L’idroelettrico nel Bresciano dà luce a un milione di famiglie

In un mondo caratterizzato da una grande «fame» di elettricità, una delle sfide maggiori per il sistema energetico è riuscire a tenere il passo con la costante crescita della domanda. Negli anni, accanto alle tradizionali fonti energetiche fossili, è emerso un mix di rinnovabili che stanno acquisendo sempre maggiore importanza nella produzione energetica. In un simile contesto di «corsa alla modernità» (o alla sostenibilità), il secolare utilizzo dell’acqua per la produzione di energia idroelettrica resta la principale fonte rinnovabile in Italia, con numeri particolarmente elevati considerando la nostra realtà provinciale.
Brescia raddoppia
Sulla base dei dati forniti da Terna e riferiti al 2024, la provincia di Brescia è seconda in Lombardia (dietro alla sola Sondrio) per produzione netta di energia idroelettrica: si registrano ben 3.199 gigaWattora generati, in grado di fornire elettricità ad almeno un milione di famiglie per un intero anno.
Questo dato è oltre il doppio rispetto al risultato del 2022, anno in cui - a causa della forte siccità - si è registrata la più bassa produzione idroelettrica da decenni.
Se ci riferiamo invece alla potenza efficiente - ovvero alla massima potenza elettrica che gli impianti idroelettrici potrebbero fornire alla rete in condizioni ottimali - Brescia sale al primo posto sia in Lombardia sia nel panorama italiano, potendo vantare una potenza efficiente complessiva di 2.244 megaWatt.
Orizzonte temporale
Nel Bresciano sono operativi 22 grandi derivazioni idroelettriche, affidate in gestione a privati tramite apposite concessioni. La normativa nazionale impone, infatti, che gli impianti idroelettrici maggiori siano messi a gara tramite apposito bando e affidati in gestione per un periodo non superiore a 40 anni. Un orizzonte temporale abbastanza limitato se confrontato con quello applicato in altri Paesi europei: si va dai 75 anni della Francia a concessioni di durata illimitata nei Paesi scandinavi. Questa peculiarità italiana, stando a quanto riportato in un recente studio condotto da Thea (l’ente che organizza il Forum di Cernobbio) in collaborazione con Enel, produce alcuni effetti negativi.
L’inversione possibile
In particolare, poiché parte del canone che i concessionari versano alla Regione è calcolata in base alla potenza nominale dell’impianto, se la potenza realmente prodotta fosse di molto inferiore a quella nominale a causa di siccità o di scarsi investimenti nella cura delle strutture, si andrebbe a pesare in modo eccessivo sui margini di guadagno delle imprese concessionarie, tagliando ulteriormente la capacità d’investimento destinata all’efficientamento delle centrali e facendo aumentare i costi dell’energia a carico degli utenti.

Tutto ciò, unitamente alla mancata individuazione di un limite massimo nell’ammontare dei canoni di concessione, disincentiva i gestori ad investire per la modernizzazione degli impianti. Lo studio prevede che, se in tutta Italia si prorogassero di 20 anni le concessioni in scadenza entro il 2029, si sbloccherebbero circa 16 miliardi di euro di potenziali investimenti privati, capaci di aumentare almeno del 5% la produzione di energia da idroelettrico e di creare oltre 20.000 posti di lavoro, con un gettito per lo Stato stimato complessivamente in 7 miliardi di euro.
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