Politica

Biasutti: «Brescia insicura? Non è questa l’immagine della città»

Il consigliere comunale del Pd tra rugby, maggioranza e futuro: «Il bene comune si trova anche nella zona grigia della mediazione». E sul campo largo: «Prima viene il programma»
Palazzo Loggia, sede del Consiglio comunale di Brescia - © Foto Comune di Brescia
Palazzo Loggia, sede del Consiglio comunale di Brescia - © Foto Comune di Brescia

Mirco Biasutti la politica l’ha imparata prima di entrare in un partito: in oratorio, nei consigli pastorali, nelle associazioni del quartiere. E un po’ anche su un campo da rugby, dove giocava come terza linea e dove - racconta - ha imparato due valori che ancora oggi considera buone regole anche per il ruolo in Loggia: il sostegno e la disciplina. Sessantadue anni, piccolo imprenditore, consigliere comunale del Pd al secondo mandato e oggi presidente della Commissione Lavori pubblici, Biasutti appartiene alla categoria dei politici che raramente alzano la voce. Non significa che non abbia opinioni: crede nella mediazione, difende i Consigli di quartiere dalla tentazione di trasformarli in succursali dei partiti, respinge il racconto di Brescia come città insicura.

Biasutti, partiamo dall’inizio: prima il rugby o la politica?
Direi che la passione politica nasce insieme alla mia formazione personale. Le due cose che mi hanno formato maggiormente sono state l’oratorio e lo sport. Nell’oratorio organizzavi feste, campi, attività, stavi con le persone e cercavi di fare qualcosa per la comunità. Il rugby mi ha insegnato invece a stare dentro le regole, a fare squadra e soprattutto il concetto del sostegno: aiutare il compagno, stare al proprio posto e dare sempre quello che puoi.

Il consigliere comunale dem, Mirco Biasutti - Foto Comune di Brescia
Il consigliere comunale dem, Mirco Biasutti - Foto Comune di Brescia

Lei ha giocato davvero e a lungo, giusto?
Ho fatto tutte le giovanili del Brescia e anche qualche presenze in Serie A. Giocavo come terza linea laterale o terza linea centro, quindi in mischia. Poi ho iniziato a lavorare in proprio e ho smesso: quando hai una piccola attività, se ti fai male diventa un problema.

Piccola quanto?
Siamo io e mia moglie. Più piccola di così… È una microimpresa, ma storica.

E dalla parrocchia come si arriva in Loggia?
Gradualmente. Sono passato dal Consiglio pastorale alla commissione Affari sociali della parrocchia e poi a un gruppo di riferimento per il quartiere. Abbiamo cominciato nel 1996 e siamo andati avanti fino alla nascita dei Consigli di quartiere. Era, in qualche modo, un Cdq ante litteram: venti o trenta persone che lavoravano sui problemi della zona. Politicamente ero vicino ai Popolari e poi alla Margherita, della quale per alcuni anni ho avuto la tessera. Quando è nato quel gruppo, però, ho preferito non averla più: c’erano persone con sensibilità differenti e mi sembrava corretto non caratterizzarlo politicamente.

Allora la tessera di partito pesava più di oggi?
Credo di sì. I partiti erano ancora molto presenti e, attraverso le Circoscrizioni, arrivavano forse più vicino alle persone, poi quella vicinanza ha cominciato a diminuire. Anche per questo ho creduto molto nei Consigli di quartiere senza liste di partito: in una fase in cui le persone si stavano allontanando dalla politica e dalla cosa pubblica, potevano essere uno strumento per riavvicinarle.

Poi però nel Pd è entrato: ha la tessera?
Quando mi hanno proposto la candidatura in Consiglio comunale mi è sembrato giusto iscrivermi. Se una squadra ti chiede di entrare e di farne parte fino in fondo, credo sia corretto farlo.

Il Pd è ancora una squadra o troppe squadre insieme?
È un partito con molte sensibilità, che dialogano e a volte fanno fatica a farlo. Il compromesso bisogna costruirlo, significa portare le proprie istanze e confrontarsi con quelle degli altri. Non è sempre semplice, ma credo che l’Italia abbia bisogno proprio di un centrosinistra capace di dialogare e di dare un contributo al Paese.

Però la mediazione può anche produrre qualcosa che non è né carne né pesce.
La mediazione è inevitabile quando non sei da solo, vale nella politica come nel lavoro o nella vita. L’obiettivo deve essere quello di mediare il più in alto possibile. Se fai parte di una comunità devi provare a capire anche il punto di vista dell’altro. Io credo che il bene comune stia spesso un po’ nel mezzo, in quella zona grigia dove si incontrano gli interessi di più persone. È anche questa la funzione della politica.

Da sinistra, Biasutti insieme a Roberto Rossini e Roberto Omodei - Foto Comune di Brescia
Da sinistra, Biasutti insieme a Roberto Rossini e Roberto Omodei - Foto Comune di Brescia

Lei sembra quasi geneticamente incapace di litigare. In Consiglio non la si vede perdere le staffe: si arrabbia mai?
È il mio carattere, ma forse anche in questo caso è ancora merito del rugby. La prima cosa che impari è la disciplina: l’arbitro ha ragione sempre e se protesti fai un danno alla squadra. Anche in Consiglio penso sia importante stare al proprio posto e dare il proprio contributo: le cose che dici possono essere giuste, sbagliate, belle o meno belle, ma devono essere le tue.

In questi due mandati è riuscito a portare in Consiglio i temi che le stavano a cuore? Quali erano (o sono)?
Direi di sì. Nel mandato precedente ero nella Commissione Sicurezza e partecipazione e quindi ho seguito molto i Consigli di quartiere, che sono una delle mie radici. Abbiamo lavorato sul regolamento, sui contributi alle associazioni, sulla partecipazione. In questi anni ho seguito molto anche la mobilità e ora, con la presidenza della Commissione Lavori pubblici, ho scoperto un settore che pensavo molto più lontano da me.

Addirittura una scoperta: pensava che i Lavori pubblici fossero noiosi?
Diciamo che li sentivo lontani da me. Poi ti accorgi che dietro una scuola ristrutturata, una sala civica resa più bella, un edificio pubblico recuperato non ci sono soltanto muri. Ci sono persone che li vivono. Penso alla nuova scuola Valdadige oppure alla sala civica Pasquali: anche un settore apparentemente «freddo» può toccare corde molto vive e, soprattutto, incide tantissimo e in modo molto concreto nella vita della comunità.

Il suo pallino, però, resta la mobilità: perché ritiene il tram fondamentale per Brescia?
Perché il tram cambierà la città anche dal punto di vista urbano, non soltanto degli spostamenti. E continuo a ritenere importante il progetto della T3 fino alla Badia, perché allargherà il bacino servito anche a quartieri che hanno bisogno di essere meglio collegati. Resta il mio pallino, perché sul tavolo c’è un altro tema fondamentale: l’integrazione tariffaria. Arrivare in treno e poter proseguire con metro e autobus con una bigliettazione integrata renderebbe il trasporto pubblico molto più semplice e attrattivo.

Mobilità ed equità sociale hanno davvero qualcosa a che fare l’una con l’altra?
Moltissimo. Il trasporto pubblico è sostenuto dalla collettività proprio perché deve garantire a tutti la possibilità di muoversi in modo efficace, dignitoso e pulito. C’è anche un tema di accessibilità: mezzi facilmente utilizzabili da anziani, persone con disabilità o in difficoltà. E più persone usano il trasporto pubblico, più ne beneficia anche l’aria che respiriamo tutti.

Lei viene da un mondo parrocchiale: come è cambiata la realtà cittadina? 
Sì, sono cambiate: sono più piccole, hanno meno persone che le frequentano e spesso devono aggregarsi. Però secondo me restano un riferimento importante. Al di là della fede, che appartiene alla sfera personale, in una parrocchia impari a metterti in gioco per una comunità e a fare qualcosa per gli altri. Naturalmente non esiste soltanto il volontariato parrocchiale: c’è un enorme mondo associativo laico che fa altrettanto bene, ma la funzione aggregativa ed educativa delle parrocchie resta unica.

Dieci anni di centrosinistra in Loggia, con due sindaci diversi: prima Emilio Del Bono, ora Laura Castelletti. Dove è cambiata di più Brescia?
Io vivo soprattutto la zona ovest e quindi inevitabilmente vedo molto quella trasformazione. Il progetto Oltre la strada è stato una scelta politica forte dell’amministrazione Del Bono: via Milano, gli interventi sui quartieri, tanti tasselli che hanno cambiato quella parte della città. Questa amministrazione ha poi ripreso con determinazione il tema Caffaro arrivando all’avvio della bonifica nel sito industriale. Se allarghiamo lo sguardo, dall’altra parte c’è il Parco delle Cave. Direi che ovest ed est sono stati due grandi poli di trasformazione nell’arco di questi dieci anni, dentro una continuità amministrativa ma con personalità differenti.

Senta, nei Consigli di quartiere oggi stanno tornando anche i partiti. È un problema?
Il rapporto con la politica ormai esiste, è inutile fare finta che non sia così. Quello che non vorrei è che i Cdq diventassero dei Consigli comunali in miniatura, nei quali ripetiamo le stesse discussioni che facciamo in Loggia. Sarebbe un errore soprattutto perché dentro i Cdq ci sono persone che partecipano per puro civismo, spesso senza alcuna appartenenza politica. Erano proprio loro che volevamo riportare verso la cosa pubblica, verso la partecipazione attiva.

E cosa rischierebbe di succedere?
Di deluderle e, alla lunga, di soffocare l’intero meccanismo. I Cdq hanno mostrato cosa possono fare durante il Covid, nell’anno di Brescia-Bergamo Capitale della cultura e oggi con il bilancio partecipativo. Sono uno spazio di democrazia orizzontale che secondo me va curato e preservato con molta attenzione.

Restiamo su una parola molto usata dalla politica bresciana: sicurezza. Brescia è una città insicura?
Brescia, come tutte le città dove si muovono molte persone, ha episodi e momenti di insicurezza: vanno affrontati e non minimizzati. Quello che non mi piace è prendere ogni singolo episodio e trasformarlo nel paradigma dell’intera città. È sbagliato. Le istituzioni stanno lavorando, le istanze vengono portate ai tavoli competenti e il tema della sicurezza deve essere anche un tema nostro, del centrosinistra.

Quindi secondo lei la sinistra ha sbagliato a lasciarlo alla destra?
Dico che dobbiamo occuparcene con la giusta misura. Se una persona è vittima di un reato, non esistono «micro-vittime»: quella persona va tutelata e il problema va preso sul serio. Ma da qui a costruire l’immagine di una città interamente insicura ce ne passa. Non rappresenta Brescia nella sua interezza.

A proposito di destra: la spaventano Vannacci e i movimenti che parlano di remigrazione?
Mi preoccupano, più che spaventarmi. Voglio credere che l’Italia abbia anticorpi sufficientemente forti contro certe derive, mi preoccupa però che una visione che guarda indietro sui diritti, sulle donne e sui migranti raccolga tanto consenso.

Perché, secondo lei, lo raccoglie?
Perché molte persone vivono una condizione di difficoltà, anche economica, alla quale si aggiungono la disinformazione e le dinamiche dei social. Crescono paura e insicurezza e diventa facile parlare alla pancia, indicando un nemico: quello che ti porta via il lavoro, quello che rende la città insicura, quello che mette in pericolo tua figlia. È una risposta semplice a paure reali. La politica però deve interrogarsi sulle paure, non alimentarle.

Torniamo al centrosinistra. A Brescia il campo largo può funzionare?
Credo che prima di tutto venga il programma. Ci sono già stati percorsi e lavori comuni e si può ragionare, discutere, verificare se esista lo spazio per costruire una proposta più ampia e condividere alcuni temi. Ma il passaggio fondamentale deve essere quello: capire su cosa vogliamo e possiamo lavorare insieme.

Nell'aula del Consiglio con i colleghi di partito - Foto Comune di Brescia
Nell'aula del Consiglio con i colleghi di partito - Foto Comune di Brescia

Come vede Emilio Del Bono candidato presidente in Lombardia?
Mi piacerebbe, molto: so che il mio tifo conta relativamente nelle decisioni, ma penso che sarebbe un ottimo candidato. Sta già facendo un lavoro importante di analisi e ascolto dei territori, della Lombardia orientale e delle diverse Lombardie.

Secondo lei la Lombardia è pronta per il centrosinistra?
Credo abbia bisogno di una proposta nuova: è una Regione importantissima per il Paese, ma in alcuni ambiti sta perdendo terreno e ci sono risorse che devono essere utilizzate meglio. Serve un’analisi seria delle differenze fra le valli, la Bassa, la Lombardia orientale e gli altri territori e poi un programma capace di tradurre quei bisogni in una proposta politica.

Nel cassetto, invece, che sogno conserva per Brescia?
Il primo è che il centrosinistra possa vincere anche le prossime elezioni comunali, naturalmente. Sul piano personale un sogno si è già realizzato con il centro diurno del Violino della Fondazione Casa di Dio, un progetto al quale avevo lavorato molto già a partire dal percorso fatto nel quartiere. Adesso direi la T3. Da consigliere, ma anche da cittadino.

E nel cassetto politico? Guarda a un terzo mandato?
Ho 62 anni, due mandati alle spalle e un percorso lungo anche prima del Consiglio comunale. Un po’ di stanchezza naturalmente c’è e non mi considero indispensabile. Però la voglia potrebbe esserci ancora, se insieme alla mia disponibilità ci fosse anche la convinzione, da parte della squadra, che posso essere ancora utile.

Tradotto: se il Pd glielo chiede, si ricandida?
Ci penserei molto seriamente. Anzi, sì: lo farei con piacere...

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