullo. Tanto vale alzare la soglia delle agevolazioni per i meno abbienti, emettendo coupon a chi ha l’Isee basso».

Resta comunque una questione enorme da risolvere. Torniamo allora al punto di partenza: come il governo potrebbe recuperare un extra gettito?

«L’unica compagnia petrolifera italiana è l’Eni e, secondo alcune indiscrezioni, si potrebbe tassare un extraprofitto di circa mezzo miliardo di euro. Va tenuto conto, però, che l’Eni è controllata per almeno un terzo del suo capitale dallo Stato, cioè dal Mef o indirettamente tramite Cassa depositi e prestiti: pertanto, il governo Meloni andrebbe a tassare un extraprofitto che in parte gli sarebbe restituito come dividendo. Anche per questo motivo resto stupito da alcune uscite a favore di una tassazione degli extraprofitti da parte di esponenti sia della maggioranza sia dell’opposizione in Parlamento: preferirei avanzassero una strategia energetica di lungo periodo, come da anni sta sostenendo la Spagna con la diversificazione delle sue fonti».

Lei promuove un piano a lungo termine, ma ci troviamo di fronte a un’emergenza contingente: possibile non via soluzione?

«In realtà, in Italia vi sono almeno 50 miliardi di investimenti ancora "congelati" nelle rinnovabili e cantieri per grandi opere del valore complessivo di 182 miliardi di euro. Il presidente dell’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, Giuseppe Busia lamenta poca trasparenza su questi appalti e il fatto che almeno un terzo di essi sia gestito da un commissario straordinario, alle spese dello Stato per 100 milioni di euro l’anno. Se cominciassimo a sbloccare questi progetti, alleggerendoci anche di spese inutili, potremmo raccogliere benefici già nel breve periodo. Poi è chiaro che, in una situazione difficile come quella attuale, sfruttare le nostre affinità con altri Paesi all’interno dei confini comunitari (ad esempio l’importazione di petrolio dal Canada?) può rivelarsi una soluzione fattibile e virtuosa. L’esito, tuttavia, dipende da quanto saremo coordinati in Ue».

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