C’è una frase che non compare mai nel linguaggio politico: «Ho sbagliato». Non è difficile comprenderne il motivo. Un politico che riconosce un errore offre immediatamente un’arma ai suoi avversari. Se cambia opinione è incoerente, se corregge una decisione dimostra che quella precedente era sbagliata, se ammette una previsione errata mette in dubbio la propria competenza. Molto più conveniente sostenere che i fatti confermano ciò che aveva sempre detto oppure attribuire ad altri ciò che non ha funzionato. È facile leggere questo comportamento come semplice arroganza della classe politica. Ma forse la spiegazione è più scomoda: e se fossero anche gli elettori a rendere politicamente problematico ammettere un errore? Eppure in nessun altro campo dell’attività umana consideriamo credibile l’infallibilità. A maggior ragione dovrebbe poter sbagliare chi governa, costretto a decidere sull’economia, sull’immigrazione, sull’energia o sulla politica internazionale sulla base di informazioni incomplete e previsioni incerte. Perché dunque i politici possono permettersi di far credere che non sbagliano mai?
La ragione va cercata nella relazione tra elettore ed eletto. Anche se sono lontani i tempi delle viscerali appartenenze ideologiche, chi vota finisce ancora per «tifare», investendo nella scelta fatta una parte della propria identità. Riconoscere l’errore del politico che abbiamo sostenuto significa allora, almeno in parte, ammettere anche il nostro. Da qui nasce una curiosa asimmetria. Dell’avversario cerchiamo contraddizioni, errori di previsione e promesse non mantenute. Del nostro candidato siamo invece disposti ad accettare spiegazioni che probabilmente respingeremmo se provenissero dalla parte opposta. Il leader impara rapidamente la lezione: riconoscere un errore può deludere i sostenitori e fornire argomenti agli avversari; negarlo, invece, spesso costa poco all’interno del proprio schieramento. È la logica del «right or wrong, my side»: un senso di appartenenza che finisce per valere anche in politica. A quel punto non sono più i fatti, ma l’appartenenza, a giudicare l’azione politica e a decidere cosa siamo disposti ad accettare.
Naturalmente riconoscere gli errori non può diventare un lasciapassare per l’incompetenza. Un governante o un oppositore che sbaglia continuamente e ogni volta lo ammette rimane un cattivo politico. Ma dovremmo distinguere l’incompetenza dalla capacità di apprendere.
Immaginiamo due politici che abbiano sostenuto la stessa politica economica, risultata poi fallimentare. Il primo continua a difenderla attribuendo il fallimento a cause esterne. Il secondo dice: «Pensavo che avrebbe prodotto questi risultati; i dati mi hanno smentito; dobbiamo cambiare». Quale dei due premieremo con il nostro voto? Abbiamo trasformato la coerenza in una virtù assoluta, dimenticando che essere coerenti con un errore significa semplicemente continuare a sbagliare. Forse dovremmo giudicare chi governa non dall’assenza di errori, ma da come reagisce quando la realtà contraddice le sue convinzioni. Riconosce i fatti? Modifica le decisioni? Spiega perché ha cambiato idea?
Oggi, peraltro, la frammentazione dell’informazione rende più facile nascondere i fallimenti. La notizia che conferma le nostre convinzioni viene rilanciata immediatamente; quella che invece le smentisce raramente ottiene la stessa attenzione. Un poliziotto elogiato si scopre corrotto? Un reato attribuito a un migrante risulta poi commesso da un italiano? Un attentato inizialmente ricondotto al clima creato da un governo si rivela opera di soggetti estranei all’esecutivo? Gli esempi potrebbero continuare a lungo. Ma la domanda che interessa non è come reagiscono, a quel punto, i politici che avevano utilizzato quelle vicende per sostenere le proprie tesi.
Quello che dobbiamo chiederci è che cosa facciamo noi. Cerchiamo con la stessa attenzione la notizia che smentisce ciò che avevamo creduto? Pretendiamo dal politico che abbiamo votato la stessa rettifica che pretenderemmo dal suo avversario? Oppure accettiamo volentieri che cambi argomento, minimizzi o semplicemente aspetti che la vicenda venga dimenticata? È qui che il rapporto tra elettore ed eletto diventa ambiguo. Forse il politico che rifiuta di ammettere un errore non sta soltanto cercando di ingannarci. Forse, qualche volta, ci sta offrendo esattamente ciò che desideriamo: una buona ragione per non ammettere che abbiamo sbagliato anche noi. Ma una democrazia nella quale ogni parte riconosce soltanto gli errori dell’altra perde progressivamente uno dei suoi presupposti essenziali: dare ai fatti la possibilità di modificare le convinzioni.
Forse, allora, la domanda da rivolgere a un politico non è se abbia mai sbagliato. Sappiamo già la risposta. È che cosa ha fatto quando ha scoperto di avere torto. Ma poi tocca a noi rispondere alla stessa domanda. Perché il giorno in cui un politico potrà dire «ho sbagliato» senza essere considerato per questo un «debole» non dipenderà da una nuova generazione di leader. Dipenderà da una nuova maturità degli elettori. In democrazia i politici imparano molto presto che cosa conviene dire. Siamo noi a insegnarglielo.
Fulvio Cammarano, docente di Storia Contemporanea, Università di Bologna




