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Lettere al Direttore
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Vi scrivo per condividere una riflessione sul ruolo educativo delle scuole professionali, partendo dall’esperienza che sta vivendo mio figlio, studente al terzo anno di informatica presso il Cfp Zanardelli di Brescia. Mio figlio non è uno studente «modello» in termini di voti - ha ripetuto un anno e spesso si è sentito ripetere dai docenti di non avere le capacità e di cambiare scuola - ma è un ragazzo educato, che non ha mai dato problemi di comportamento o disciplina. Durante lo stage previsto dal piano di studi, ha commesso una leggerezza: in un momento di inattività, si è messo a giocare, disturbando i lavoratori. Un errore che lui stesso ha ammesso. Ciò che lascia sbigottiti è la reazione dell’istituto: due settimane di sospensione. Una sanzione che appare sproporzionata per un ragazzo senza precedenti disciplinari, quasi a voler marcare un esercizio di potere più che un intento correttivo. Ma il paradosso avviene dopo: finita la sospensione, il ragazzo è rimasto a casa per settimane, non per sua volontà, ma in attesa che la scuola gli trovasse un nuovo stage (visto che il precedente, trovato autonomamente, era saltato). In questo limbo, le ore di assenza sono accumulate vertiginosamente, superando il limite consentito. Mi chiedo: perché la scuola, in mancanza di un’azienda ospitante, non ha fatto rientrare lo studente in classe? Dove sono i professori mentre i ragazzi sono in stage? Sono forse impossibilitati a seguire chi, per un errore o per sfortuna, resta senza tirocinio? Il risultato è che un ragazzo che faticava, ma che voleva arrivare alla fine del percorso, si ritrova ora di fatto fuori dai giochi per un cumulo di assenze indotto dalla gestione burocratica della scuola stessa. Mi domando quale sia oggi la missione di certi istituti: accompagnare i ragazzi verso il futuro o selezionare solo i più «facili», abbandonando gli altri al primo inciampo? Guido Arfini Travagliato Caro Guido, non siamo giudici e anche se lo fossimo, in assenza di contraddittorio, saremmo prudenti nel sentenziare questo o quello. Diamo però risalto alla sua lettera poiché - al di là del caso specifico, che confidiamo venga chiarito con responsabilità e non con una difesa d’ufficio - condividiamo la preoccupazione di fondo, cioè il rischio che la scuola attuale selezioni i più facili da gestire, abbandonando gli altri al primo o al secondo inciampo. Un rischio che annusiamo sempre più di frequente e dev’essere scongiurato. Come diceva don Milani: «Una scuola che perde i suoi ragazzi più difficili non è più una scuola, è come un ospedale che cura i sani e respinge i malati».
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