Sergio Leone avrebbe scelto un titolo epico: «C’era una volta nella Bassa». Gli ornitologi, invece, parlano di «Sostituzione di specie». Punti di vista dello stesso fenomeno: il fatto che molti uccelli della Bassa sono spariti, sostituiti da altri che si vedevano solo a SuperQuark di Piero Angela. Il cambiamento è descritto nel «Farmland bird index» redatto da Ispra e Lipu, ma anche dall’«Atlante degli uccelli nidificanti in provincia di Brescia».
Effetto nettare
Stefania Capelli, del Gruppo ricerche avifauna del Museo di Scienze naturali di Brescia, nonché socia Lipu, sintetizza gli aspetti principali. «Molte le specie in regressione - dice -. Torcicollo, averla piccola, allodola, quaglia, cappellaccia... Specie migratrici, che hanno problemi dovuti alla situazione nei luoghi di svernamento in Africa e nei luoghi di passaggio durante la migrazione».

I cambiamenti climatici - prosegue - «hanno sfasato la presenza di piante che producono il nettare utilizzato dai passeriformi durante il viaggio di ritorno. Si tratta di specie insettivore: e se si considera che gli insetti sono calati in modo preoccupante… Inoltre bisogna tenere presente che gli uccelli nutrono i pulcini con invertebrati: l’uso massiccio di insetticidi ha causato gravi perdite».
Non se la passano bene neanche saltimpalo, cardellino, starna e barbagianni. Sono invece in aumento taccola, gazza, picchio verde e rosso, colombaccio, poiana e allocco. Su tutti storno, gabbiano comune e cormorano, che fanno registrare un vero boom. Idem per gruccione e airone guardabuoi. «Discorso a parte per l’ibis sacro - continua Capelli -. Specie esotica invasiva che, sfuggita a zoo e collezioni private, è presente con centinaia di individui nella Bassa».
Chi parte e chi arriva
Dunque, dalla quaglia all’airone guardabuoi (che peraltro non sa cosa guardare perché sono spariti anche i buoi) e dalla cappellaccia all’ibis: che sarà pure sacro, ma non era male neanche lei, con quel ciuffo che sembra un incrocio tra Elvis Presley e Cristiano Malgioglio.

Emblema del cambiamento i passeri, che in quarant’anni sono regrediti di quasi l’80%. Un tempo numerosissimi, oggi rari come un parcheggio in piazza Tebaldo Brusato il sabato sera. Uno di loro, asociale e introverso, era stato colto da Giacomo Leopardi mentre «d’in su la vetta della torre antica, alla campagna cantando vai finché non more il giorno». Per quell’anima in pena, alter ego del poeta, l’isolamento era una scelta. I passeri di oggi, invece, sono costretti alla clausura: soli come le particelle di sodio di una famosa pubblicità. Per carenza di partner faticano anche a metter su famiglia.
Così spopolano i gabbiani, che, oltre ad avere una voce imbarazzante (quell’antipatico kiaa-kiaa, che ti vien voglia di prenderli a sberle. Vuoi mettere, come scriveva Giosuè Carducci, «Com’è allegro de’ passeri il garrire») stanno ora esplorando la Bassa.



