Oggi compie 90 anni Mogol, mastodonte della musica italiana, soprattutto paroliere - immensa la collaborazione con Lucio Battisti, ma non solo - e discografico. Tra i bresciani più vicini all’uomo che ha scritto testi anche per Renato Zero, Celentano, Fausto Leali (da Nuvolento), Cocciante e Pfm c’è senza dubbio Omar Pedrini. Che, per descrivere l’amico, preferisce andare oltre le frasi fatte. Quindi trascende il concetto di «miglior paroliere italiano della storia». Giustamente, va un po’ più sul tecnico. Perché mettere in versi una melodia spesso pensata da qualcun altro è anche un fatto di maestria tecnica. Riuscirci a questi livelli, però, è «puro genio», sottolinea Pedrini, 59 anni compiuti lo scorso 28 maggio. «Giulio Rapetti (così al secolo, ndr) è stato in grado di trovare un equilibrio perfetto. A livelli inarrivabili».
Pedrini, secondo lei, oltre al sodalizio con Battisti, quali altri testi possono essere presi ad esempio della grandezza di Mogol?
Mi viene in mente «Cervo a Primavera» di Cocciante. La canzone in sé è abbastanza standard. Una bella ballata. Le immagini evocate da Mogol le danno tutta un’altra vita. Mi viene in mente anche «Un uomo da bruciare», cantata da Renato Zero. «Due etti di prosciutto. Sì, signora. È ancora a letto con la febbre, il suo bambino? Che peccato? Vuole anche il formaggino». Mettere in un brano il dialogo tra un salumiere e una massaia è incredibile.
Un artista così nasce una volta ogni...
Cento anni, forse. Un genio frutto di talento e coincidenze, oltre che di tanto lavoro. Come Maradona. Ha potuto mettersi subito all’opera perché, figlio di Mariano Rapetti, dirigente della casa editrice Ricordi, gli è stato presto affidato l’incarico di tradurre in italiano alcuni testi che arrivavano dall’America. Da lì in poi ha svolto un servizio straordinario alla musica italiana. Mogol è un autore baciato dagli dei.
Dove vi siete incontrati?
Fine Anni Novanta, programma tv Roxy Bar di Red Ronnie. Tra l’altro, contenitore musicale di valore elevatissimo. Ero stato ospite diverse volte. Una volta c’era anche Vasco Rossi. Una i Radiohead (con me, mio figlio Pablo). Una, appunto, Mogol. Il format dava spazio ad artisti molto noti e ad altri d’avanguardia. All’epoca, noi Timoria eravamo in ascesa. Rapetti mi definì «una grande anima della musica». Io ero veramente emozionato. Da lì è nata un’amicizia. A cominciare dal 2004 sono stato al suo fianco nella Nazionale italiana cantanti. L’ho raggiunto tante volte nella sua base operativa in Umbria. Sempre nel 2004, con i Timoria, avevamo fatto un ritiro di preparazione al Festival di Sanremo da lui. Avevamo portato in gara «Lavoro inutile». Mi ricordo che mi fece molti complimenti per le parole del brano. Pensavo fosse solo galanteria. Invece la canzone vinse il premio per il miglior testo…

Non ha mai chiesto a Mogol di scrivere le parole per una delle sue melodie?
Sì, stavo per farlo. Non ricordo l’anno. Sono su un aereo con la Nazionale cantanti, destinazione Francia. Vedo che il posto accanto a lui è libero, butto giù il borsone, mi siedo lì. Provo a prenderla larga. Gli chiedo come mai non ha mai scritto una canzone per una rock band. Mi risponde. Scusa, ma «Impressioni di settembre della Pfm»? Nel resto del viaggio parliamo soltanto di calcio…
Salto in avanti nel tempo: 16 febbraio 2001, esce «El Topo Grand Hotel» dei Timoria. Alla voce non c’è più Francesco Renga. Ma i Timoria se ne vengono fuori con un album pazzesco, un successo commerciale trainato dal singolo «Sole spento» che li porta anche ad aprire per gli U2 (Elevation Tour) al Delle Alpi di Torino, davanti a 80mila persone... L’11 novembre prossimo, all’Alcatraz di Milano, terrà un concerto per il venticinquesimo di «El Topo Grand Hotel». Che effetto farà riprenderlo in mano?
È una sensazione meravigliosa. Era un disco a suo modo visionario. Forse arrivato presto rispetto ai tempi. Era ispirato all’arte del drammaturgo e regista cileno Alejandro Jodorowsky, che all’epoca in pochi conoscevano, mentre oggi... Era un album internazionale sotto tanti punti di vista. Col tempo, «El Topo» è lievitato. Ha saputo abbracciare anche nuove generazioni. L’11 novembre sono certo che suonerò, a 25 anni di distanza, qualcosa di attuale.




