Filini: «Che fa ragioniere, batti?». Fantozzi: «Ma…mi da del tu?». Così, su un congiuntivo storpiato durante la scena di una improbabile partita a tennis, 51 anni fa scoprivamo la saga che ha messo grottescamente in scena il servilismo italiano.
Avanti veloci, ai giorni nostri. Giornalista: «Buongiorno presidente, lei…». Presidente: «Che fai, mi dai del lei quando in privato ci diamo del tu?». Così mercoledì scorso, all’atto della prima domanda nella conferenza stampa di presentazione del nuovo ct, abbiamo scoperto che la forma dell’educazione, quella che serve per differenziare ruoli è status, non è gradita: è una cafonata, quasi.
Rendendo (astutamente) nota la confidenza col suo interlocutore, Malagò (il presidente) ha subito sminato il suo interlocutore. E inviato un messaggio subliminale: «Fate i bravi, che siamo tutti amici». Perciò, perché incomodarsi a tener su foglie di fico? E infatti, la conferenza è andata a suon di «Giovanni», «Roberto», «Claudio». Neanche per sbaglio, Malagò, Mancini e Ranieri si sono rivolti l’uno agli altri chiamandosi per cognome o carica.
Tu… tu… soltanto tu: ma capire tu non puoi se non sei del circolo. Quale? L’Aniene: il centro del potere romano in cui l’utilizzo del lei, anche tra sconosciuti, è vietato da regolamento e di cui il presidente onorario è proprio Giovanni e tra i cui soci ci sono Roberto e Claudio. Servilmente, ci adeguiamo.




