I nostri giovani e la paura di diventare adulti

C’è una domanda che nessuno sembra più voler porre, ma che oggi è impossibile continuare a ignorare: perché molte famiglie straniere arrivano in Italia, lavorano, fanno figli, acquistano casa, costruiscono futuro mentre i nostri giovani no? Le donne straniere incinte le vedo solo io? I politici, lo sappiamo, sono affetti da astigmatismo, non vedono lontano perché se toccano solo col pensiero questo tema non vengono più votati. Infatti nei deliranti dibattiti televisivi non si azzardano a toccare il sacro tema. Quando dico «nostri giovani», intendo anche quelli che sono fuggiti anni fa all’estero, in Inghilterra o in altri Paesi stranieri partiti in cerca di fortuna e rientrati in Italia, spesso più disorientati di prima, senza radici, senza progetto, senza comunità. Una generazione convinta che la laurea sia una sorta di «biglietto d’ingresso» in un mondo delle favole che non esiste, va aiutata a capire. Il mondo dove il lavoro dovrebbe essere facile, ben pagato, immediato, gratificante, privo di sacrificio non esiste. La vita non è una favola. La vita è costruzione. E costruire significa abitare i luoghi, creare comunità, mettere al mondo figli, accendere mutui, fare scelte definitive. E allora la domanda vera è questa: perché i nostri giovani, che giustamente assistono inermi alla cacciata del ceto medio dalle grandi città, per il caro affitto, non vanno a vivere nei borghi spopolati? Perché non ripopolano i paesi vuoti? Perché non trasformano quei luoghi abbandonati in nuove comunità vive, fertili, solidali? La risposta è scomoda ma evidente: perché fare famiglia richiede sacrificio, responsabilità, rinuncia al mito della libertà eterna. Molte famiglie straniere lo sanno. Per questo frequentano i sindacati, le Acli, gli sportelli di tutela, si informano, si organizzano, chiedono diritti. I nostri giovani no - non per incapacità, ma per mancanza di educazione al progetto di vita. Io credo che il nostro Paese dovrebbe iniziare a premiare chi costruisce futuro: chi lavora, chi forma famiglia, chi abita i territori abbandonati, chi mette al mondo figli, chi si assume responsabilità. Allo stesso tempo, porre domande serie a chi rimane per anni fermo, senza lavoro, senza progetto, senza contribuire alla vita collettiva, continuando a gravare sulle famiglie e sulla società. Non per punire. Ma per rimettere al centro un principio dimenticato: la libertà non è restare eternamente figli. La libertà è diventare adulti. E forse è tempo di tornare a guardare i nostri nonni, non i nostri padri. Perché i nonni e molti padri con poco costruivano tutto: casa, famiglia, lavoro, dignità.
Carolina ManfrediniGhedi
Cara Carolina, lo ammettiamo: a differenza sua, abbiamo un certo pudore nel parlare di «giovani». Un po’ per timore di ragionare per stereotipi, giudicandoli superficialmente; un po’ perché quei giovani sono i nostri stessi figli e, se indichiamo i loro limiti, non possiamo ritenerci esenti dai nostri, visto che li abbiamo svezzati, cresciuti, educati. Prima di chiedere loro di diventare adulti, badiamo dunque ad esserlo noi, insegnando maturità non a parole, bensì con l’esempio. (g. bar.)
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