Dubitiamo sarà oggetto diretto di discussione durante le gite e le grigliate di Ferragosto, tuttavia il concetto di «identità» – che nel dibattito politico ha sostituito per frequenza parole d’ordine quali «ideologia», «classe», «programmi», «valori»... – in questo tempo sospeso di mezza estate merita uno spazio di riflessione, riguardandoci assai da vicino.
Innanzi tutto, come molti termini, è ambivalente, non positivo o negativo in sé, dipendendo dall’accezione, dal contesto. «Identità» è argomento che punge quando viene trasformata in motivo di contrapposizione, in criterio di esclusione, «noi contro loro», ma prima ancora essa è condizione fisiologica e necessaria alla convivenza civile, rimandando ai valori della memoria, di appartenenza, di legame, di riconoscimento, il bisogno di sapere chi siamo, come individui e come comunità.
Chi siamo noi, qual è l’immagine del volto di Brescia quando si guarda allo specchio? Senza pretese d’essere esaustivi, qualche tratto vorremmo restituirlo, godendo di un osservatorio privilegiato e ritenendo autentico ciò che sosteneva Borges («una città è molto più dei suoi abitanti»), convinti altresì che descriverla senza tener conto di essi sia vano.
Semmai giusto ricordare che ogni territorio non è costituito soltanto da chi vi ha dimora oggi, bensì dall’insieme delle persone, dei luoghi, delle esperienze e delle stratificazioni storiche che lo hanno costruito nel tempo. Tre allora le parole che d’acchito ci vengono in mente per descrivere Brescia. Anzi, quattro: politica, ricchezza, cultura, lavoro.

Cominciamo dalla seconda. Che quella bresciana sia una terra ricca lo testimoniano tre millenni di storia, con risorse naturali preziose (metalli e terra fertile) che hanno garantito benessere costante, a differenza di molti altri spicchi di mondo, che nel corso dei secoli sono andati in altalena.
Una conseguenza diretta ne è stata proprio la cultura, formatasi per sedimentazione, poiché dove c’è abbondanza di denaro trovano linfa arti, saperi, tradizioni. Mentre riguardo al lavoro, il valore che rappresenta resta attuale pure nel caso lo spogliassimo della retorica che ne tratteggia l’esclusiva: i «bresciani grandi lavoratori» è realistico, ma è una qualità che riguarda buona parte della Lombardia, senza distinguo. Onesto riconoscerlo.
Rimane la prima, la politica, che a Brescia ha saputo essere spesso d’avanguardia, anticipando i tempi, offrendo proposte originali, diventando laboratorio. Una spinta propulsiva che dà l’impressione di essersi sopita, ammettendo però l’ipotesi di essere noi a soffrire di presbiopia, faticando a vedere da vicino e a cogliere i segnali di un controcanto.
Anche qui occorre uno sforzo anti nostalgico, non limitandosi all’album delle figurine Panini dei politici di turno e fuggendo la tentazione di giudicarli fuori dal contesto storico, avendo bensì l’intelligenza di leggere i segnali di un mondo cambiato e nel quale il territorio, ogni territorio, fatica a portare avanti le istanze del provincialismo.
Tornando all’identità, essa risponde alla domanda «chi siamo», ma altresì al «chi vogliamo essere», essendo la vita un divenire e non semplicemente uno stato. In questo caso Brescia e i bresciani potrebbero dare un contributo originale non riducendo ogni contrasto in barriera, ogni dissidio in scontro, ogni avversario in nemico.

Di contro, dovremo accettare che pur nelle differenze si riconosca nell’altro una ragione d’essere, un segmento di validità, rifiutando dunque l’idea reazionaria che la società non comprenda tutti, bensì soltanto quelli che riteniamo i «buoni», i «giusti», e che nessuna forma di alterità e di contraddizione sia legittimata ad esistere.
Ciò non significa andare sempre d’accordo, né stare nel mezzo, tutt’altro. Semmai vuol dire prendere convintamente parte, forti delle proprie ragioni, ma comprendendo altresì la diversità e accettando il conflitto come processo necessario per l’affermazione di sé (della propria «identità», appunto) e la creazione di un nuovo equilibrio, senza per questo voler annientare o squalificare chi la pensa in modo diverso
In questo un contributo possiamo darlo noi per primi, come giornale, evitando tre seduzioni: ridurre il dibattito democratico a una banale rappresentazione di opposti; teatralizzare lo scontro; formattare la complessità nella logica del bianco o nero.
Un buon proposito allorché questo Ferragosto sarà passato e comincerà una stagione politica che per un paio d’anni ci vedrà impegnati a seguire passo passo la campagna delle elezioni nazionali, regionali e comunali, una in fila all’altra, consapevoli che per essere credibili con tutti dobbiamo essere prevenuti verso nessuno.
E che l’unico modo di valutare idee, persone, proposte, sia situazione per situazione, caso per caso, liberi dalle logiche dell’appartenenza e dello schieramento. Che poi, per un giornale come il nostro, è insieme il buono e il bello.




