Perché Donald Trump segue la dottrina Monroosevelt

Si discute molto in questi giorni intorno alla categoria nella quale racchiudere la politica estera della seconda Amministrazione Trump, che ha perso ogni freno inibitorio rispetto alla prima. Una trasformazione che viene raccontata su queste pagine in maniera molto attenta e documentata dal professore Mario Del Pero, e che nel discorso pubblico vede la recentissima fioritura di svariate nuove etichette, come quella di «dottrina Donroe», crasi di Donald e (James) Monroe, il quinto presidente degli Stati Uniti, in carica dal 1817 al ’25.
La «dottrina Monroe» è ritornata «di moda» sui media in relazione all’attacco assai discutibile sotto il profilo del diritto internazionale sferrato dagli Stati Uniti contro il Venezuela per abbattere l’ex presidente Nicolás Maduro, al cui riguardo, beninteso, non va certamente versata alcuna lacrima.
Un dittatore e affamatore dei venezuelani, deposto tuttavia mediante un’operazione unilaterale, e priva di base di giuridica autentica, volta ad assicurare agli Usa il controllo delle gigantesche riserve petrolifere del Paese latinoamericano.
Un’azione per la quale l’Amministrazione Trump ha appunto direttamente evocato le linee guida di politica internazionale di quel presidente dei primi decenni del XIX secolo, le quali consideravano alla stregua di un’ingerenza colonialista ogni tentativo di controllo diretto o di influenza indiretta sul continente americano da parte delle potenze europee.

La piattaforma dell’odierno rieletto presidente Usa ha ben poco di ideologico e – essa sì – molto di prevaricatore e neocolonialista (come mostrano le intemerate sulla Groenlandia, purtroppo da prendere terribilmente sul serio), ed è dominata dalla visione di assicurare il soddisfacimento degli interessi nazionali a ogni costo, specie quando questi «magicamente» coincidono con quelli privati di Trump e dei suoi finanziatori, come le compagnie di Big Oil (affaire Venezuela docet, per l’appunto) o quelle di Big Tech.
Nel tentativo di individuare anche delle genealogie di tipo storico e politologico si potrebbe, nondimeno, sostenere alla luce anche del «Corollario Roosevelt» della dottrina Monroe, che quella di Donald Trump è una dottrina «Monroosevelt e del Kingfish».
Nel senso che si riscontra, da un lato, giustappunto anche la presenza della concezione di Theodore «Teddy» Roosevelt (il 26esimo presidente Usa dal 1901 al 1901), con la sua «politica delle cannoniere» in chiave «preventiva» (e il perpetuarsi dell’idea del Sudamerica quale «cortile di casa»).
E, dall’altro, si ritrova pure la suggestione del «Kingfish», il soprannome del governatore della Louisiana e poi senatore Huey Pierce Long (1893-1935), a cui è ispirato il protagonista del romanzo del premio Pulitzer Robert Penn Warren. Tutti gli uomini del re (1947), da cui, a sua volta, è stato tratto più di un film.
Long fu un populista di sinistra, sostenitore del New Deal, che predicò politiche sociali ancora più popolari e generalizzate, e finì per rompere con Franklin Delano Roosevelt giudicandone insufficienti le riforme. E, a quel punto, sull’onda della propria vasta popolarità diede vita a un movimento politico dai connotati parafascisti, dotato di un corpo paramilitare e con ricette economiche assimilabili al corporativismo e ampie somiglianze con quello che stava contemporaneamente avvenendo nell’Europa conquistata dalle estreme destre totalitarie.
Un’organizzazione sotto la dichiarata influenza intellettuale del sacerdote tradizionalista e reazionario Charles Coughlin, conduttore radiofonico e simpatizzante di Mussolini e Hitler: per certi versi, si potrebbe dire, il Dna degli attuali Maga. L’obiettivo era quello di candidarsi alle elezioni presidenziali del ’36, ma Long venne assassinato l’anno prima in un attentato. Insomma, più di una (inquietante) similitudine con l’attuale inquilino della Casa Bianca...
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