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Ciò che è accaduto il 20 maggio 2026 alla flottiglia diretta verso Gaza non può essere compreso senza una riflessione più ampia sulla memoria storica e sull’informazione. Troppo spesso il dibattito pubblico viene ridotto a slogan: da una parte i «buoni», dall’altra i «cattivi». Ma la storia non funziona così. Criticare le azioni del governo di Benjamin Netanyahu non significa essere contro il popolo ebraico. Confondere le due cose è un errore grave che impoverisce il confronto e impedisce qualunque analisi seria. Esistono ebrei che sostengono il governo israeliano ed ebrei che lo contestano duramente, in Israele e nel mondo. Tra le voci più autorevoli e controcorrente vi è Moni Ovadia, che da anni invita a distinguere tra identità ebraica, cultura, spiritualità e nazionalismo-sionismo politico. Le sue parole rompono un tabù occidentale: non tutti gli ebrei si riconoscono nel sionismo politico, e non tutte le critiche a Israele possono essere liquidate come antisemitismo. Distinguere tra fede, popolo e potere è oggi un dovere culturale prima ancora che politico. Aiuta, altresì rileggere Renzo De Felice «Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo», testo fondamentale che tratta la nascita di questi movimenti nazionalisti. La vera tragedia è che molti cittadini ignorano la complessità storica del Novecento, delle guerre mediorientali, delle tensioni geopolitiche e degli interessi economici che attraversano il Mediterraneo. Senza conoscenza storica, l’opinione pubblica diventa facilmente manipolabile. Le grandi potenze, i servizi segreti, la finanza internazionale e gli interessi strategici hanno spesso influenzato gli equilibri mondiali. Ma le accuse devono basarsi su documenti, inchieste e prove, non su miti o generalizzazioni etniche. La storia insegna che quando si smette di distinguere tra governi, popoli e religioni, si apre la strada all’odio e alla propaganda. Quanto accaduto alla flottiglia umanitaria dimostra, ancora una volta, quanto sia fragile oggi il diritto internazionale quando si scontra con interessi strategici e militari. Il Mediterraneo, culla di civiltà e dialogo, rischia di trasformarsi definitivamente in un confine armato dove la forza prevale sul diritto e la memoria viene usata in modo selettivo. Per questo oggi serve più studio, più memoria e più coraggio intellettuale. Non per costruire nuovi nemici, ma per comprendere chi esercita davvero il potere e con quali strumenti. Carolina Manfredini Docente di Filosofia e Scienze Umane, Ghedi Ha ragione, cara Carolina, oggi come non mai «serve più studio, più memoria, più coraggio». Ma anche così, in un mondo complesso qual è il nostro, distinguere tra ragione e torto è impresa titanica, se non impossibile, tanto tutto è intrecciato, connesso, ingarbugliato. Ci perdonerà dunque se, per risponderle nel merito, citiamo un brano della recente enciclica di papa Leone: «Uno scrittore cattolico del Novecento, John R. R. Tolkien, per bocca di uno dei protagonisti di un suo romanzo, ha descritto così la nostra responsabilità: "Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare". La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. Per questo vale la pena fermarsi e considerare alcuni aspetti di come, ciascuno nel proprio ambito, possiamo collaborare alla sua costruzione. Senza pretendere di esaurire il tema, propongo cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo e rilanciare il dialogo».
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