A chi dovrà pagare le tasse un ipotetico turista spaziale che nel 2054 decidesse di passare una settimana sulla Luna? La domanda, solo apparentemente bizzarra, prende sempre più corpo considerato anche che molti operatori già consentono a cifre da capogiro le prime visite oltre-atmosfera e che l’offerta, non bastasse già l’overtourism terrestre, è desinata ad aumentare vertiginosamente (vedi le attività di SpaceX). Se ne è occupata Eurispes che in una recente analisi ipotizza la creazione di una tassa ad hoc. E questo per evitare che lo spazio diventi l’ennesimo paradiso economico e fiscale a vantaggio dei soliti pochi.
In uno studio del Laboratorio dell’Eurispes sulle politiche fiscali e tributarie, coordinato da Giovambattista Palumbo, si evidenzia il rischio concreto che senza un’adeguata legislazione lo spazio diventi appunto l’ennesimo paradiso economico e soprattutto fiscale per pochi eletti, generando sperequazioni tra Stati più o meno capaci di investimenti. La corsa allo spazio, e il trasferimento, ormai anche fisico, di tecnologie e attività economiche in orbita, stanno progressivamente mettendo in crisi questo quadro fiscale di riferimento.
La partita futura si giocherà quindi sul terreno dell’aggiornamento normativo: gli strumenti legislativi attuali sono in gran parte obsoleti, come dimostrano ormai numerosi casi giuridici internazionali. Da qui la necessità di una futura Space Tax Law globale, capace, se ben formulata, di superare gli attuali concetti geografici, politici e giuridici. Una normativa che dovrà riconoscere come la dimensione «spaziale» dell’economia richieda un nuovo principio di contribuzione pubblica, fondato su un rinnovato senso di comunità globale.
Ma chi riguarderebbe la tassazione spaziale? Attività quali l’estrazione e lo sfruttamento di risorse da corpi celesti (space mining), la gestione di servizi satellitari di comunicazione o di server materialmente collocati, per esempio, sulla Luna o su un asteroide, e perfino il cosiddetto «turismo spaziale», si svolgono in un territorio letteralmente sconosciuto al fisco, una terra «di nessuno» che, per definizione ancor prima che per trattati internazionali (a partire dall'Outer Space Treaty stipulato sotto l’egida delle Nazioni Unite nel 1967), non può appartenere a nessuno Stato, né tantomeno a privati egoismi.
Una possibile Orbit Tax (concepita secondo una logica analoga a quella della Carbon Tax) potrebbe partire da circa 14.900 dollari l’anno per satellite, crescendo progressivamente fino a 235.000 dollari entro il 2040; secondo le stime, una gestione fiscale e ambientale delle orbite potrebbe contribuire a far crescere fino a circa 3.000 miliardi di dollari entro il 2040 il valore dell’industria satellitare globale, rispetto a una stima di circa 600 miliardi nello scenario di partenza.



