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Oggi si parla troppo spesso soltanto di ciò che fa rumore. Eppure esistono realtà silenziose che meritano attenzione: una chiesa piena di famiglie, giovani che tornano a partecipare, persone che ritrovano speranza e comunità grazie alla presenza autentica di un sacerdote. Per questo sarebbe bello che anche i giornali trovassero spazio per raccontare esempi positivi come la luce particolare che attraversa la comunità di Rovato. Non è fatta di effetti straordinari, ma di presenza, ascolto, semplicità e umanità. Una luce che porta il volto e l’energia di don Giuseppe Baccanelli. Ogni domenica mattina, alla Messa delle 9.30, la chiesa si riempie di fedeli. Famiglie, anziani, giovani, persone che magari da tempo si erano allontanate e che oggi ritrovano il desiderio di esserci. Non per abitudine, ma perché sentono qualcosa di vero. Don Giuseppe ha riportato al centro ciò che spesso rischia di perdersi: la semplicità del Vangelo e l’amore concreto verso il prossimo. Le sue omelie arrivano dritte al cuore perché parlano di vita reale, fragilità, speranza e necessità di guardarsi di nuovo negli occhi come comunità. Durante le celebrazioni riesce a creare un clima di gioia autentica e partecipazione. Giovani e meno giovani si lasciano coinvolgere, cantano, sorridono e perfino danzano insieme, ritrovando nella Chiesa un luogo vivo, capace ancora di unire le persone. Inclusivo, vicino ai più deboli, attento a chi soffre in silenzio, don Giuseppe non cerca protagonismo; sceglie invece ogni giorno di stare accanto alle persone, condividendone gioie e fatiche. A Rovato molti vedono in lui un esempio da seguire. Perché insegna che il cristianesimo non passa attraverso le apparenze, ma attraverso amore, ascolto e capacità di far sentire ogni persona accolta. Ma questa storia racconta anche qualcosa di più grande. Ci ricorda che è importante imparare a celebrare anche le cose semplici, perché spesso sono proprio quelle a rendere grandi le comunità e la vita delle persone. In tempi spesso segnati da individualismo e freddezza, don Giuseppe ricorda a tutti una cosa essenziale: la Chiesa torna viva quando sa essere casa, accoglienza e speranza. «Le cose semplici, vissute con autenticità, sono spesso quelle che rendono davvero grande una comunità». Un papà della parrocchia Carissimo, grazie per la condivisione, che dà modo di continuare una tradizione del nostro giornale: raccontare la foresta che cresce silente, a dispetto degli alberi che rumorosamente cadono. Non solo. Essendosi nell’arco di una generazione sgretolate molte certezze (con il mondo reale soppiantato da quello virtuale di internet e dei social, nel quale l’individualismo narcisistico trova uno spazio senza precedenti) il giornale locale rappresenta un antidoto, il contraltare della comunità e della piena identità personale contrapposta alla vacuità degli esseri umani ridotti a «profili», cioè disegni senza profondità, dei contorni. Ecco perché apprezziamo la sua testimonianza e gioiamo con lei per il messaggio che evidentemente sa dare don Giuseppe.
Qualità, contenuti, relazioni, territorio. GdB+ il valore di esserci.
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