Gli incendi che infiammano i boschi di Europa non sono più un’emergenza sporadica: stanno diventando una presenza fissa nelle cronache estive. A Brescia non è questa la stagione d’allarme, anche se, come vedremo, gli effetti del cambiamento climatico stanno stravolgendo pure quella.
È però inevitabile chiedersi, davanti agli sfollati e alle immagine di fiamme altissime che inghiottono tutto ciò che trovano lungo la strada, qual è la situazione nel Bresciano, terra ricchissima di boschi, sempre più secchi, spesso malati, messi a dura prova da temperature sempre più roventi e con poca – pochissima – acqua a disposizione.
Quali dei nostri territori sono davvero esposti al fuoco? Per tracciare una mappa attendibile servono due prospettive complementari. Da un lato ci sono i Piani antincendio boschivo locali, gli AIB, che rappresentano lo storico dei roghi, ovvero la memoria di dove e quanto si è già bruciato. Dall'altro c'è la carta regionale PRIM, che misura il rischio potenziale incrociando vegetazione, pendenze, insolazione e presenza umana.
Prevenzione
Capire come funziona un piano AIB significa guardare dentro la macchina organizzativa della prevenzione. Non si tratta di semplici elenchi di porzioni di bosco andate in fumo, ma di strumenti operativi con cui Regione, Province e Comunità montane programmano la gestione del territorio. Un piano risponde a quesiti precisi: individua dove l'innesco è più probabile, definisce le aree ad alta vulnerabilità, censisce la viabilità forestale e organizza le risorse di spegnimento prima che scoppi l'emergenza.
Nella sua stesura si incrociano le serie storiche dei roghi con le mappe di rischio, la localizzazione di vasche idriche e piazzole per elicotteri con i protocolli di coordinamento tra Vigili del fuoco, Carabinieri forestali, Protezione civile e volontari. Un concetto chiave riguarda la cosiddetta interfaccia urbano-forestale, ossia quella fascia sottile in cui le abitazioni sfiorano la vegetazione. È qui che il fuoco boschivo cambia pelle e diventa una questione prioritaria di protezione civile, mettendo a rischio diretto le strutture e la vita delle persone.

L’uomo e i paesi
Se si osserva il territorio con gli occhi di chi lavora al fronte dell'emergenza, la geografia del pericolo cambia forma. «Più che i paesi, il problema principale è rappresentato dall’interfaccia diffusa: baite, cascine e abitazioni sparse immerse nella vegetazione» spiega Dario Entrade, ingegnere e direttore delle operazioni di spegnimento di Regione Lombardia.
Il rischio reale non è il fronte del fuoco che lambisce le case, perché tutti i paesi hanno quasi sempre una fascia agricola di protezione. Più a rischio sono le strutture isolate, spesso edificate con tetti in legno, verande e depositi all'aperto di legna o bombole di gas. A questo quadro si sommano le ferite recenti della montagna. «Preoccupano soprattutto le zone colpite dalla tempesta Vaia e dal bostrico» aggiunge Entrade, evidenziando come l'accumulo di legname secco crei un combustibile ideale. Senza contare la piaga degli incendi dolosi o colposi che in Valle Camonica (dove sono il 40% del totale, responsabile però di più del 90% di superficie bruciata) hanno già devastato intere dorsali.
Numeri
Dentro i piani AIB sono ricostruiti i numeri delle emergenze degli ultimi anni. La serie storica più imponente appartiene alla Valle Trompia, dove tra il 1990 e il 2023 si sono registrati 945 incendi per oltre 13.580 ettari complessivamente inceneriti. Bovegno guida la classifica con 231 eventi e 3.480 ettari bruciati, seguito da Collio con 142 roghi, Lumezzane a quota 116 e Pezzaze con 113. L'Alta Valle si conferma il cuore pulsante dei roghi, anche se negli ultimi anni gli episodi sono cresciuti nella fascia urbanizzata tra Sarezzo, Concesio e Nave.
In Valle Camonica i picchi si registrano a Malonno, Corteno Golgi e Sonico, con comuni come Sellero che hanno visto bruciare quasi il 9% della propria superficie forestale.
Sul lago d’Iseo la maglia nera per numero di eventi va a Sulzano, mentre Pisogne domina per ettari colpiti. Qui l'esposizione solare e i boschi di rovere creano condizioni ideali per le fiamme.
I dati regionali 2017-2023 completano il quadro per Valle Sabbia e Alto Garda, pur su un periodo più breve e quindi non direttamente confrontabile con le serie dei piani locali. In Valle Sabbia risultano circa 64 incendi distinti e quasi 948 ettari percorsi dal fuoco. A incidere sono soprattutto i grandi eventi del febbraio 2020 tra Bione, Casto, Mura e Pertica Alta. Nell’Alto Garda si contano circa 28 incendi distinti e poco meno di 600 ettari: Tremosine concentra il maggior numero di episodi e la superficie più estesa, davanti a Valvestino, Magasa e Tignale.
Rischio
Se i dati storici raccontano dove il fuoco ha già colpito, la mappa regionale del rischio mostra invece le zone più vulnerabili. Il rischio teorico, infatti, non coincide necessariamente con i Comuni più interessati dai roghi negli anni scorsi.
Osservando le griglie territoriali – che qui abbiamo rielaborato in blocchi da 1 km quadrato, ma che è ancor più analitica sul Geoportale di Regione Lombardia – emerge una netta spaccatura: mentre la pianura meridionale presenta valori quasi nulli, la fascia collinare, prealpina e valliva si tinge quasi in modo omogeneo di classi di rischio medio-alte. Il pericolo potenziale interessa per lo più i versanti delle valli, le colline attorno alla città e le zone lacustri.
Questo significa che boschi rimasti intatti per decenni possono trasformarsi improvvisamente in polveriere.
La presenza di pendii scoscesi, vento secco e vegetazione densa aumenta la vulnerabilità.
L’abbandono dei pascoli, la conseguente crescita di boschi giovani che creano zone fertili per la combustione, l’assenza di vie tagliafuoco, contribuiscono a elevare il livello del rischio. Per questo motivo l'attenzione della prevenzione non può limitarsi esclusivamente ai territori storicamente più interessati dai roghi.
Cambiamento climatico
L'impatto del cambiamento climatico si vede anche qui: la frequenza e la natura stessa degli eventi stanno cambiando. «La stagione degli incendi si sta allungando notevolmente» avverte Entrade. In Lombardia i roghi estivi, un tempo sporadici, sono ormai una realtà fissa, alimentati anche dai fulmini durante i temporali. I fulmini colpiscono le cime impervie, rimangono latenti nel tronco di un albero per giorni e poi scatenano l'incendio. Il risultato è una stagione operativa che ormai copre quasi l'80% dell'anno.
A complicare i soccorsi interviene la siccità. «Durante il grande incendio di Sonico del marzo 2022, dopo due mesi senza pioggia – ricorda Entrade – le squadre hanno potuto attingere dall'acquedotto per gli elicotteri soltanto nelle prime ore, dovendo poi fermarsi per non lasciare il paese senza acqua potabile. Spegnere un rogo non può generare una nuova crisi idrica».
Cultura
Se il clima è l’aggravante, la natura degli incendi continua però ad essere quasi sempre umana. Accanto al dolo, l'insidia maggiore è rappresentata dai comportamenti colposi. «Molti roghi nascono da fuochi d'erba o ripuliture contadine accese nelle giornate sbagliate» sottolinea Entrade, ricordando come questi errori abbiano provocato anche feriti in tempi recenti.
«Non basta introdurre divieti, occorre fare cultura». È il principio del modello Firewise: chi vive nel bosco deve creare una fascia pulita attorno a casa, sgomberare le grondaie dal fogliame secco ed eliminare gli accumuli di legna prima che l'incendio si avvicini. Durante l'emergenza è troppo tardi per correre con la motosega.
«Serve una responsabilità diffusa, perché la tutela della montagna non si affida solo agli elicotteri, ma parte dai gesti quotidiani di chi abita il territorio» conclude Entrade.




