Il piede diabetico è una complicanza del diabete mellito sia di tipo 1 sia di tipo 2, legata alla scarsa sensibilità che chi soffre di questa patologia ha agli arti inferiori, per problemi di neuropatie o di arteriopatie che insorgono con il passare degli anni. Il trascurare piccole ferite, calli o lesioni può portare, a causa dei problemi di circolazione, a infezioni gravi, necrosi a rischio di cancrena e quindi di amputazioni, se non addirittura di sepsi dagli esiti letali.
I diabetici bresciani però, possono contare su un servizio di prevenzione e cura garantito dall’Asst Spedali Civili all’avanguardia, dopo che Regione Lombardia ha riconosciuto – con una delibera del 2023 –, la redazione di un Pdta (Percorso diagnostico terapeutico assistenziale) che prevede un approccio multidisciplinare alla complicanza, coinvolgendo non solo il diabetologo, ma anche vari altri specialisti come il radiologo, il chirurgo vascolare, l’ortopedico, il chirurgo plastico, fino anche al medico pagliativista.
Verso il terzo livello
«I centri ospedalieri che si occupano di piede diabetico – spiega la dottoressa Angela Girelli, che guida la Diabetologia del Civile – sono classificati in tre livelli di cura: il primo si occupa di lesioni più semplici, il secondo di lesioni di media complessità e il terzo livello di problematiche di elevata gravità. Il Civile è centro di secondo livello, ma puntiamo quanto prima a raggiungere il terzo con un maggior numero di risorse a disposizione. Certo dobbiamo avere anche determinate caratteristiche. Il numero dei pazienti diabetici che soffrono di questa complicanza sono numerosi. Qui ne vediamo con l’attività ambulatoriale 35 la settimana, arrivando anche a 140 al mese».

A capo dell’équipe multidisciplinare del Civile c’è il dottor Matteo Migazzi, che inquadra il problema a livello generale: «Il diabete ormai è una pandemia. Nel mondo chi ne soffre sono più di 590 milioni, in Italia 4 milioni, tra il 6-7% della popolazione, in Lombardia 500mila e a Brescia tra gli 80 e gli 85mila. Ma va anche detto che il 25/30% delle persone con diabete non sa di averlo».
Relativamente a chi mostra la complicanza specifica i numeri non sono confortanti: «Dal 6 all’8% delle persone con diabete ha lesioni compatibili con il piede diabetico. Dal 15 al 25% di questi casi sono a rischio amputazioni maggiori, cioè dal ginocchio in su. E un altro dato significativo è che oltre il 50% delle amputazioni maggiori si registra a causa del diabete».
È una patologia tempo-dipendente
All’ospedale Civile il lunedì un medico e un infermiere effettuano le ispezioni sui piedi dei pazienti per intercettare il prima possibile le ulcerazioni della pelle più a rischio, così da riconoscerle e trattarle per tempo. «Come detto la cura è molto complessa – prosegue il team leader Migazzi – ed è necessario il coordinamento di svariati professionisti, dai radiologi ai chirurghi vascolari, agli ortopedici. È una patologia tempo-dipendente, come l’infarto: prima si interviene e meno danni si creano, mentre i ritardi possono portare all’amputazione di dita se non addirittura del piede», con quindi un aggravio anche delle spese sanitarie a carico della Regione.
Da qui l’investimento lungimirante per il quale la dottoressa Girelli si è mossa in questi anni, in merito alla stesura del Pdta e alla creazione del centro di secondo livello, che prevede schemi specifici e azioni ben definite per ogni caso diverso, con l’obiettivo – non lontano – di ottenere il riconoscimento di centro di terzo livello. E non solo. La dottoressa Girelli ha predisposto anche dei corsi di educazione di gruppo per la prevenzione ed un livello base di cura del piede da parte di una pedagogista.
Consigli per la cura quotidiana
Un paziente diabetico sa che ai suoi piedi deve prestare un’attenzione particolare e che deve avere determinate accortezze per evitare che piccole lesioni, calli profondi o ferite possano degenerare nel cosiddetto «piede diabetico» che – come riferiamo nell’articolo a fianco – è una patologia molto complessa.
Il primo consiglio che arriva dal dottor Matteo Migazzi, team leader del gruppo di medici dell’Asst Spedali Civili che si occupa di far fronte a questa patologia, è «non fidarsi delle sensazioni, perché nel diabetico la sensibilità ai piedi spesso manca a causa di eventuali neuropatie o arteriopatie».
Ecco anche perché la dottoressa Angela Girelli, a capo della Diabetologia del maggiore ospedale cittadino, ha voluto istituire anche una figura specifica come l’educatrice pedagogista che si occupa di illustrare ai pazienti come prevenire eventuali problematiche. Per procedere con i consigli preventivi, il dottor Migazzi invita a «ispezionarsi i piedi tutte le sere, lavarseli tutti i giorni ma senza fare lunghi pediluvi perché altrimenti la pelle rischia di macerarsi, senza usare acqua troppo calda; asciugarli bene, soprattutto tra le dita».
Tra le altre cose che sarebbe meglio fare tutte le volte che si stanno per indossare calzature vi è quella di accertarsi che all’interno non vi sia qualcosa che possa ferire. E poi ancora, non usare forbici o altri strumenti taglienti per le unghie ma solo limette di cartone, anche se sarebbe meglio farsi trattare i piedi da un podologo.
«Non indossare calzature inadeguate che provochino calli o vesciche – prosegue il diabetologo –; ma al contempo evitare di camminare a piedi scalzi sia in casa ma soprattutto in spiaggia, sugli scogli o sui sassi. Così come va evitata la secchezza della pelle perché può degenerare in lesioni (come ragadi) usando tutti i giorni la crema.
In inverno vanno evitate fonti di calore dirette come borse dell’acqua calda, coperte termiche o stufette per scaldarli, oltre ad avvicinarli troppo a camini accesi, perché sempre a causa della mancanza di sensibilità si rischiano anche ustioni profonde.
Infine, per qualsiasi problema che si riscontri al piede è meglio rivolgersi subito al medico, sia a quello di famiglia sia al diabetologo o, se la situazione è degenerata, al Pronto soccorso perché il piede diabetico - pur essendo prevenibile e curabile - è tempo-dipendente come l’infarto: prima si interviene e meglio è. Se i cardiologi dicono "Time is heart", noi possiamo dire "Time is foot". Si è visto in passato come pazienti che si erano trascurati i piedi hanno dovuto subire amputazioni nel migliore dei casi, o hanno rischiato la morte per sepsi».



