«Dopo tutto questo tempo? Sempre». I fan di «Harry Potter» avranno sicuramente già riconosciuto la citazione, una delle più toccanti e iconiche della saga, che sintetizza al meglio un sentimento che va oltre la semplice nostalgia. Venticinque anni dopo, infatti, il binario 9¾ è ancora lì. Presto una nuova generazione sarà invitata ad attraversarlo: il cosiddetto Wizarding World si prepara infatti a ricominciare da capo con la serie televisiva Hbo, attesa a Natale 2026, che riporterà sullo schermo il maghetto creato da J.K. Rowling affidandolo a nuovi interpreti. Ma proprio nell’anno in cui la saga cinematografica compie un quarto di secolo, prima del nuovo inizio è arrivato il momento di tornare all’origine. «Harry Potter e la pietra filosofale», il film diretto da Chris Columbus che nel 2001 trasformò un fenomeno letterario in uno dei più grandi fenomeni cinematografici e culturali degli ultimi decenni, torna nelle sale italiane dal 26 agosto per celebrare il venticinquesimo anniversario.
Dove vederlo a Brescia
Succede anche a Brescia. Alla Multisala Oz il film sarà in programmazione da mercoledì 26 agosto fino a mercoledì 2 settembre; domenica 30 agosto è prevista anche una proiezione in lingua originale. Un’occasione per chi allora era bambino e oggi può accompagnare al cinema i propri figli, ma anche per misurare quanto sia rimasto intatto di un film che, visto a distanza di venticinque anni, mostra inevitabilmente qualche segno del tempo e insieme conserva qualcosa che gli effetti digitali più sofisticati non possono garantire: la capacità di far credere, almeno per due ore e mezza, che dietro un muro di mattoni possa davvero nascondersi un altro mondo.
All’inizio, del resto, Harry non sa nulla di tutto questo. È un bambino di undici anni, orfano, cresciuto dagli zii Dursley in una casa dove viene trattato più come un peso che come un membro della famiglia. Dorme in un sottoscala, indossa i vestiti smessi del cugino Dudley e non conosce la verità sui propri genitori. Poi iniziano ad arrivare strane lettere. E quando il gigantesco Rubeus Hagrid entra finalmente nella sua vita, Harry scopre ciò che gli è stato nascosto: è un mago ed è stato ammesso alla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts.
Un posto nel mondo
È da quel momento che «Harry Potter e la pietra filosofale» trova la propria forza più profonda. Prima ancora di essere una storia di magie, misteri e creature fantastiche, è il racconto di un bambino che scopre di avere un posto nel mondo. Harry attraversa Diagon Alley, sale per la prima volta sull’Espresso per Hogwarts, incontra Ron Weasley e Hermione Granger, viene smistato in una delle quattro Case della scuola, impara a volare su una scopa e comincia a comprendere il mistero che circonda la morte dei genitori. Sullo sfondo emerge una minaccia legata a Lord Voldemort, il mago oscuro che anni prima ha cercato di ucciderlo e del quale Harry porta sulla fronte la cicatrice. La Pietra filosofale del titolo diventa il centro di un enigma che i tre giovani amici cercheranno di risolvere.
Per lo spettatore del 2001, però, la vera scoperta era Hogwarts stessa. Prima del film quel castello esisteva nelle pagine dei romanzi e nell’immaginazione di milioni di lettori; dopo, avrebbe avuto per tutti torri, corridoi, scale, una Sala Grande illuminata da candele sospese e un preciso suono musicale. È difficile oggi separare Harry Potter dalle immagini create per il cinema, perché il primo film fissò buona parte della grammatica visiva che ancora associamo a quel mondo: le uniformi, il treno rosso, Diagon Alley, la capanna di Hagrid, le bacchette, il Quidditch. E soprattutto Hogwarts, trasformata da luogo letterario in spazio apparentemente reale e abitabile.

Dal libro al film
Una parte decisiva del merito appartiene alla scenografia di Stuart Craig e alla musica di John Williams. È sufficiente ascoltare poche note del tema principale perché riaffiori immediatamente l’immaginario di Harry Potter. Prima del cinema Hogwarts non poteva avere una musica condivisa, mentre dal 2001 milioni di spettatori hanno imparato ad associarne l’idea proprio a quelle note. Il lavoro di Craig, Williams e degli altri reparti tecnici contribuì anche alle tre candidature agli Oscar ottenute dal film, per scenografia, costumi e colonna sonora.
Chris Columbus affrontò però una difficoltà ancora più grande: portare al cinema un libro già amatissimo senza dare l’impressione di appropriarsene. Il regista arrivava da successi familiari come «Mamma, ho perso l’aereo» e «Mrs. Doubtfire» e scelse una strada che, con gli occhi di oggi, può sembrare persino controcorrente. Non tentò di rendere Harry Potter più adulto, più aggressivo o più ironico di quanto fosse. Non cercò di anticipare l’oscurità che sarebbe arrivata in seguito. Trattò seriamente la dimensione infantile della storia.

È proprio questo uno degli aspetti che sono invecchiati meglio. Il primo «Harry Potter» possiede una qualità quasi protetta: il male esiste già, e non è innocuo, ci sono la morte dei genitori di Harry, il ricordo di Voldemort, la Foresta proibita, creature minacciose e una paura che poco alla volta entra nella storia. Eppure Hogwarts rimane soprattutto un rifugio. Il film guarda il mondo con gli occhi di un undicenne e consente allo spettatore di stupirsi insieme a lui. Ogni cosa viene vista per la prima volta. Il primo viaggio in treno, il primo banchetto, il primo incantesimo, la prima partita di Quidditch, il primo Natale lontano dai Dursley. Prima della guerra e dei lutti che segneranno i capitoli successivi, c’è il piacere elementare della scoperta.
Generazioni
Anche il casting fu fondamentale. Daniel Radcliffe, Rupert Grint ed Emma Watson erano tre giovanissimi interpreti chiamati a sostenere personaggi già conosciuti in tutto il mondo. Attorno a loro Columbus e la produzione costruirono un gruppo di attori britannici straordinario: Richard Harris nei panni di Albus Silente, Maggie Smith in quelli di Minerva McGranitt, Alan Rickman come Severus Piton, Robbie Coltrane come Hagrid, oltre a John Hurt, Julie Walters, Richard Griffiths e molti altri. La maggior parte di loro, tristemente, si è spenta nel corso di questi venticinque anni, ma riguardando il film sorprende soprattutto vedere quanto siano realmente bambini Harry, Ron ed Hermione. Non sembrano piccoli adulti preparati a diventare icone: hanno esitazioni, goffaggini e una spontaneità che accompagna perfettamente la storia.
Nessuno poteva ancora sapere fino a che punto sarebbero cresciuti insieme ai loro personaggi. È una delle peculiarità della saga cinematografica: nell’arco di otto film il pubblico ha visto invecchiare sullo schermo Radcliffe, Grint e Watson quasi nello stesso tempo in cui cresceva la prima generazione di lettori e spettatori. Per molti della generazione millennial Harry Potter non è stato semplicemente un franchise seguito per dieci anni, ma un appuntamento capace di cambiare insieme a loro. I primi capitoli parlavano ancora il linguaggio dell’infanzia; gli ultimi sarebbero diventati racconti di perdita, responsabilità, autoritarismo, guerra e morte.
Mondi a confronto
I semi di questa trasformazione, tuttavia, erano già tutti nel film del 2001. Lo dimostrò anche il pubblico. «Harry Potter e la pietra filosofale» fu il maggiore incasso mondiale di quell’anno, davanti persino a «Il Signore degli Anelli - La Compagnia dell’Anello»: nella distribuzione originale raccolse circa 975 milioni di dollari nel mondo, una cifra poi cresciuta oltre il miliardo con le successive riedizioni. Fu la conferma che una storia fantasy ambientata in un universo articolato, con un protagonista bambino e progettata per proseguire per molti anni poteva diventare un gigantesco evento globale.

Il 2001 appare, da questo punto di vista, come uno spartiacque. A poche settimane di distanza arrivarono nelle sale «Harry Potter e la pietra filosofale» e «La Compagnia dell’Anello»: due opere diversissime che mostrarono quanto il fantasy potesse sostenere produzioni costosissime, rivolgersi a un pubblico mondiale e costruire universi cinematografici destinati a durare. Nel caso di Harry Potter l’eredità industriale è stata particolarmente evidente anche nel Regno Unito. Il British Film Institute ha sottolineato negli anni il contributo della saga allo sviluppo delle professionalità britanniche, alla crescita del settore degli effetti visivi e alla trasformazione degli studi di Leavesden in un centro produttivo permanente. Gli stessi luoghi che oggi ospitano anche la lavorazione della nuova serie.
L’impatto è uscito presto dai confini del cinema. Location, oggetti, costumi e scenografie sono diventati attrazioni turistiche; il castello di Alnwick, utilizzato nei primi film, registrò un forte incremento di visitatori dopo l’uscita della saga. Gli studi di Leavesden sono diventati sede di un tour permanente dedicato alla lavorazione dei film. Nel frattempo sono arrivati parchi a tema, mostre, spettacoli teatrali, videogiochi e un merchandising praticamente inesauribile. Il cinema non ha creato da solo il fenomeno Harry Potter, nato dai libri, ma gli ha dato un volto, un suono e uno spazio fisico condivisi da persone di Paesi e generazioni differenti.
Limiti
Questo non significa che «La pietra filosofale» sia rimasto intatto sotto ogni aspetto. Alcuni effetti digitali, soprattutto quelli legati al Quidditch e alle creature fantastiche, mostrano oggi i limiti tecnologici dell’epoca. Anche il ritmo e la fedeltà quasi scrupolosa al romanzo possono apparire meno audaci rispetto al cinema più personale che Alfonso Cuarón porterà nella saga con «Harry Potter e il prigioniero di Azkaban».

Già all’uscita, del resto, la critica aveva riconosciuto lo spettacolo e l’efficacia del film senza considerarlo unanimemente un capolavoro: proprio la prudenza di Columbus e la volontà di rispettare il libro erano per alcuni un pregio, per altri un limite. Eppure è possibile che quella prudenza sia oggi una delle ragioni della sua resistenza. Columbus doveva compiere un lavoro che nessun regista successivo avrebbe più avuto: convincere gli spettatori che quel mondo esistesse. Prima di poterlo rendere più oscuro, complesso o politicamente inquieto bisognava desiderare di viverci. Prima che Hogwarts diventasse il teatro di una guerra, doveva diventare casa.
Ora la serie Hbo ripartirà dallo stesso punto, con Dominic McLaughlin come Harry, Arabella Stanton come Hermione e Alastair Stout come Ron. Avrà più tempo a disposizione per seguire i romanzi, potrà recuperare personaggi e passaggi sacrificati dal cinema e utilizzerà strumenti tecnologici impensabili nel 2001. Ma dovrà affrontare anche il problema opposto a quello incontrato da Columbus: non inventare per la prima volta l'immagine di Harry Potter, bensì riuscire a sovrapporne una nuova a quella che venticinque anni di cultura popolare hanno reso familiare.
È questa, forse, la misura più evidente di ciò che resta di «Harry Potter e la pietra filosofale». Non soltanto l’inizio di una saga da miliardi di dollari e neppure soltanto il ricordo d’infanzia di una generazione. Resta la forma stessa che abbiamo imparato a dare alla magia di Hogwarts. Resta un film in cui tre bambini non sanno ancora cosa li aspetta e possono fermarsi davanti a una scala che si muove, a un soffitto stellato o a un pacchetto di caramelle come se fosse la cosa più sorprendente del mondo. Venticinque anni e sette film dopo (oltre ai tre film della saga spin-off di «Animali Fantastici»), sappiamo quanto quell’universo diventerà più grande e più buio. Forse proprio per questo tornare al principio conserva un piacere particolare: per qualche ora Hogwarts è ancora un luogo sicuro, Harry ha appena trovato una casa e tutto deve ancora cominciare.



