Aneliti di pace mentre il diritto della forza vince la forza del diritto

Nell’attuale quadro geo-politico a muovere le carte è Donald Trump, con l’intervento delegittimante del Venezuela di Maduro e le ambizioni di controllo della Groenlandia
Donald Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Donald Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Abbiamo appena finito di ascoltare i buoni propositi di pace che hanno caratterizzato il tempo natalizio, invocando una tregua nelle tante guerre che imperversano disegnando un conflitto complessivo vissuto a pezzi e bocconi e per questo più globale, che già ulteriori comportamenti rilanciano la logica della spartizione del mondo in aree di influenza delle super potenze, Stati Uniti, Russia, Cina. Con l’Europa che prova a non restare schiacciata da quelle ambizioni e dalle sue fragilità e divisioni.

A muovere le carte è il primo protagonista di ogni impulso: Donald Trump, con l’intervento delegittimante del Venezuela di Maduro e le ambizioni di controllo della Groenlandia con il proposito di sottrarle alle mire russe e cinesi. Avrà anche buone ragioni, ma resta un dato dirimente: si snaturano le regole del gioco internazionale, affermando il diritto della forza e offuscando la forza del diritto.

I venezuelani anti Maduro plaudono alla sua incarcerazione e alla fine del suo regime dispotico, gli osservatori neutrali temono si tratti di una riedizione, con tutti i distinguo, della logica di invasione russa dell’Ucraina: mi prendo ciò che mi fa comodo. Appunto il primato della forza, che scalza ogni valore del diritto, piegandolo agli interessi di parte.

Ancora una volta è papa Leone XIV a chiedere il primato di una pace disarmata e disarmante, rispetto a una condizione di belligeranza permanente. Si è concluso l’Anno Santo della Speranza, con l’intonazione che sia la tappa di un percorso che continua con rinnovato vigore.

Adesso si è avviato l’ottavo centenario della morte di San Francesco, con l’attualità delle revisione da lui praticata della gerarchia dei comportamenti quotidiani. La cattolicità intende plasmare il vissuto.

Il papa americano va assumendo sempre più i contorni di una presenza politica, che non teme di essere considerata scomoda dagli altri interlocutori della dialettica internazionale. Il fatto di venire disatteso nell’immediato non gli impedisce di confermare la bontà del magistero ecclesiale e di rifarsi con costanza ai suoi principi.

L’Anno Santo dei due papi, con il passaggio di mano alla rivisitazione dell’insegnamento di San Francesco, ci dice che la Chiesa cattolica vuole stare nella storia. La scelta del nome di Leone, la sua formazione agostiniana, l’impostazione del Concistoro convocato in questi giorni ci dicono che non resterà alla finestra, ma parlerà al mondo tutto, inteso come periferie e come centralità delle scelte che si compiono.

Il suo costante richiamo al Concilio Vaticano offre una sicura pista di orientamento. Così la convocazione del prossimo Anno Santo del 2033 per richiamarsi a Cristo. Quando morì papa Francesco si avvertì un grande vuoto, come fosse finita una storia.

Ora papa Leone ci conferma di giorno in giorno che la Chiesa cattolica ha scelto di essere interpretata da una figura di grande rilievo. La pace disarmata e disarmante che persegue non è passiva, piuttosto un impegno che vuole farsi sentire dalle superpotenze e dal loro modo di regolare gli equilibri mondiali.

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