Basket

Dan Peterson: «Germani società seria, deve solo allungare la panchina»

Il neo novantenne benedice il lavoro di coach Cotelli e sulla sua storia precisa: «La mia Tracer dell’87 era imbattibile»
Dan Peterson - Foto Fip
Dan Peterson - Foto Fip
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La voce al telefono è inconfondibile. Ma, al trecentesimo nome di giocatore citato senza esitazioni, viene il sospetto che l’Intelligenza artificiale abbia preso possesso di Dan Peterson. No, impossibile. Quell’accento non è imitabile. Così come la verve del neo 90enne, dell’uomo nato il 9 gennaio 1936 a Evaston (Illinois) che, pur avendo smesso di allenare nel 1987, tutto il mondo continua a chiamare coach

Coach Peterson, come sono andati i festeggiamenti per questo compleanno speciale?

È stato davvero incredibile. Venerdì a Milano, alla presentazione del docufilm (intitolato «Dan Peterson Per sempre Numero uno», ndr) la sala era strapiena. Così come affollatissimo è stato l’incontro serale-. Mi ha emozionato vedere tanti miei ex giocatori: Meneghin Bariviera, Boselli, Gallinari. Davvero splendido.

Avrebbe mai immaginato che le avrebbero dedicato un film?

Era fuori da ogni mia previsione. Mai pensato sarebbe potuto succedere ma, grazie a mia moglie e ai miei manager, è diventato realtà. E mi ha fatto un certo effetto vedermi al cinema. Se tutto andrà bene, il docufilm dovrebbe uscire nelle sale intorno al 20 marzo, ma non abbiamo ancora una data ufficiale.

Torniamo indietro alla metà degli anni ’70, quando arrivò a Bologna. Come fu l’impatto con l’Italia?

Era altro mondo: Bologna era una città piccola, ma bellissima. Ci fossero stati i cellulari avrei passato le giornate a fotografarne gli angoli più suggestivi. Ho degli splendidi ricordi, anche sportivi perché la Virtus generava entusiasmo tra i suoi tifosi. Il palazzetto era sempre pieno e abbiamo fatto splendide stagioni, vincendo anche una scudetto.

Dan Peterson a Brescia nel 2007 - © www.giornaledibrescia.it
Dan Peterson a Brescia nel 2007 - © www.giornaledibrescia.it

Allora non c’erano i play off, ma la post season

Sfido chiunque a sostenere che non fosse durissima. La finale bisognava sudarsela, esattamente come accade oggi.

Lei però è ricordato principalmente per gli anni all’Olimpia Milano. Se dovesse condensarli in una sola parola?

Fenomenale. È stato un periodo fenomenale, dall’inizio alla fine. I risultati, i giocatori, tutto perfetto. Negli anni, ogni qual volta facevo incontri di Team building, mi chiedevano due cose: la famosa «banda bassotti» (una Milano formata da 4 senior e sei giovani che arrivò alla finale scudetto, poi persa contro Bologna, ndr) e la squadra del Grande Slam. Significa che sono due formazioni diventate leggendarie.

Di quegli anni si ricordano anche sfide infuocate in Coppa dei campioni: l’avversario che temeva di più?

Nikos Galis, senza dubbio. Era davvero tosto e difficile da marcare.

Veniamo al basket di oggi: cosa pensa della Germani Brescia?

Dico che è una società seria che ha capito come ci si deve muovere: invece di resettare ogni anno, riempendo il roster di giocatori nuovi, sta investendo su un nucleo di veterani, aggiungendo poi qualche nuova pedina. E la continuità data anche in panchina, dove è stato scelto Cotelli, che era già vice allenatore, è stata una ulteriore, mossa vincente. Bonetti sta lavorando proprio bene.

Crede abbia buone possibilità per questa stagione?

Brescia ha tutto per far bene e per replicare i risultati dell’anno scorso. Ma, onestamente, tornare in finale scudetto potrebbe essere complicato. La scorsa stagione ha approfittato del fatto che Milano e Bologna si sono scontrate nei play off, ma è anche vero che se vuoi crescere prima o poi dovrai batterle in una serie.

Cosa servirebbe a Brescia per fare un ulteriore salto di qualità?

Facile: deve allungare la panchina, acquistare un paio di giocatori che diano 5-6 minuti di qualità, facendo respirare i titolari. Altrimenti contro Bologna e Milano sarà sempre dura.

Lei ha già detto la sua sulla Nba di oggi rispetto a quella del passato. Parlando di una delle stelle attuali, Nikola Jokic, è più forte lui o lo era Arvydas Sabonis (fortissimo centro lituano attivo tra metà anni ‘80 e anni ‘90)?

Domanda difficile, ma alla fine devo dire Sabonis: prima di infortunarsi al tendine di Achille era impressionante. Alto 220 centimetri, grande atletismo e capacità di passatore sopraffina. A 25 anni era il più forte del mondo: Jokic è un grandissimo, ma io tengo Sabonis.

Dal basket al wrestling, che lei ha portato in Italia con telecronache leggendarie. Il suo wrestler ideale?

Ne dico due: Hulk Hogan è stato fondamentale per il wrestling, diventando così iconico da finire sulla copertina di Sports Illustrated. Poi cito anche Ric Flair, che combatteva in un’altra federazione. Anche lui un numero uno.

Chi è il suo giocatore del cuore, il suo preferito tra i tanti allenati?

Darà tre risposte: lo straniero più forte, Bob McAdoo, l’italiano più forte, Dino Meneghin, l’oriundo più forte, Mike D’Antoni. Ma posso aggiungere una cosa?

Certo coach, è il suo compleanno, può fare ciò che vuole…

Datemi la mia Tracer del 1987 con una squadra della Serie A attuale e vediamo chi ci batte. Secondo me, nessuno.

Ne è davvero sicuro?

Assolutamente. Chi marcherebbe McAdoo? Nessuno. Chi fermerebbe D’Antoni? Nessuno. E Meneghin? Nessuno. Stesso discorso per Premier e Kenny Barlow.

Questa è mentalità, di chi sarà sempre… Un numero uno.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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