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Lettera al Direttore

Art. 34 della Costituzione Italiana: «La scuola è aperta a tutti. L’istruzione, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. Nessuno può essere escluso dalla scuola per motivi economici, sociali o personali». Con grande ritardo dopo 37 anni di insegnamento in un liceo scientifico, quasi sempre al triennio, mi sono accorta con sorpresa, dolore e un annichilente senso di impotenza che la Costituzione non è rispettata proprio a scuola. Sapevo già che il 65% dei bocciati appartiene a famiglie con disagio socioeconomico e culturale e che il 70% di questi non termina il percorso di istruzione, ma quando i dati diventano volti e storie di persone con cui vivi ogni giorno, ti feriscono profondamente e ti mostrano la reale tragedia dietro le cifre. Quest’anno ho insegnato in una prima di ragazzi meravigliosi, accoglienti, impegnati, rispettosi, che si aspettavano tanto dalla scuola ed erano disposti a collaborare tra loro e coi docenti. Già a ottobre però ci siamo resi conto che 7 di loro avevano scelto lo scientifico perché le famiglie non sapevano bene la differenza tra le scuole o perché appena arrivati in Italia erano stati indirizzati male o perché pensavano di poter compensare tutte le difficoltà con l’impegno. Da subito abbiamo cercato un riorientamento, ma è stato difficile, sia perché le passerelle tra gli indirizzi sono solo parole vuote, in quanto non ci sono docenti che aiutano il passaggio, sia perché molti ragazzi avevano genitori che non capivano la lingua e la struttura della scuola e un mediatore culturale è arrivato, dopo varie insistenze, solo ad aprile. Uno dei ragazzi aveva esclusivamente problemi linguistici, essendo arrivato da poco dal Pakistan: la tanto sbandierata alfabetizzazione è consistita in 3/4 ore alla settimana in cui lui e altri ragazzi che non sapevano niente di italiano uscivano dalla classe durante le lezioni per imparare le prime cose, ma solo da novembre a gennaio. Poi basta: non era più responsabilità della scuola. Questi ragazzi hanno dato il massimo e sono sempre stati disponibili e impegnati, noi docenti abbiamo cercato di valorizzarli e incoraggiarli, insistendo che i voti non definiscono né l’intelligenza né la persona, ma i prerequisiti mancanti e le difficoltà oggettive hanno portato a una non ammissione. E ciò sarebbe anche accettabile se questi studenti avessero potuto iscriversi nuovamente in prima in un istituto professionale, dove avrebbero certamente avuto risultati positivi e recuperato autostima e fiducia. La cosa inaccettabile e che le persone non sanno è che i professionali sono già pieni a gennaio con le iscrizioni dalle scuole medie e non accettano nessuno se non i propri bocciati. Ho scritto e chiamato dappertutto, ho chiesto e pregato, ma non c’è niente da fare. Un ragazzo che sbaglia scelta in prima è già condannato per sempre. Può solo reiscriversi allo stesso indirizzo per essere di nuovo respinto, sentendosi ancor di più rifiutato e sbagliato e poi, una volta raggiunti i 16 anni dell’obbligo, la scuola se ne lava le mani. C’è qualche piccola possibilità nei Cfp, che però non danno il diploma e sono spesso anch’essi già pieni. Ci chiediamo perché i giovani non credono nella politica e perché molti stranieri non abbiano fiducia nelle istituzioni: è possibile credere in uno stato che fa pagare per tutta la vita un errore commesso a 14 anni, quando nessun ragazzo sa bene che scuola scegliere e alcuni non hanno la possibilità di essere aiutati in questo dalle famiglie? Perché, siccome al Ministero conoscono da tempo questi problemi, non si creano nuove classi nei professionali? E perché queste scuole non vengono adeguatamente aiutate con finanziamenti e personale adeguato? È solo investendo sui professionali si può incidere davvero sulla società, in quanto accolgono i ragazzi con le condizioni socioculturali più fragili, che hanno estremo bisogno di una istruzione che funzioni. Se perdiamo questa sfida perdiamo il futuro. Dopo un anno passato con davanti gli occhi delle mie ragazze e dei miei ragazzi che saranno «buttati via», dopo aver condiviso la loro lotta quotidiana per farcela e averli visti passare dal sorriso della speranza alla tristezza della sfiducia, dopo aver cercato di non far spegnere i loro sogni e la loro autostima, non riesco ad accettare questo tragico spreco di giovani vite che avrebbero tutto il diritto del futuro che meritano. Siamo ancora la scuola descritta da don Milani: «un ospedale che cura i sani e respinge i malati!». Ministro, ascolti il dolore e il senso di impotenza di ragazzi, famiglie e insegnanti! Cristina Agazzi Asola Cara Cristina, sarà la memoria ad ingannarci, ma a una lettera tale e quale ci pare di aver risposto l’anno scorso. Vi diamo però risalto volentieri, anche quest’anno, per due motivi. Il primo è dare voce a un appello accorato, qual è il suo, che merita eco e al contempo richiama a ciò che conta veramente. Il secondo invece è dovuto proprio al fatto che nulla sia cambiato, dunque vale la pena insistere, incaponirsi persino, confidando che la goccia può scavare la roccia e che essendo una battaglia giusta va combattuta con coraggio, fino in fondo. P.S. Al di là di tutto, i ragazzi e le ragazze che l’hanno avuta come docente sono stati fortunati.

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