Sport e università sono due binari che troppo spesso corrono separati. Alessia Ferraboli ha trascorso nove mesi negli Stati Uniti per capire come avvicinarli e creare un percorso che accompagni gli studenti-atleti anche verso il mondo del lavoro. La sua ricerca sulla «dual career», sviluppata nell’ambito del dottorato in Scienze dell’esercizio fisico e dello sport promosso dall’Università Cattolica del Sacro Cuore e dall’Università Statale di Milano, nasce proprio dalla volontà di mettere in relazione questi mondi.
Dopo la laurea in Psicologia alla Cattolica di Brescia e un master di secondo livello in Sport e intervento psicosociale, la giovane di Prevalle ha trascorso un periodo di ricerca alla University of Wisconsin-La Crosse, dove ha raccolto dati, approfondito il modello statunitense e tenuto un seminario sui temi al centro dei suoi studi. Un’esperienza accademica che è stata anche la prima lunga permanenza lontano dall’Italia, vissuta come occasione di crescita personale e professionale.

Alessia, come è nata questa sua opportunità a stelle e strisce?
«È nata nell’ambito del mio dottorato, che ha una forte vocazione internazionale. Grazie ai contatti della professoressa Chiara D’Angelo e della coordinatrice del dottorato, la professoressa Caterina Gozzoli, abbiamo avviato una collaborazione con Alessandro Quartiroli, docente alla University of Wisconsin-La Crosse. Per il tema di cui mi occupo era un’occasione molto importante: negli Stati Uniti il sostegno alla doppia carriera, cioè alla possibilità di conciliare il percorso accademico con lo sport di alto livello, fa parte della cultura universitaria. Ho potuto osservare dall’interno un modello molto diverso dal nostro».
Che cosa ha fatto concretamente durante i nove mesi in Wisconsin?
«Nel primo semestre mi sono concentrata soprattutto sulla ricerca: ho progettato alcuni studi e iniziato la raccolta dei dati. Sono stati anche mesi necessari per conoscere il contesto, capire la cultura accademica americana e imparare a muovermi al suo interno. Nel secondo semestre alla ricerca si è aggiunto l’insegnamento: ho tenuto un seminario dedicato proprio alla doppia carriera e all’occupabilità degli studenti-atleti. Per me è stata un’esperienza nuova: oltre a essere ricercatrice, mi sono ritrovata anche nel ruolo di docente».
Gli Stati Uniti vengono spesso considerati il modello per eccellenza quando si parla di sport universitario. È davvero così?
«Nell’immaginario comune c’è l’idea degli Stati Uniti come "sogno americano": gli studenti-atleti sono molto valorizzati, e questo è assolutamente vero. Ma l’incontro con una realtà diversa mi ha fatto capire anche gli aspetti positivi dei percorsi universitari di doppia carriera degli studenti-atleti italiani. Sono sistemi differenti: non direi che uno sia migliore o peggiore dell’altro».
Qual è la differenza che l’ha colpita maggiormente?
«Negli Stati Uniti c’è una forte integrazione tra ambiente universitario e sportivo. Lo studente-atleta riceve un sostegno che arriva da entrambi i mondi. In Italia, invece, dobbiamo lavorare ancora molto sul dialogo: università e società sportive tendono a essere due realtà separate e spesso la responsabilità di aiutare lo studente a conciliare i due percorsi ricade soprattutto sull’università».

La sua ricerca prova quindi a mettere in comunicazione questi mondi?
«Sì, e vorrei aggiungerne un terzo: quello del lavoro. Quando parliamo di occupabilità dobbiamo chiederci che cosa succede allo studente-atleta quando si avvicina alla conclusione della carriera sportiva o degli studi. Università, sport e mondo del lavoro oggi sono ancora piuttosto frammentati. Una delle prospettive su cui vorrei lavorare è proprio creare maggiore collaborazione fra questi tre mondi».
Come è arrivata alla psicologia dello sport?
«Attraverso un’esperienza professionale. Dopo la laurea ho iniziato a collaborare con una società calcistica dilettantistica bresciana, la Voluntas, e da lì ho scoperto questo interesse. La mia formazione, però, ha radici nella psicologia del lavoro e delle organizzazioni. Mi interessa guardare una società sportiva come un’organizzazione: studiare le relazioni professionali, il ruolo e le competenze degli allenatori, le dinamiche che si creano al suo interno. Significa applicare al mondo dello sport strumenti e prospettive della psicologia del lavoro».
Da Prevalle al Wisconsin. Che effetto le ha fatto ritrovarsi dall’altra parte dell’oceano?
«Mi sono data una grande pacca sulla spalla. Non avrei mai immaginato di riuscire a vivere un’esperienza del genere. Quando pensavo al mio futuro, anche da più piccola, non mi vedevo certo per nove mesi negli Stati Uniti. È stata una grande soddisfazione anche per la mia famiglia, che in questi anni ha investito tempo e risorse nella mia formazione e alla quale sono infinitamente grata. Ma lo considero un primo passo: siamo solo all’inizio».
Era la sua prima esperienza così lunga all’estero. Che cosa l’ha sorpresa della vita americana?
«Mi ha colpito l’apertura al confronto e alla diversità. Ho avuto la sensazione di potermi esprimere e di poter provare senza sentirmi giudicata. È stato interessante anche confrontarmi con un modo diverso di vivere la professione e la ricerca: lo psicologo non è soltanto una figura che lavora nel proprio studio, ma si muove nei contesti e costruisce la ricerca insieme alle realtà con cui lavora».
E il momento più difficile?
«La distanza da casa sicuramente non è facile. Bisogna riorganizzare la propria routine e anche gli orari per sentire la famiglia sono più limitati per via del fuso. Per me è stato importante mantenere forti le mie radici italiane e, allo stesso tempo, sapermi adattare al nuovo contesto senza perdere la mia storia».

Ha scelto anche di vivere fuori dal campus. Perché?
«Avrei avuto la possibilità di alloggiare nel campus, ma ho preferito vivere da sola in un appartamento. Volevo fare un’esperienza completa. A Prevalle vivo con la mia famiglia, quindi quei nove mesi sono stati anche la mia prima esperienza di vita completamente indipendente. Mi hanno permesso di conoscermi meglio, non soltanto come ricercatrice ma anche dal punto di vista personale».
Dopo un’esperienza del genere non le è venuta voglia di restare negli Stati Uniti?
«Se ne avrò la possibilità, vorrei rimanere in Italia e a Brescia. Per me è importante riuscire a restituire qualcosa di ciò che ho ricevuto. Questa esperienza non sarebbe stata possibile senza il sostegno della mia famiglia e dei miei docenti. Vorrei portare qui quello che ho imparato negli Stati Uniti e metterlo a disposizione dei contesti nei quali lavorerò».
Che cosa succederà dopo il dottorato?
«Continuerò a collaborare con il mondo sportivo bresciano e sono in attesa dell’esito di alcune candidature a bandi europei. Mi piacerebbe proseguire anche nell’attività accademica e capire se ci sarà la possibilità di un post dottorato. La direzione che vorrei dare alla mia vita professionale è quella della ricerca, una ricerca applicata, che abbia sempre bisogno di incontrare contesti reali e disponibili a sperimentare».
Che consiglio darebbe ai giovani che sognano un’esperienza come la sua?
«Di lasciarsi stupire e di essere curiosi. Sono partita con alcuni pregiudizi, sia positivi sia negativi, ma credo che la ricchezza più grande sia stata affrontare il percorso con apertura e disponibilità a mettermi in gioco. È proprio questo lo spirito con cui, secondo me, si dovrebbe vivere un’esperienza di questo tipo».
E lei che cosa ha riportato a Prevalle, oltre alla ricerca?
«Sono tornata con una maggiore consapevolezza di me stessa e del futuro professionale che vedo nei prossimi anni. Ma anche con la consapevolezza di quanto si possa ancora fare in questo ambito. Nel nostro piccolo possiamo lavorare sul programma Dual Career dell’Università Cattolica e, attraverso i network creati, provare ad ampliare il lavoro anche a livello italiano ed europeo».




